Mi capita, recentemente più che mai, di leggere passaggi di brani in grado di ripropormi domande che da tempo credevo di aver superato e risolto. L'ultima volta che mi è successo è stato con alcune righe tratte dall'intervista-dialogo che Paolo Flores D'Arcais, dalle pagine del suo Micromega (feb 2013), intrattiene con Pierto Grasso, ex-magistrato e nuovo senatore del PD:

"Partiamo da un enigma ovvio (è un ossimoro, ma la politica italiana è piena di ossimori), la permanenza della mafia, il mistero per cui la mafia continua ad esistere.
Si dice infatti che tra lo Stato e la mafia è in corso una guerra, ma la sproporzione delle forze in campo è sbalorditiva: per quanti killer, armi, denari, e ogni altro genere di risorse si possano ascrivere alla mafia, lo Stato ne ha dieci, cento, mille volte di più. Un'asimmetria ciclopica, che rende incomprensibile il perdurare di una guerra che lo Stato avrebbe dovuto stravincere da tempo.

Se davvero i due campi fossero Stato e mafia, la mafia sarebbe liquidata in qualche settimana, a dir tanto in qualche mese. L'enigma è purtroppo facilmente decifrabile, per questo l'ho definito un enigma ovvio: la ciclopica sproporzione di forze non c'è perché intere «legioni» dello Stato sono neutrali o passate al nemico".

Ecco, io da un po' di tempo non so più concretamente da che parte sono. Avverto che non è più sufficiente dichiararsi contrari ad uno stato di cose, se poi non si agisce quotidianamente per contrastarle. Non sento più il mio odio per la mafia e per lo sfascio politico e sociale italiano come garanzia per un'assoluzione morale, di cui del resto non saprei cosa farne.
Nelle ore in cui scrivo, pezzi di una delle (tante) eccellenze della mia terra,  la Città della Scienza, sono ancora caldi, forse fumanti, disperdendo l'acre odore di una sconfitta che mai come questa volta brucia davvero.
Si dirà molto, si ascolterà molto di più, perché le voci non sempre hanno un padrone. Camorra, incuria, negligenza, beffa del destino e Stato che non c'è. O se volete la colpa sarà del sindaco incompetente (a Napoli se cade un palazzo o non funzionano le obliteratrici della metro, il colpevole è quasi sempre lo stesso).

Ma in queste ore di disarmante sfacelo, pur se con fatica ho vinto la battaglia contro le voci, e ho scoperto che c'è chi, pur con poche risorse, ha  deciso da che parte stare, a differenza del sottoscritto.
Io Voglio restare, non è uno slogan, ma una realtà. Cittadini di tutta Italia, da mesi, hanno infatti scelto di inchiodare le proprie idee di sviluppo al territorio, e di pretendere il rispetto del diritto a scegliere di partire o di restare.
Sono i bamboccioni di Brunetta, o gli schizzinosi della Fornero, e sono molti. Dall'autunno scorso, giovani provenienti per lo più dalla società civile radicata sul territorio, stanno mettendo in piedi un vero e proprio comitato di resistenza alle politiche disastrose degli ultimi anni.

Cambiare il Paese, per non dover cambiare Paese è lo slogan che ha lanciato l'iniziativa.
Sul sito internet del movimento si può leggere anche un appello, che sembra urlato con il groppo in gola e la mente lucida, in cui viene vengono chiariti i principali motivi che hanno portato a questa mobilitazione generale e le rivendicazioni portate avanti con fermezza e responsabilità.  Non vogliamo il posto di qualcun altro, vogliamo costruire il nostro – e ancora – Politici, editorialisti, imprenditori ci dicono che precarietà e disoccupazione giovanile sono un dramma, quasi non fossero le conseguenze di scelte politiche condivise, mirate a scaricare su di noi tutte le contraddizioni del nostro sistema economico e i costi della crisi.

Partecipare, decidere, impegnarsi, assumere responsabilità.  Ciò che viene rivendicato è il diritto ad una vita normale, in cui si venga percepiti per ciò che si è: una risorsa per il Paese.

L'appello è trasversale e coinvolge anche chi, come me, avverte il peso di una scelta che al momento lo vede lontano dall'Italia. Una scelta che implica discrezione, molta, nel provare a ficcare il naso nelle vicende del Bel Paese, perché è a chi lotta e si impegna sul territorio che va dato tutto il supporto di cui siamo capaci. Ma per una volta, come dicevo, sento di essere chiamato in causa. E ci siamo dentro tutti, perché l'appello è rivolto anche a chi è partito, chi è tornato, chi non riesce a partire, chi ci pensa e chi ci ha pensato almeno una volta: vogliamo metterci insieme per costruire qualcosa per il nostro territorio.

A breve, proprio a Napoli, ci sarà una tappa cruciale per il movimento. Il comitato campano si riunirà infatti il 9 marzo, in Piazza Enrico de Nicola  46 (al Lanificio 25, h 15.30), per gettare le basi di una riscossa sociale necessaria quanto possibile.
Si può inoltre partecipare in tanti modi, non solo fisicamente, ed è possibile firmare l'appello per dare concretezza a migliaia di ragazzi che in tutta Italia stanno provando a far sentire la propria voce.

Tra i ragionamenti che è possibile fare a duemila chilometri di distanza, c'è la convinzione della necessità d'appoggio a movimenti come questo. L'esigenza di doversi schierare, e poi di comunicarlo a voce alta. Le difficili giornate che vive Napoli, e attraverso di essa l'Italia intera, obbligano tutti noi a prendere una posizione che sia netta,  trasparente e perché no urlata ai quattro venti. Perché chi accetta passivamente lo sfacelo o peggio si ritira nel paradiso neutrale delle coscienze, pur non essendone attore principale ne è complice.

E perché, come si legge dalla pagina web del movimento, noi di questa generazione perduta (cfr Monti),  non vogliamo essere indifferenti, noi non vogliamo essere il peso morto della storia.