Oggi è 20 luglio.

Puntuale c’è chi mi chiede <<ed anche quest’anno devi parlare di Genova? Ma perché?>>.

Principalmente perché per tanti anni, dopo quei giorni del 2001 contro il G8 a Genova, non ho avuto la forza di raccontare. Non riuscivo a parlarne e nemmeno a scrivere. Poi qualche anno fa, nell’anno del decennale, ci sono riuscito e quindi ritengo di avere degli arretrati.

Per molti in quei giorni si è uccisa una generazione. Per altri è meglio dimenticare quei giorni, che testimoniano la strutturale violenza dello Stato contro i processi di trasformazione radicale, perché è meglio scappare da questo paese. Commenti, posizioni, interpretazioni e ricordi di uomini e donne della mia stessa generazione. Persone che portano Genova nel cuore come evento-genesi della formazione culturale di chi oggi in questo paese ha tra i 30 ed i 40 anni. Già perché Genova è innanzitutto patrimonio di una intera generazione, indipendentemente da chi ha vissuto in prima persona la partecipazione ai movimenti di quegli anni. Indipendentemente da chi ha continuato in quel solco. La generazione di Genova vive in una infinità di luoghi che spesso nemmeno ci si immagina. Per questo quella stagione ha lasciato un segno così profondo in questo paese.

Io però non credo che bisogna dimenticare perché è meglio scappare e non credo che la mia generazione sia stata uccisa quel giorno. Non solo perché ho trascorso tutti gli anni dopo Genova a lavorare affinché quella generazione potesse riprendere tra le mani un futuro che gli è stato rubato, ma anche perché credo che quella generazione, con le sue ferite, con le sue paure, con la sua irriducibilità, con la sua indisponibilità a credere che questo sia l’unico mondo possibile, abbia ancora tanto da dare. In termini di costruzione di una memoria collettiva verso le altre generazioni. A chi a Genova non c’era, a chi oggi ha diciotto anni e di Genova ha forse solo visto qualche video in rete. Ma anche nel presente. Se è vero che la nostra generazione, quella di chi aveva vent’anni nel 2001, vive nel presente il meglio dei suoi anni, allora forse quella generazione può ancora dare un contributo a cambiare questo paese.

Ed è per questo che fa sempre bene raccontare. Usare la prima persona semplicemente per permettere a chi legge di guardare con gli occhi di chi era lì.

Ed allora di quel 20 luglio voglio raccontare dei momenti, dei flash, che sono impressi nella mia memoria come il pezzo di ferro incandescente si imprime sul cuoio.

Ricordo che quando uscimmo dallo Stadio Carlini, che era il nostro quartiere generale, la base dei disobbedienti, venne Raffaele a darci le ultime indicazioni sul percorso. Raffaele “il medico” c’è da specificare … che si distingue da Raffaele “l’architetto”. Due compagni molto generosi, nomati attraverso il percorso di studi fatto. O quantomeno avviato. Infatti, “il medico” si lamentava sempre, diceva <<Ma perché i compagni dei disoccupati di Acerra continuano a chiamare me “Raffaele l’infermiere” ed a lui “Raffaele l’architetto”! Io ho una laurea!>>. Adesso fa il medico ovviamente, ma al Nord.

Usciti dal Carlini praticamente dovevamo andare sempre diritto. Seguire sempre la stessa strada che ad ogni incrocio cambiava di nome. Corso Europa, Corso Gastaldi, Via Tolemaide. Ricordo che insieme ad Egidio eravamo nel grande rettangolo di scudi che apriva il corteo. Noi eravamo ancora ragazzini quindi i compagni più grandi ci dissero che non potevamo essere dietro gli scudi. Ma eravamo lì nei pressi. Ricordo che quando arrivammo all’incrocio con Via Montevideo cominciammo a vedere il fumo nero. Sentivamo gli eco degli scontri nella zona di Brignole alla nostra destra. Ma anche alla nostra sinistra dove in linea d’aria un po’ più avanti c’erano i pacifisti. Poco prima Pietro era venuto a riferire a tutta la delegazione napoletana che già c’erano scontri ovunque e che bisognava capire metro per metro come si sarebbe andati avanti.

Ricordo che eravamo ad un centinaio di metri dall’incrocio con Corso Torino. Noi due eravamo tesi anche perché non sapevamo di cosa c’era davanti. Non sapevamo affatto che i carabinieri avevano già sbarrato la strada al corteo e si erano schierati per caricarci. Sentimmo un rumore provenire dall’alto. Io ed Egidio eravamo a non più di venti centimetri. Uno accanto all’altro. Ci guardammo in faccia poi alzammo la testa verso il cielo.

Pafff! Pafff!

Due lacrimogeni caddero tra noi due. Sembravano piovuti dal cielo. All’improvviso in pochissimi istanti fu un inferno. Egidio non lo vidi più. Lo vidi solo la sera allo stadio Carlini. Scappando da una via all’altra, tra un balcone ed un cortile, si era ritrovato a Piazza Alimonda.

Di quei momenti ricordo solo la voce di Vilma dal camion che urlava forte <<Avanti!>>.

Noi volevamo praticare la disobbedienza. Dopo trent’anni di strumentalizzazioni e speculazioni volevamo finalmente distruggere lo schema dei buoni e dei cattivi, della violenza e della non violenza dimostrando una via possibile, una pratica condivisa e riproducibile da tutti. Ma dall’altro lato lo Stato si era preparato ad annientarci. Loro erano in guerra. Ma per davvero.

Ricordo il fiume di gente che letteralmente mi sollevò e mi spinse in avanti. E lo stesso fiume, dopo che i carabinieri ci portarono via la maggior parte degli scudi, mi riportò indietro. Non riesco ancora a farmi capace di quanto tempo passò. Per me fu un lampo, ma in realtà durò delle ore. Quando fui più indietro commisi l’errore di togliermi la maschera antigas per qualche secondo.

Proprio in quel momento …

Pafff!!! Pafff!!!

Una nuova pioggia di lacrimogeni. Marcello Musto, quello che oggi possiamo definire tra i più grandi conoscitori delle opere di Marx nel nostro paese, mi sollevò di peso. Non riuscivo a respirare ed avevo i conati di vomito. Da Genova in poi il rapporto tra me ed i lacrimogeni è sempre stato di grande timore, molto di più di un corpo a corpo con una guardia.

Le immagini scorrono sempre veloci nella mia testa ed arrivano ad un punto focale. Era ormai pomeriggio inoltrato ed il sole era a mezz’altezza. Ero vicino al camion con l’amplificazione con Costanzo, un compagno di Benevento. Arrivò un ragazzo correndo. Era sconvolto. Gli si avvicinò “Ciuffo” che lo prese sotto il braccio. Io ero ad una quindicina di metri e vedevo solo loro due che parlavano ma non riuscivo a capire. Mi avvicinai insieme a Costanzo. <<Hanno ammazzato uno…gli sono passati sopra con la jeep, io ero là ho visto tutto! Hanno ammazzato uno!>>.

Da quel momento tutto riprese a correre veloce. Ricordo che ci girammo alla nostra sinistra. Eravamo in Corso Gastaldi, il corteo stava lentamente retrocedendo. Da Via Pozzo scendeva giù una colonna di poliziotti. Tutto fu veloce. Mi girai a destra e dietro di me c’era Luca. <<Via! Via!>> gridò. Io e Costanzo ci voltammo indietro e cominciammo a correre come tutti. Si sistemarono gli scudi per proteggersi dall’ultima carica. Dopo cinque ore di scontri non sentivo nessuna stanchezza, l’adrenalina muoveva le mie gambe. In testa mi ripetevo quella frase detta da quel ragazzo <<Hanno ammazzato uno…..hanno ammazzato uno>>. Correvamo verso il Carlini tutti insieme con i rumori delle sirene e dei colpi sugli scudi che si facevano sempre più lontani. D’improvviso mi fermò Marco.

Mi afferrò entrambe le braccia <<Dov’è Maria? Hai visto Maria?>> era la sua compagna di allora.

<<No non l’ho vista>> risposi. Mi liberai le braccia e ripresi a correre. Ho sempre pensato a quanto deve essere stato straziante perdersi a Genova durante quei giorni per due persone che si amano. Deve essere stato un dolore terribile. Io non avevo ancora nessuno. L’avrei trovata l’anno dopo, stessa città, davanti alle scuole Diaz.

No! L’amor mio non muore.

E nemmeno quello della mia generazione.

PS: Nella foto, messa a disposizione da Francesco Aliberti, ritrae i preparativi allo Stadio Carlini.