Democrazia diretta? No, grazie.

Della serie, non disturbate il conducente. Tra le pieghe della riforma costituzionale spunta anche un emendamento (presentato dai relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli) che prevede l’innalzamento del tetto minimo di firme necessarie per promuovere un referendum abrogativo (art. 75 Cost.): da cinquecentomila a ottocentomila, un cospicuo balzo in avanti in grado di rendere nei fatti estremamente arduo il ricorso a uno strumento che, pure, ha segnato la nostra democrazia. Dal referendum sul divorzio (1974) a quello sull’aborto (1981), per ricordare i più significativi che divisero il Paese in falchi e colombe, in guelfi e ghibellini, quando ancora l’Italia era una democrazia “bloccata” dall’esistenza dei blocchi contrapposti figli della Guerra fredda, dal referendum– poi largamente disatteso – sulla responsabilità civile dei magistrati (1987), i cui echi ricorrono in questi giorni nel dibattito sulla riforma della Giustizia, fino a quello sul finanziamento pubblico dei partiti (1993).

Dell’istituto, è vero, si è fatto a volte un uso smodato e improprio e, a fronte di quelle battaglie che videro nella seconda metà del secolo scorso protagonisti i radicali (che da essi trassero una visibilità poi non tradottasi in un equivalente peso politico), se ne parcellizzata e sminuita la rilevanza, con esiti negativi conseguenti e un inutile aggravio di spese per lo Stato. Ma ci auguriamo che non siano esigenze di spending review ad aver ispirato questa infelice proposta di revisione costituzionale – passata nel silenzio della classe politica, se si eccettua la rabbia e l’indignazione dei radicali del terzo millennio – idonea a vanificare uno strumento di democrazia popolare che, si legge nei manuali di diritto costituzionale, mira a realizzare e a riprodurre – nelle forme consentite dai numeri e dalla complessità degli ordinamenti contemporanei – le forme di partecipazione all’amministrazione della polis proprie dell’antica Grecia.

La verità è che modifiche dell’assetto costituzionale di questo genere sembrano essere piuttosto figlie – oltre che di inconfessate mediazioni tra le forze politiche – di un’imperante concezione personalistica del potere, che poco o nulla concede alla partecipazione popolare nonostante la spettacolarizzazione della politica e il populismo imperante. Una politica fatta di selfie, troppo impegnata a guardarsi narcisisticamente allo specchio per ritenere utile uno strumento di democrazia “dal basso” qual è quello dei referendum. Certo, il Governo Renzi ha lanciato la moda delle consultazioni telematiche sulle proposte di riforma di più ampio respiro (prima sulla pubblica amministrazione, ora sulla giustizia), ma la differenza non è di poco conto se si considera che, nel primo caso, l’iter del referendum può condurre all’abrogazione di una norma di legge, mentre, nel secondo caso, si tratta soltanto di raccogliere opinioni e proposte dalla base che saranno poi filtrate di detentori del potere. Un’operazione di maquillage democratico, se vogliamo: far finta di essere (politicamente e democraticamente) sani, per parafrasare il titolo di un album e di un pezzo di Giorgio Gaberscick, in arte Giorgio Gaber (1939-2003), che in uno dei suoi brani simbolo (La libertà, 1972) così cantava: «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione».

Concetto desueto, quello di “partecipazione”, ai tempi della democrazia digitale?

Forse, a dispetto della profusione di social network e di selfie made man.

Certo è che decapitare l’istituto del referendum abrogativo voluto dai Padri costituenti costituisce un altro esempio di democrazia scippata. E se è vero che la personalizzazione della politica è fenomeno che caratterizza gran parte del mondo occidentale, è anche innegabile che da noi si è andati oltre – con i partiti-persona, legati nel bene e nel male alle sorti del loro leader – dando vita ad una fenomenologia del potere ben diversa da quella degli Stati Uniti o della Gran Bretagna dove, pur in presenza di forti personalità alla guida del Paese, gli schieramenti politici (conservatori, progressisti, etc.) conservano la loro identità, un background e un serbatoio di risorse umane che sopravvive al loro capo. Tutto ciò – com’è noto –non è accaduto in Italia negli ultimi anni, soprattutto a causa della modalità di reclutamento e di formazione della classe dirigente, sempre più rimesse agli umori, alle simpatie, alle convenienze o – perché no – alle valutazioni estetiche del leader di turno.

*Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno dell'11 luglio 2014