«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sui social network».

È questo il testo più attuale, in un’ipotetica riforma dell’art. 1 della nostra Carta fondamentale, che suggeriamo al ministro delle Riforme istituzionali, la bella (addormentata nei) Boschi, recente protagonista dell’infelice ‘spot-focaccia’ elettorale che ha suscitato un coro di critiche e sorrisini. Un vero e proprio autogol, sul piano della comunicazione, bollato da Aldo Grasso sulle pagine del Corriere della Sera come uno spot surreale a metà strada tra Zalone e il grillismo, con la ministra impegnata in quella che sembra una scena scartata del film Amici come noi dei foggiani Pio e Amedeo: una scena che, ad avviso del critico televisivo, «non funzionava, perché non faceva ridere, perché la comicità pugliese è altra cosa».

Ma tant’è.

Venerdì scorso la conferenza stampa del Presidente del Consiglio è stata condotta a colpi di tweet e di hastag, forse con la speranza di spostare l’attenzione più sul medium utilizzato che sui contenuti dei provvedimenti adottati dal Governo. Più che una conferenza stampa, del resto, è sembrato un messaggio alla Nazione. Non è un caso che alle domande dei giornalisti il Premier abbia risposto frettolosamente, per gruppi. Matteo Renzi dichiara di ispirarsi a Barack Obama, che costruì il proprio successo nel 2008 anche grazie a internet e si riconfermò nel 2012 con il contributo decisivo dei social network, Twitter in testa. Eppure non risulta che il Presidente degli Stati Uniti abbia mutato il proprio atteggiamento rispetto ai giornalisti, custodi della democrazia.

Governare con un tweet, insomma: strumento tutt’altro che democratico, se si considera che la familiarità con i social network è limitata a determinate fasce d’età e non esclude soltanto gli anziani, essendoci intere schiere di quarantenni e cinquantenni poco o niente adusi a Twitter, Facebook e via discorrendo. Certo, il messaggio inviato con i social network viene poi mediato dalle televisioni e dai giornali, ma non è la stessa cosa. Anche Silvio Berlusconi, cui si ascrive la prima rivoluzione sotto il profilo della comunicazione politica, vent’anni fa, fruendo del vantaggio datogli dalla proprietà di importanti emittenti televisive, si impose al Paese e impose allo stesso una semplificazione della politica. A fronte del suo network televisivo, tuttavia, vi era pur sempre la televisione pubblica che faceva da contrappeso alle sue campagne elettorali e le norme sulla par condicio.

Oggi, non possedendo tali strumenti e tenuto conto delle innovazioni tecnologiche intervenute nel frattempo, i nuovi leader si affidano al mondo del web, ed in questo Beppe Grillo e Matteo Renzi non sono poi granché diversi. Ha cominciato il comico genovese, con la sua improbabile idea di democrazia della rete, condensata nel suo frequentatissimo blog; ha continuato il giovane fiorentino, dotato di una presenza scenica e di una vocazione allo spettacolo affatto inferiore al suo antagonista del momento, con l’azione di politica e di governo anticipata e divulgata sul suo profilo utente di Twitter.

Entrambi alimentano un populismo mediatico, pur se con strumenti e modalità differenti: il primo con la sua ‘antipolitica’, il secondo con provvedimenti come quelli dell’aumento di ottanta euro al mese in busta paga che, pur ispirato a condivisibili intenti di redistribuzione del reddito, appaiono tendenzialmente ispirati ad ottenere maggiore consenso elettorale e richiamano alla mente la promessa di un milione di posti di lavoro del Cavaliere ai suoi esordi.

Anche la considerazione di Beppe e Matteo per i giornalisti non è poi il massimo: in maniera più eclatante (e forse proprio per questo meno pericolosa) da parte di Grillo, che gli investe con epiteti come walking dead, urlando loro «pentitevi!»; in modo meno evidente se guardiamo al comportamento di Renzi e alle scelte del suo Governo, potenzialmente disastrose per la libertà di stampa. Non vi sarà la volontà espressa di colpire la categoria, ma è questo l’effetto che produce, frutto di una ‘sufficienza’ che fa il paio con il giovanilismo di cui si fa interprete il Premier.

L’Italia non è (più) un Paese per vecchi, sembra infatti doversi dire oggi, dimenticando che fare una rivoluzione non comporta necessariamente cancellare tutto il passato (inteso come uomini, ma anche come strumenti di comunicazione): l’antitesi ‘giovani-vecchi’, del resto, è falsa e ingannevole (come la più deteriore pubblicità) nelle sue premesse, essendoci persone capaci e incapaci in entrambi i versanti. La rottamazione generazionale a tutti i livelli, insomma, è solo uno slogan pericoloso, anch’esso frutto di un’eccessiva semplificazione, che porta la nuova leadership a liquidare in poche battute le idee chi l’ha preceduta, professori e professoroni compresi (spesso, va detto, con poco rispetto). Ne bastano centoquaranta, quelle di un tweet, idonee peraltro a racchiudere anche il curriculum vitae di alcuni aitanti Ministri del ‘Governo del fare’.

Quando si dice: il mondo racchiuso in un hastag…

@ Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 20 aprile 2014.