Da quando frequento con una certa intensità i social ho capito una cosa: girano un sacco di panzane e un sacco di gente è felice di prestar loro fede. E quando dico panzane intendo proprio roba forte: presunti poliziotti che solidarizzano e proteggono i dimostranti (è vecchia, la trovate QUI), oppure fantasiose proposte shockanti della Ministra Kyenge (è di oggi, la trovate QUI). Naturalmente a volte si tratta di bufale, a volte di mezze verità, a volte di allusioni… L’arte dell’intorbidare l’opinione pubblica è estremamente facilitata dal Web 2.0. Così per esempio la notizia sulla Kyenge si basa su una mezza verità, peraltro abbastanza vaga e innocua, e diventa poi un caso clamoroso sul quale mobilitare l’indignazione popolare. E questo avviene a destra e a sinistra.

La legge universale della stupidità di Cipolla
in foto: La legge universale della stupidità di Cipolla

Sul caso della foto-fake della Boldrini nuda, per esempio, la verità sembra piuttosto semplice: un blogger piuttosto sprovveduto ha messo in rete il fotomontaggio e la polizia postale è andata a casa sua a fargliela togliere. Apriti cielo! Alcuni miei amici di sinistra, impegnati e intelligenti, hanno gridato allo scandalo, alla censura, allo Stato violento che maltratta il cittadino vittima solo di esprimere delle critiche. Non ragionando sul fatto che quella foto era profondamente offensiva, sia per la Boldrini terza carica dello Stato, sia per la Boldrini come persona e come donna (il fake aveva senso in quanto uso distorto del corpo della donna, se fosse stato di un uomo non sarebbe mai venuto in mente questo “scherzo”). Il blogger ha confuso il diritto di critica col vilipendio. E i miei amici – nessuno dei quali aveva vista la fotografia, né aveva cercato di capire cosa esattamente avesse fatto la polizia postale – si sono lanciati nella difesa della “vittima”, che per un ribaltamento clamoroso della verità (piuttosto tipico) non era più la Boldrini ma chi aveva cercato di ridicolizzarla (e non ditemi che dietro c’era un discorso politico. Una critica alle istituzioni. Una forma di resistenza alla Casta… Non c’era proprio un bel niente).

Questo post non riguarda le bufale, le mezze verità o i tentativi di manipolazione del consenso. Riguarda i manipolati. Che mi sembrano enormemente colpevoli. Un po’ di tempo fa una mia colta e intelligente amica mise un “Mi piace” su Facebook a una sua amica che condivideva un post esaltante la figura di Gheddafi. Incuriosito sono andato a vedere la fonte, e in cinque minuti ho visto che era un sito filo-nazista, che esaltava vari dittatori arabi in virtù del loro anti-semitismo. La mia amica – non nazista né anti-semita – aveva semplicemente cliccato il post dell’amica sua senza riflettere: come mai uno tira fuori questa storia di un Gheddafi buono e nobile quando tutti sappiamo le enormi porcherie che ha combinato? Siamo sempre stati male informati noi o questa notizia è sospetta? Prima di “piacerlo” vogliamo informarci?

Fu allora che si sviluppò nel loro animo una sciagurata facoltà, non tolleravano più la stupidità.

Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet
Il web 2.0 è straordinario ma amplifica – oltre alle bufale – anche la credulità. Le time line di Twitter e di Facebook scorrono veloci, noi diamo occhiate frettolose, non abbiamo nessunissima intenzione di documentarci, e regaliamo condivisioni e “piaciute” senza troppo riflettere. Riflettere è faticoso. E c’è un limite invalicabile per molti costituito dalle proprie convinzioni pregresse: se già siamo convinti che lo Stato sia carogna, che il Potere ci controlli, che la Casta voglia dominare il web, allora crederemo subito all’ingiustizia perpetrata sul povero blogger che aveva semplicemente fatto un innocente scherzo sulla Boldrini; se crediamo invece che le regole vengano prima di tutte, che i blogger-hacker-comunisti vadano scovati e sanzionati, penseremo che la polizia postale sia stata fin troppo tenera con lui. Ciò in cui noi crediamo profondamente (valori religiosi e politici) ci impedisce di andare ad approfondire perché ci fornisce già una chiave di lettura che per noi va bene così, che non abbiamo nessuna intenzione di cambiare. Ecco perché le stupidaggini girano velocemente in Rete. Ecco perché i supporter di tesi diverse non dialogano ma semplicemente si insultano, depositari come sono di verità indiscutibili.

Charles Peirce
in foto: Charles Peirce

Il problema è antico, ma oggi con Internet e i social è diventato drammatico (ne ho parlato già qui su Fanpage). Il dogmatismo – perché di questo si tratta – è una delle quattro forme di formazione di una credenza che descrive Charles Peirce (il fondatore della semiotica), che in un articoletto del 1870 (Il fissarsi della credenza) così riepiloga:

  1. la tenacia, un abito mentale che ci fa aggrappare a una certezza combattendo contro ogni dubbio che ci metterebbe in ansia e in crisi;
  2. l’autorità che impone un modo di pensare (per esempio l’autorità religiosa, ma anche il gruppo politico, l’ideologia, le sorti progressive del comunismo…) creando col tempo un costume mentale nei cittadini ad essa soggetti;
  3. l’a priori, che assomiglia a una falsa liberalità e flessibilità facente appello comunque a una ragione ultima indiscutibile;
  4. il metodo scientifico, che ovviamente Peirce ritiene l’unico valido e che potremmo traslare, semplicemente, in un atteggiamento aperto e critico, disponibile a cambiare idea, disposto a ricercare le fonti.

E voi, che “credenti” siete? Continuiamo a discuterne su Twitter (@bezzicante).