Catalogna e Spagna sono ai ferri corti. Le rivendicazioni indipendentiste di Barcellona non sono certo una novità, ma la possente dimostrazione di forza esibita ieri dall’Assemblea nazionale catalana (Anc) per le strade della capitale della regione potrebbe rappresentare un punto di non ritorno. L'11 settembre, nel giorno della festa nazionale catalana, la diada, il messaggio inviato a Madrid non poteva essere più chiaro. Un milione e mezzo di persone, strade e piazze colorate di giallo e rosso, bandiere stellate ovunque (ma pochissime dell'Unione europea) e un unico grido: indipendenza.

Il paradosso catalano: la regione più ricca della Spagna è anche la più indebitata

La Catalogna è la regione più ricca della Spagna ma, paradossalmente, anche la più indebitata. Il deficit ammonta a 42 miliardi di euro, il 21% del pil e per far fronte alle scadenze ha chiesto al governo centrale un aiuto di 5 miliardi. La crisi (la disoccupazione è al 22%) e le misure di austerità adottate dall’esecutivo regionale in ottemperanza ai dettami di Madrid hanno scatenato la rabbia di quella parte della popolazione, la classe media, finora tenutasi ai margini della battaglia per la secessione. Perché, nonostante i leader dell’Anc continuino a battere il tasto sulla mancanza di rispetto verso la differenza culturale catalana, è chiaro che il cuore del problema è di natura economica. Le imposte versate dalla Catalogna nelle casse dello Stato tornano a Barcellona in una misura che gli indipendentisti considerano largamente insufficiente. Il governo regionale calcola che il bilancio fiscale con Madrid è in disavanzo di 16 miliardi, cifra che rappresenta più dell’8% del pil.

Tot és possible

Il 20 settembre il presidente catalano Artur Mas incontrerà alla Moncloa il premier Mariano Rajoy per iniziare a discutere del patto fiscale. Le possibilità di trovare un accordo circa un nuovo modello di finanziamento delle comunità autonome o, in alternativa, elaborare misure ad hoc per la Catalogna sono minime, considerando lo stato di profonda crisi nel quale versa la Spagna. Così come sembra poco praticabile la strada di riconoscere a Barcellona un regime fiscale privilegiato simile a quello adottato per Paesi baschi e Navarra.

La Ciu, il partito di governo catalano, ha sempre manifestato l’intenzione di non voler forzare i rapporti con lo Stato spagnolo, difendendo la causa del suo popolo all’interno delle leggi nazionali. L'ambiguità di fondo che finora le ha consentito il controllo della Generalitat (con la Catalunya, ma anche con Madrid) rischia di convertirsi in un boomerang ora che la maggioranza dei suoi elettori chiede con forza l'autonomia. Artur Mas si troverà nei prossimi giorni a fare i conti con una situazione potenzialmente esplosiva. Aveva chiesto una partecipazione di massa alla diada per trattare con il governo centrale forte di un ampio sostegno. Il risultato è andato ben oltre le aspettative e i toni del corteo lasciano intuire che un semplice contentino non basterà certo a placare le rivendicazioni autonomistiche. Mas non ha preso parte alla manifestazione, lasciando però libertà di scelta ai suoi consiglieri (9 su 11 hanno sfilato per le strade di Barcellona). Nel caso, probabile, che l’incontro con Rajoy dovesse terminare con un nulla di fatto, l'attuale presidente sarà costretto ad assumere una posizione chiara e inserire nel programma elettorale, se si andrà alle elezioni anticipate, la richiesta di uno Stato autonomo. Al momento non è possibile prevedere se i destini di Spagna e Catalogna prenderanno strade diverse, fatto sta che il ricorso a un referendum per l’autonomia (da più parti invocato) non necessariamente sancirebbe la nascita di un nuovo Stato. I sondaggi mostrano una regione spaccata in due e in caso di vittoria dei secessionisti, l’Unione europea ha già espresso profonde riserve sulla possibilità di riconoscere la Catalogna come nazione.