di Gilles Cavaletto

Si é parlato molto delle cause della crisi ucraina. Quella che ha avuto più risalto é stata la decisione negativa del governo a firmare l’accordo d’associazione commerciale con l’Unione Europea e la scesa in campo della popolazione che sarebbe, invece, favorevole ad una progressiva adesione al blocco continentale. In seguito sono emerse concause più sostanziali, radicate nel contesto politico-sociale di questo paese. Le proteste sono state associate ad un malessere di fondo della popolazione nei confronti di una classe politica reputata corrotta. Abbiamo anche appreso, fra coloro che più si sono interessati al tema, che la crisi in realtà radichi in una profonda divisione sociale fra due paesi all’interno della stessa Ucrania, quella fra la popolazione filo-russa e russofona, presente soprattutto nella parte orientale, e la popolazione pro-europea che si situa ad occidente. Questo semplice quadro é stato schematizzato dall’esito delle ultime elezioni presidenziali del 2010 dove si può constatare che la divisione dell’elettorato si riflette sul territorio.

In ciascuna di queste cause esiste un granello di verità, ma il conflitto non si può spiegare attraverso una sola lettura. Le singole verità sono in generale lo strumento della propaganda spiega Paul Watzlawick ideólogo della Teoría della Comunicación Humana. D’altronde, l’uso dei conflitti linguistici, etnici o razziali come spiegazione é comune a molte crisi che hanno preceduto questa, per cui é sempre bene diffidare di questi argomenti che, pur esistendo, sono spesso strumentalizzati per non svelare le vere motivazioni che portano allo scontro.

Una cosa, ciononostante, salta alla vista. Di tutte le cause sopra citate, ce ne sono altre che non hanno ricevuto lo stesso spazio o la medesima risonanza: le radici storiche -non solamente sociali o linguistiche- del conflitto e l’influenza internazionale.

L’Ucraina vive una crisi democratica da almeno un decennio, iniziata con la conosciuta rivoluzione arancione nel 2004, ma che ha origini in una transizione fallita, che ha messo allo scoperto i brogli elettorali e la corruzione della classe politica. In realtà, sebbene socialmente la cittadinanza ucraina appaia divisa tra ceti conservatori ancora legati alla matrice russa, tra cui la popolazione di Crimea che mantiene anche dal punto di vista istituzionale un' autonomia pressoché completa dal governo di Kiev ed ospita le basi militari russe sul mar nero, e quelli più progressisti ed in teoria pro-europeisti, questa é dominata nel complesso da una oligarchia che taglia trasversalmente tutti i partiti politici -anche quelli di quella che oggi é l’opposizione- e che mette a nudo gli interessi che giacciono dietro alle fazioni. In questo gioco, il popolo ucraino é un mero strumento in balia delle propagande che ogni campo divulga con più o meno successo dipendendo dai mezzi di comunicazione di cui dispone, controlla o sui quali esercita influenza.

Parlando d’influenza, gli interessi di ciascuna delle parti é fortemente determinato dal ruolo che le potenze straniere esercitano in Ucraina. Non é un segreto, l’ha rivelato la stessa numero due agli esteri americana, Victoria Nuland, che gli Stati Uniti abbiano supportato, soprattutto finanziariamente, l’opposizione. Ma prima di spiegare i motivi di questo appoggio bisogna riflettere sulla sua legittimità. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea sostengono che l’attuale regime di Yanukovich si sia macchiato di violazioni ai diritti umani reprimendo duramente le proteste di questi ultimi mesi. Inoltre sostengono che sia corrotto.

Le repressioni della polizia e dell’esercito, se confermate, giustificano ampiamente un intervento della giurisdizione penale internazionale, che seppur con tutti i suoi limiti ed i casi di strumentalizzazione che ha subito o esercitato che dir si voglia, a cominciare dai processi di Norimberga, ha in questa una nobile funzione. Ciononostante, la crisi civile sfociata in violenza (la rivoluzione arancione si era caratterizzata per il suo carattere pacifico), é roba dell’ultimo tempo. Ciò non giustifica l’appoggio economico illegale dell’opposizione che l'occidente ha fornito durante gli ultimi anni. Si tratta di un caso d’ingerenza al quale, tra l’altro gli USA non sono nuovi (vedere per esempio il caso Contras in Salvador) e di una violazione quindi dei principi basici di non intervento negli affari interni di uno Stato e di sovranità. I pilastri del diritto internazionale.[quote|left]|La crisi ucraina é quindi un mix tra cause endogene e pressioni esterne. Il fattore geopolitico e geo-strategico é fondamentale e s’inserisce nel processo d’espansione della NATO[/quote]

La crisi ucraina é quindi un mix tra cause endogene e pressioni esterne. Il fattore geopolitico e geostrategico é fondamentale e s’inserisce nel processo d’espansione della NATO, una dinamica che sembrava passata in sordina da quando i discorsi sullo scudo spaziale sono spariti dall'attualità (proprio con l'Ucraina al centro), ma che non ha mai smesso di progredire. Le tensioni sulle repubbliche ex-sovietiche di Moldavia, Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia sono aumentate progressivamente. Questi paesi si trovano nella scomoda posizione di dover scegliere tra le lusinghe europee -che attua in questo caso come un avamposto NATO- che vengono però accompagnate da rigidi criteri d’adesione, anche per gli accordi commerciali, come lo evidenzia il negoziato che era in corso con Kiev che prevede aggiustamenti strutturali, privatizzazioni e liberalizzazioni del mercato, e il vecchio sentiero -sconnesso ma conosciuto- della partnership con Mosca che cerca di ricostruire la sua zona d’influenza nel mediterraneo. Dopo la negativa di Kiev, solamente due paesi, Moldavia e Georgia, si mostrano adesso favorevoli a continuare i negoziati con Bruxelles. Dal canto suo, Mosca ha già intascato il si di Bielorussia, Kazakistan e Armenia per far parte del nuovo blocco orientale.

La strategia NATO passa a un livello superiore dopo che nel 2008 la crisi georgiana mette in guardia l’occidente sulla realpolitik russa che rivela, come adesso in Ucraina con lo sventagliamento delle sue truppe al confine con la Crimea, che non é disposta ad accettare intromissioni sui paesi che considera ancora, ed oggi più di ieri, il suo retrobottega -forse un po’ abbandonato- ma pur sempre di sua proprietà. E´così che l’Unione Europea vara l’Eastern Partnership, una strategia di espansione attraverso accordi commerciali che cerca di spingere fuori dalla sfera d’influenza di Mosca le repubbliche ex-sovietiche.

Le motivazioni sono anche di politica energetica. L’Unione Europea, ma in particolare i paesi del sud-europa dipendono massicciamente dalle importazioni di gas e petrolio russo. Ciononostante, l’elemento di maggiore importanza é la geografia, o meglio la geometria, dei dotti che trasportano queste risorse visto che, proprio il mar nero é ricco di giacimenti ed é inoltre uno snodo per il trasporto dell’energia non solamente dall’est asiatico ma anche dal medio oriente, in provenienza da Siria e Iran, da lì leggere la crisi in chiave globale é un passo.

Finalmente, l’Ucraina in particolare rappresenta agli occhi dei funzionari di Bruxelles, il prossimo granaio dell'Europa. Un paese dalle grandissime potenzialità agricole ed economicamente vantaggioso in questo senso visto il decrescere della politica agricola comune nei paesi fondatori,per ridurre i costi di questo programma e trasferirli per l’appunto in nuovi territori in orbita europea molto più competitivi e meno regolamentati.[quote|left]|La strategia utilizzata é quella che fa capo al concetto di “Golpe Suave” o Soft Coup. La destabilizzazione di governi legittimi attraverso una costante opera d’erosione promossa attraverso finanziamenti esterni alle opposizioni politiche.[/quote]

La strategia utilizzata é quella che fa capo al concetto di “Golpe Suave” o Soft Coup. La destabilizzazione di governi legittimi attraverso un'opera d’erosione promossa attraverso finanziamenti esterni alle opposizioni politiche. Una strategia che viene messa in atto con relativo successo in Venezuela (un'altra crisi in corso nell'attualità e con caratteristiche simili a quella in Europa adesso) dove Washington ha investito 5 miliardi di dollari tra partiti politici e ONG negli ultimi cinque anni e che sta dando risultati contro il governo di Nicolás Maduro il quale non dispone dello stesso carisma di Hugo Chavez. Va detto che il progetto politico della rivoluzione bolivariana, così come dello stesso Chavez, ha dimostrato negli anni la sua consistenza democratica passando brillantemente gli esami delle sfide elettorali tanto in termini di frequenza (non solamente elezioni ma anche referendum) e di consenso (Venezuela presenta indici di partecipazione fra i più alti d'America ed alle ultime elezioni municipali il partito di Maduro ha comunque ottenuto una vittoria nettissima sull'opposizione con oltre due terzi dei comuni conquistati). Caracas ha ridotto al minimo da 28 anni le esportazioni di crudo verso gli Stati Uniti. Inoltre il Venezuela é il principale ostacolo alla creazione dell'ALCA, l'area di libero commercio delle Americhe che Washington cerca da anni di costruire sul continente ma il cui fallimento é proprio imputabile al Venezuela che, con Chavez al comando, gli ha contrapposto l'ALBA, un progetto equivalente ma alternativo. Per tale ragione, proprio come in Europa con l'Eastern Partnership, in America Latina si sta coltivando -in gran segreto- un nuovo accordo, il Trans Pacific Partnership (TTO), una negoziazione su base transoceanica che vuole unire le principali economie del continente che guardano al pacifico tagliando fuori, oltre che al Venezuela, anche il Brasile e l'Argentina, paesi non allineati con le politiche neoliberali.

 Le elezioni in Ucraina nel 2010 furono dichiarate legittime dalla Comunità Internazionale. Oggi però gli Stati Uniti definiscono illegittimo il governo di Yanukovich e sostengono un governo transitorio che convochi elezioni anticipate. Come reagirebbero i cittadini americani se questa stessa situazione si verificasse a casa loro? Ancora una volta siamo davanti al doppio standard al quale l’amministrazione americana ci ha abituati in politica estera, come nei casi più recenti di Egitto (I Fratelli Mussulmani destituiti dopo la caduta del governo di Mubarak per installare nuovamente al potere i militari loro alleati) e Siria che é uno dei pochi paesi laici democratici della regione.

Di certo Yanukovich non era un santo, come tra l’altro non lo furono i governi precedenti di Victor Yushchenko e Yulia Timoshenko che adesso si atteggiano a lider della rivoluzione insieme alla figura grigia dell’ex peso massimo Vitali Klitcho. Per il loro appoggio alla rivoluzione, l’Unione Europea ha già deciso di ricompensarli con incarichi di prestigio nelle istituzioni di Bruxelles, fra l’altro anche perché la stessa Timoshenko non può essere la persona indicata per condurre il paese fuori dalla crisi. Già il fatto che la sua scarcerazione sia stata concessa per via parlamentaria, dimostra la debolezza delle istituzioni ucraine ed un pericoloso vincolo tra i tre poteri dello Stato che hanno perso la loro indipendenza. Per la cronaca Yulia Timoshenko era stata condannata nel 2011 a sette anni di prigione per corruzione, condanna che era stata confermata dall’ultimo grado d’appello ed accompagnata dal fatto che lo stesso Yushchenko, il suo alleato ed ex Presidente mentre Yulia occupava il posto di Primo Ministro, ha dichiarato in suo sfavore.

Il fatto é che il governo di Yanukovich si é trovato stretto fra l’incudine europea ed il martello russo, ed alla fine ha optato per Mosca che offriva condizioni irrinunciabili: un prestito di 15 miliardi di dollari ed una riduzione del prezzo del gas di quasi la metà. Con questi vantaggi, l’Ucraina poteva pensare pianificare la sua gestione di nuovo corso, senza intaccare i privilegi dell' oligarchia ma anche senza distruggere la spesa sociale come invece proponeva l’UE a fronte di aiuti irrisori in comparazione con la proposta russa. Il governo ha fatto una scelta legittima che non é piaciuta a Washington e Bruxelles che hanno chiamato al lupo, intendendo al pericolo di deriva autoritaria, e a una minoranza della popolazione che é scesa, anch’essa e comunque legittimamente a protestare. Ciononostante, seppur l'Agorà é parte della vita democratica e le democrazie moderne rappresentative presentino ancora molte debolezze per cui le manifestazioni, specie se pacifiche sono un balsamo per le nazioni, l’esercizio elettorale rimane la migliore e comunque l’unica strada per decidere le politiche di un paese. Piaccia o non piaccia, questo non é quello che é successo in Ucraina dove si é scelto una volta di più di appoggiare una rivoluzione di colore per promuovere cambi imminenti in linea con gli interessi occidentali. Questa strategia propagandistica é inevitabilmente il preludio alla guerra. La Russia ha risposto con la sola strategia che conosce e di cui dispone, la minaccia armata, approfittando del caos per promuovere un referendum in Crimea quanto all'adesione di quest'ultima alla Federazione russa.

Lo scenario adesso si é spostato sul piano della comunicazione. Mosca cercherà di vendere l'iniziativa in Crimea come una legittima scelta nella stessa chiave auto-deterministica che ad occidente si ha spesso promosso anhce di recente, come in Kosovo o nel caso delle isole Falklands, contese fra Gran Bretagna e Argentina. Per gli Stati Uniti e l'Unione Europea invece si giocherà la carta democratica spingendo per nuove elezioni in Ucraina subito. Chi paga é la popolazione, mero strumento in mano ai giochi di potere.