La vicenda catalana ha riportato con forza l’attenzione sul tema dell’indipendentismo che, progressivamente, ha assunto una portata inimmaginabile fino a qualche anno addietro nel mondo occidentale, ove sembravano ormai acquisiti e consolidati gli assetti nazionali, destinati anzi in prospettiva ad essere superati – o quanto meno ammorbiditi – nell’ottica dell’integrazione del vecchio Continente in un’unica realtà economica, sociale, politica e giuridica.

A scandire questo passaggio hanno contribuito, da un lato, la storica caduta dei muri tra le due Europe alla fine del secolo scorso e, dall’altro, la perdurante crisi economica e gli effetti della globalizzazione che hanno esasperato un atteggiamento di disfavore nei confronti dei fenomeni migratori, potenzialmente in grado – ad avviso dei loro detrattori – di inquinare e contaminare le identità culturali nazionali e locali.

Non è un caso che due punti saldi dell’indipendentismo a cui (impropriamente) spesso ci si appella siano proprio le vicende del Kosovo, dichiaratosi indipendente dalla Serbia nel 2008 al termine della guerra che ha funestato per anni la ex-Jugoslavia, e della Scozia, che nel 2014 ha indetto un referendum per separarsi dal Regno Unito, conclusosi con un nulla di fatto. In entrambi i casi siamo di fronte a situazioni differenti rispetto a quella del referendum catalano: l’indipendenza del Kosovo fu subito riconosciuta da numerosi Stati (a differenza di quanto lascia intendere la levata di scudi di Paesi e Istituzioni europee contro la paventata separazione catalana), che legittimarono così la decisione presa dagli albanesi kosovari; il referendum scozzese fu il frutto di un accordo tra i governi del Regno unito e della Scozia (il c.d. “Accordo di Edimburgo” del 2012) che ne individuava le modalità di svolgimento e trasferiva temporaneamente al Parlamento scozzese il potere di legiferare sul punto (a differenza di quanto è accaduto per il referendum catalano, illegittimo e avversato dal governo centrale spagnolo).

Le diversità, sotto il profilo giuridico, non sono di poco conto.

Quanto al Kosovo, difatti, si tratta di una vicenda emblematica di come il diritto internazionale – di per sé fluido e mutevole più di ogni altra branca del diritto – operi in circostanze del genere: l’indipendenza è un qualcosa di legato alla realtà, ai fatti concreti che diventano entità giuridicamente rilevanti, piuttosto che ad un iter fisso e predeterminato scandito sul piano normativo da chissà quale testo di riferimento. Viene riconosciuta ab externo, è il frutto di scelte (politiche) adottate da altri Stati: sono questi ultimi a produrre le norme del diritto internazionale – un diritto in progress – e dunque, in ultima analisi, a decidere se e quando mutarle.

Al di là del referendum catalano, allora, ci si chiede oggi – anche in Italia – se è quando sia possibile per un determinato territorio separarsi da uno Stato di cui è parte, dichiarare la secessione. E qui entrano in gioco due concetti, tra loro confliggenti: quello della “garanzia del confine” che legittima lo status quo, a tutela dell’integrità territoriale e della stabilità dei singoli Stati (altrimenti esposti ad aggressioni dall’interno o dall’esterno), e quello condensato nel “principio di autodeterminazione dei popoli” (secondo il quale sono questi ultimi a decidere il loro status giuridico), a tutela di eventuali sottrazioni di sovranità da parte di Stati esteri o di abusi e discriminazioni operati all’interno da parte di regimi autoritari, gravemente lesivi dei diritti umani. Principio di autodeterminazione che nasce negli anni settanta del secolo scorso, guardando ai popoli vittime delle dominazioni coloniali. E dunque, essenzialmente, nell’ottica della liberazione dei popoli da secoli di soprusi e vessazioni. Ben diversa, è evidente, è la realtà odierna rispetto a situazioni come quella à la page della Catalogna.

Qui, in verità, si fa fatica ad individuare i contrassegni tipici che legittimano (rectius, consentono di giustificare a livello internazionale) la secessione, ed è tutt’altro che scontata – nonostante una storia plurisecolare caratterizzata da corsi e ricorsi nei rapporti tra centro e periferia – l’esistenza di un’identità del popolo indipendentista riconoscibile e distinta rispetto a quello da cui ci si vuole separare. Prevalgono, sulle ragioni identitarie, considerazioni ed interessi economici.

Un po’ quello che accade in Lombardia e in Veneto con i referendum (consultivi) indetti per oggi. Se è vero, infatti, che non bisogna confondere le istanze autonomiste con quelle indipendentiste – nel caso di specie oggetto della consultazione ex art. 116 comma 3 Cost. è la richiesta di maggiore autonomia dell’ente territoriale, con il conferimento di ulteriori competenze esclusive rispetto alle attuali in materie cardine e la conseguente riduzione del residuo fiscale, foriera di maggiori risorse da spendere a livello locale –  è anche vero che proprio guardando all’evoluzione della vicenda catalana emerge come gli ultimi, drammatici e radicali sviluppi siano l’acme di un crescendo iniziato alcuni anni fa con la semplice rivendicazione di una maggiore autonomia rispetto allo Stato centrale.

La nostra Carta costituzionale contiene un baluardo invalicabile – l’art. 5 – che blinda l’unità nazionale (la Repubblica è «una e indivisibile»). E tuttavia iniziative come quella di Lombardia e Veneto non devono essere prese sottogamba (il quesito referendario lombardo invoca la “specialità” della Regione quale premessa delle istanze autonomistiche), perché potrebbero dare il là ad analoghe azioni sul suolo italico, assecondando quel vento europeo che soffia sempre più spesso in direzione ostinata e contraria rispetto alla visione consolidata – ma per noi tutt’altro che metabolizzata – dello Stato unitario.

Sergio Lorusso

(Editoriale pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 22 ottobre 2017)