Le prossime elezioni politiche generali si avvicinano sempre più.

Pochi mesi ci separano ormai da quella data e, pur non dichiarandolo ufficialmente, i vari protagonisti in campo si stanno organizzando, giorno dopo giorno, avviando inevitabilmente la propria campagna elettorale.

Si tratterà, stando allo scenario attuale e in assenza di rilevanti novità, di elezioni dall’esito incerto per un duplice motivo: da un lato l’assenza di un partito che i sondaggi diano in larga prevalenza su tutti e, dall’altro, l’ancor attuale impossibilità di contare su una legge elettorale in grado di assicurare, contemporaneamente, sia la necessaria rappresentatività che la formazione di una maggioranza parlamentare omogenea in entrambe i rami del Parlamento.

In questo scenario caotico, incerto e, tra l’altro, dominato anche dalla stanchezza del popolo italiano, duramente provato da una decennale crisi economica e da un generale senso di sfiducia verso la politica, dimostratasi non all’altezza delle sfide e priva di un reale messaggio di cambiamento strutturale, si possono intravedere, tuttavia, due elementi quasi certi.

Il primo dato è che i tre principali schieramenti in campo, PD, 5 Stelle e Forza Italia/Lega Nord/Fratelli D’Italia (questi ultimi non ancora ufficialmente uniti ma storicamente sempre alleati negli ultimi 20 anni) raccoglieranno, complessivamente, tra l’80% e l’85% dei voti, cosa registrata da molti mesi nella totalità dei sondaggi (50-55% tra PD e grillini, diviso in parti più o meno uguali, 30% sommando i voti, paragonabili, di Forza Italia e Lega e un 5% probabile della destra più estrema di Giorgia Meloni).

Dunque più dei tre quarti del Parlamento sarà presumibilmente occupato da deputati provenienti da quelle formazioni.

Il secondo, invece, è il grande astensionismo che caratterizzerà, quasi certamente, la tornata elettorale.

Anche qui, le cause di quello che, stando ai sondaggi, sarà un vero e proprio boom del non voto (oltre il 30%) sono molteplici, ma le principali sono da un lato la tendenza consolidata all’aumento del fenomeno in tutte le elezioni degli ultimi 20 anni (19% nel 2001 e 2006, 22% nel 2008 e il 28% nel 2013) e, dall’altro, l’oggettiva mediocrità dell’offerta in campo, costituita da un movimento nato sul web, dedito al culto del capo supremo (Beppe Grillo) e cresciuto troppo rapidamente e senza maturità politica e amministrativa, un altro partito che si dichiara di sinistra ma che, da anni, pratica politiche di destra moderata grazie al suo segretario (Matteo Renzi) e, infine, uno schieramento che sembra ancora largamente dipendente dal suo vecchio fondatore, ultra-ottantenne, pregiudicato, i cui storici collaboratori sono finiti in carcere per mafia e le cui doti al governo sono state quelle che purtroppo ricordiamo tutti (Silvio Berlusconi).

In questa situazione politica, forse tra le più deprimenti degli ultimi decenni, c’è spazio per qualcosa che non sia riconducibile a Renzi, Di Maio o all’asse Berlusconi-Salvini?

C’è, in altre parole, la possibilità che i cittadini decisi a non votare per costoro possano concretamente essere rappresentati in Parlamento?

Come abbiamo visto sopra, lo spazio c’è pur se molto ristretto e va cercato all’interno del restante 15% di chi andrà a votare oltre che in quel 30% che, al momento, sembra orientato a snobbare le urne. In ballo, teoricamente, c’è qualche milione di voti.

Detto ciò, dunque, chi può tentare coraggiosamente di raccoglierli?

In uno scenario politico in cui, da decenni, a dominare è il pensiero neoliberista e i relativi programmi, l’arduo compito può essere svolto solo da una formazione che colmi un’assenza ingombrante, nei fatti più che nelle parole: la Sinistra.

Un partito progressista che dica agli elettori, chiaramente e seriamente, che il suo scopo, in questo momento storico, non è governare a tutti i costi alleandosi con chi da anni tradisce le proprie origini storiche, ma “semplicemente” quello di portare in Parlamento una posizione diversa, alternativa alle politiche neoliberiste e pronto a proporre leggi forti in grado di contrastare realmente l’enorme disuguaglianza economica esistente.

Un partito che ricordi, ogni giorno, come sia una vergogna che appena l’1% della popolazione del nostro paese detenga il 25% della ricchezza nazionale (dato mai registrato nella storia).

Che dica come sia avvilente un tasso di disoccupazione ancora al 12% (raddoppiato in 10 anni) nonostante le decine di miliardi (circa 15 per la precisione) dati alle imprese con l’aggiunta della riduzione dei diritti ai lavoratori attraverso il Jobs Act.

Che denunci quanto sia mortificante chiedere alle persone di lavorare fino alla soglia dei 70 anni (caso quasi unico in Europa), tra l’altro con orari giornalieri uguali a quelli di 50 anni fa.

Che chieda conto del perché di un’evasione fiscale paurosa, record in Europa, e che denunci con forza che le tasse sono pagate, nella stragrande maggioranza (sopra l’80%), solo da dipendenti e pensionati.

Che suggerisca l’estrema urgenza di aumentare gli attuali, scarsi, fondi nell’istruzione e nella ricerca pubblica in un mondo dove a vincere è la conoscenza e l’innovazione.

Che incalzi chiunque governerà sul miglioramento del settore sanitario, dove non basta dire che tutto va bene perché la gente vive di più ma occorre anche verificare se l’aumento dell’aspettativa di vita si coniughi con una qualità esistenziale accettabile (diminuisce, infatti, secondo le ricerche effettuate, l’età in cui ci si ammala, per la prima volta, di patologie critiche o gravi).

Che inizi finalmente a dire alla gente che il tanto osannato aumento del PIL, senza una reale redistribuzione della ricchezza prodotta, serve a poco, anzi aumenta ancor più la distanza tra ricchi e poveri.

Uno schieramento progressista, dunque, dovrebbe dire agli elettori che, una volta in Parlamento, proporrà leggi semplici e chiare come

  • riduzione dell’età pensionabile
  • riduzione dell’orario lavorativo
  • reintroduzione dell’articolo 18
  • reintroduzione della tassa sulla prima a casa a tutti, proporzionale al valore dell’immobile
  • inserimento in Costituzione di una norma che impedisca, per sempre, di varare condoni fiscali, palesi o fittizi (come il rientro di capitali dall’estero, vergognosamente premiati con super-sconti, alla faccia di quelli che le tasse le hanno sempre pagate)
  • riduzione delle spese militari e aumento dei finanziamenti ai Comuni per migliorare sensibilmente, trasporto pubblico locale, servizi sanitari (Ospedali e ASL) e strutture scolastiche

Una forza politica con queste caratteristiche, probabilmente, riuscirebbe a superare nettamente lo sbarramento previsto nella legge elettorale (qualunque essa sia) e potrebbe realisticamente aspirare a raccogliere, nella peggiore delle ipotesi, da un 5 a un 10% dei consensi.

A quali condizioni?

Che sia, oltre che netta nella sua identità anche assolutamente unitaria.

Al momento tale condizione, purtroppo, non c’è.

Esistono infatti due (piccoli) partiti, Sinistra Italiana (guidata da Nicola Fratoianni) e Articolo 1-MDP (di Pierluigi Bersani e Roberto Speranza, ma al momento priva di un suo Segretario) che, secondo i sondaggi, non dovrebbero superare, ciascuno, il 3%.

Troppo poco.

Che si uniscano, scelgano finalmente un nome stabile e duraturo (le nuove sigle proposte puntualmente ad ogni nuova elezione vengono ignorate dalla gente) e si impegnino ufficialmente (come Sinistra Italiana ha già meritoriamente fatto) a non allearsi mai con Matteo Renzi e il Partito Democratico, sgombrando il campo da qualunque ipotesi volta a garantire a quest’ultimo una stampella per continuare a governare.

Soprattutto, infine, non perdano altro tempo a portare avanti ciascuno una propria linea, leggermente diversa dall’altra ma inevitabilmente fallimentare per entrambe e in grado di lasciarli fuori dalle istituzioni.

Se faranno questo potrebbe formarsi in Italia un orgoglioso “Quarto Poloparlamentare, al momento più piccolo dei 3 che si sfideranno per il Governo, ma assolutamente in grado di condizionare la futura vita politica.

Un polo capace di ridare speranza a chi non si rassegna a convertirsi alla pericolosa demagogia grillina o alle ricette liberiste renziane, né tantomeno a resuscitare politicamente ex cavalieri dal passato fallimentare.

Un quarto polo, sconfitto nell’immediato ma, fortunatamente, ancora vivo e pronto a giocare la sua partita in un prossimo futuro.