In principio furono le vignette pubblicate su un tabloid danese a infiammare le popolazioni musulmane.

Correva l’anno 2006 e la diffusione delle immagini che ridicolizzavano la figura del Profeta portò – complice il Ministro per le Riforme pro tempore Roberto Calderoli, che aveva con orgoglio indossato pubblicamente una t-shirt con la riproduzione di una delle  sacrileghe caricature – all’assalto della nostra sede diplomatica a Bengasi e a duri scontri con la polizia di Gheddafi. Bilancio: 14 morti tra i manifestanti e le inevitabili dimissioni dell’incauto Ministro un po’ burlone.

Oggi la miccia è costituita da un apparentemente innocuo film intitolato L’innocenza dei musulmani (Innocence of the Muslims) il cui trailer diffuso ad arte sul web, con tanto di sottotitoli in arabo, mostra un poco credibile e alquanto macchiettistico Maometto trasformato per l’occasione in un ciarlatano latin lover (che evoca, se mai, le sembianze di alcuni uomini di potere occidentali del recente passato). Ma tant’è. Le sensibilità e gli umori di popoli e religioni sono ancora molto differenziate, nonostante la tanto reclamizzata globalizzazione.

Ne scaturisce una rivolta antiamericana senza precedenti che, dopo i drammatici e sicuramente preordinati fatti di Bengasi – ancora una volta la città libica icona della resistenza al colonnello Gheddafi – culminati nell’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia nella notte dell’11 settembre, si diffonde a macchia d’olio (Egitto, Yemen, Tunisia, Giordania, Libano, Kuwait, Marocco, Algeria, India, Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Iraq, Iran) e non colpisce più soltanto sedi diplomatiche e simboli statunitensi ma, più in generale, tutto ciò che è occidentale.

Un embrione di controrivoluzione in piena regola, che come la primavera araba trova nel web il detonatore e al contempo il principale veicolo di diffusione. Questa volta, però, il nemico non è il tiranno di turno che affama il popolo desideroso di aprirsi alla prosperità e alla democrazia, ma l’odiato Occidente reo di blasfemia. Persino Piazza Tahrir, luogo simbolo della sollevazione popolare anti-Mubarak nel 2011, diviene così lo scenario di accese manifestazioni anti-USA.

A poco più di un anno da quella storica rivoluzione, che ha spazzato via uno dopo l’altro i regimi corrotti che da decenni regnavano indisturbati nell’Africa del Nord, un altrettanto inatteso autunno arabo rimescola bruscamente le carte, invocando un crepuscolo dell’Occidente. Quasi un coup de théâtre, che impone di rimeditare i facili trionfalismi filo-occidentali con cui è stata salutata la primavera araba.

La coincidenza temporale con le prossime elezioni statunitensi forse non è casuale, tanto da alimentare il sospetto di occulte regie ‘dall’esterno’, finalizzate a condizionare l’esito della consultazione di novembre. Preoccupa, in particolare, il peso acquisito dal fondamentalismo islamico e dai gruppi estremisti, angosciano i loro collegamenti con la rete terroristica di Al-Qaida approvvigionata di armi provenienti dagli arsenali dissolti del rais di Tripoli. Serpeggia il pericolo di un nuovo ‘11 settembre’ diffuso, su scala mondiale, in grado di cogliere tutti impreparati, specie dopo l’eliminazione di Osama Bin Laden che per molti ha significato la fine dell’incubo materializzatosi nel 2001.

Le conseguenze, finora soltanto psicologiche, del clima di terrore propagatosi in questi giorni nel mondo occidentale sono del resto già tangibili: emblematica è l’evacuazione di massa (60.000 tra studenti, personale e docenti) di due università statunitensi per degli allarmi-bomba ‘targati’ Al-Qaida. La psicosi degli Stati Uniti under attack è tornata, proprio quando sembrava definitivamente archiviata da un Paese tutto concentrato sul duello per la Casa Bianca tra Barack Obama e Mitt Romney.

C’è però un filo rosso che unisce l’autunno islamico alla primavera araba.

Nel villaggio globale rivoluzioni e controrivoluzioni si combattono on line, prima ancora (e più) che nelle piazze. Internet, che ha costituito il collante delle proteste del 2011 e, insieme alle immagini diffuse grazie ai satelliti dai network internazionali, lo strumento di fulminea propagazione dell’onda ribelle, oggi è il veicolo del casus belli della reazione e il moltiplicatore del tam-tam antioccidentale.

Una rivoluzione digitale, ma non certo nel senso ottimisticamente propugnato da Steve Jobs (1955-2011) di fattore unificante e di progresso dei popoli. Se il mondo è diventato più piccolo e le distanze si sono drasticamente accorciate nel corso degli anni grazie ai media, l’avvento del web ha certamente radicalizzato questo processo, ma non ha annullato le differenze e le contrapposizioni tra genti e culture. Ha se mai reso più repentini e contagiosi i conflitti.

E così anche un film che è “uno, nessuno e centomila” per gli innumerevoli misteri che velano l’identità del produttore, dei finanziatori e del regista, una pellicola in bilico tra soggetti contraffatti, copioni manipolati e attori ingannati, di cui è incerta la stessa esistenza, finora attestata da un semplice promo alquanto artigianale messo in rete, può divenire la scintilla di uno scontro tra civiltà e – magari sfuggendo di mano al suo stesso ideatore – condizionare gli equilibri globali in una società sempre più virtuale dove fiction e realtà si mescolano pericolosamente.