La filiale Ypf (Yacimientos Petroliferos Fiscales) della Repsol, una delle principali società petrolifere del mondo, sarà espropriata dal governo argentino. L’annuncio, che era nell'aria da tempo, è arrivato nel pomeriggio di lunedì 16. La presidente Cristina Fernández de Kirchner, in un intervento nella sede del governo, ha letto tra gli applausi dei presenti la norma attraverso la quale lo stato, dichiarando la Ypf di pubblica utilità, otterrà il controllo del 51% delle azioni, mentre il restante 49% sarà ripartito tra le province.

La bancarotta di fine anni ’90 e la politica di denazionalizzazione ‘suggerita’ dal Fmi

La Ypf fu acquisita nel 1999 dalla Repsol (che ne controllava il 57%), colosso spagnolo nel settore del petrolio e del gas naturale con interessi in 29 paesi e 30.000 dipendenti. La fine degli anni ’90 rappresenta un momento cruciale nella storia dell’Argentina. Dopo una fase caratterizzata da una costante crescita, dal 1991 al 1997, nel 1998 iniziò un periodo di recessione con conseguenze nefaste per l’economia dello stato sudamericano, che entrò in bancarotta. Il Fmi ‘suggerì’ la strada da seguire: far entrare capitali stranieri per riattivare l’economia. Il governo di Carlos Menem rispose all'invito svendendo alle multinazionali attività d’interesse strategico. Dall’acqua alle poste, dalle aerolinee ai combustibili: non c’era settore dell’economia che non potesse essere acquistato a prezzi stracciati dalle avide mani degli investitori europei e nordamericani. Il 2001 segnò la fine del sogno (per pochi, incubo per tanti) neoliberista argentino. Con gli spari del governo di Fernando de la  Rúa su una folla inferocita ridotta alla fame (provocarono una quarantina di morti), si consumò l’ultimo atto della tragedia di una nazione che rivendicava la sua autonomia dopo decenni di protettorato statunitense e del Fmi. Nei successivi 10 anni l’Argentina ha avviato un lento ma continuo processo di crescita (tra il 7e il 10% l’anno a partire dal 2003) e redistribuzione delle ricchezze, azzerando il debito verso il Fmi nel 2005 e  abbracciando una politica di nazionalizzazione dei settori di pubblica utilità.

Ricavi miliardari senza investimenti

Fernández ha giustificato il provvedimento d’espropriazione (il testo di legge è entrato lunedì stesso in parlamento) con la mancanza d’investimenti da parte della filiale, tale da costringere l’Argentina a importare nel 2010 combustibile per quasi 10 milioni di dollari. Dati alla mano, Kirchner ha evidenziato come tra il 1999 e il 2011 la Repsol Ypf abbia registrato un attivo di 16.490 milioni di dollari, dividendo utili per 13.246. La differenza corrisponde agli investimenti effettuati. La nazionalizzazione è la diretta conseguenza di un braccio di ferro durato 4 mesi tra il governo e l’impresa, accusata di aver sensibilmente ridotto la produzione rinunciando a una seria politica d’investimenti.

“Siamo l’unico paese in America e quasi nel mondo che non dispone delle sue risorse naturali” ha dichiarato Cristina Fernández, aggiungendo che “proseguendo nella politica di smantellamento, senza produzione né esplorazioni, diventeremmo un paese senza futuro, non per mancanza

Siamo l’unico paese in America e quasi nel mondo che non dispone delle sue risorse naturali

Cristina Fernández
di risorse ma a causa delle politiche imprenditoriali”. La presidente ha indirettamente criticato il modello neoliberista seguito fino a 13 anni, individuando nella denazionalizzazione uno dei principali problemi del paese.

Una volta acquisito il controllo della società, secondo quanto stabilito dalla norma, si procederà alla rimozione totale dei dirigenti della Ypf. Kichner non ha fatto riferimento alle forme di risarcimento che interesseranno la Repsol, che uscirà con le ossa rotte dall'espropriazione. Dover rinunciare alla Ypf, secondo alcuni analisti, si tradurrebbe per la petrolera in una perdita di 15.000 milioni di euro, senza calcolare i danni relativi ai tagli all’occupazione e le ripercussioni sull'economia spagnola.

Europa sul piede di guerra

La risposta del governo spagnolo non si è lasciata attendere. L’esecutivo di Mariano Rajoy ha bollato la decisione assunta dall'autorità argentina come “arbitraria”, annunciando che adotterà misure chiare e decise in difesa degli interessi di Repsol e di tutte le imprese spagnole all'estero. José Manuel García Margallo, ministro degli Esteri, ha dichiarato che “la nazionalizzazione della società petrolifera determinerebbe una rottura tra i due paesi e non solo dal punto di vista economico”.

La decisione del governo argentino è al centro dell’attenzione della Comunità europea, perché potrebbe costituire un preoccupante precedente per gli interessi delle imprese del vecchio continente in Argentina. A spaventare è anche l’effetto ‘contagio’ in altre aree del Sud america dove operano (a condizioni estremamente vantaggiose) grandi aziende europee. Il parlamento di Strasburgo si prepara a votare (venerdì 20 aprile) una risoluzione in difesa degli interessi imprenditoriali europei in terra straniera. Un’esigenza condivisa dal Partito popolare europeo e dall'Alleanza dei socialisti e dei democratici europei. La prima forma di rappresaglia è stata la sospensione di una riunione del comitato di cooperazione tra Ue e Argentina (organo preposto a discutere le relazioni bilaterali, in campo economico, tra i due soggetti).