Mezza Europa è in recessione, a un passo dal baratro, ma lo spettacolo deve andare avanti. E’ così che in Polonia e Ucraina il Vecchio continente cerca di dimenticare la crisi e le sue devastanti conseguenze esultando per un gol. Lontano dalle milionarie giocate dei campioni di Spagna, Italia o Germania, lontano dai riflettori del pallone “che conta” si sta consumando il dramma umano di Mahmoud Sarsak, calciatore sconosciuto a molti, ma diventato simbolo della lotta di un popolo. Lo scenario è la Palestina, dove quasi mai arrivano le telecamere delle grandi emittenti televisive, o meglio Israele, perché è lì che da tre anni Sarsak è incarcerato, senza aver ricevuto capi di imputazione né essere stato sottoposto a un processo.

Il 22 luglio del 2009 Mahmoud, nato a Rafah (a sud della Striscia di Gaza) il 20 gennaio del 1987, si accingeva a raggiungere Balata, nel north del West Bank, per aggregarsi alla sua nuova squadra, il Balata Youth. Fu bloccato dalle forze di sicurezza israeliane al valico di Erez e da quel momento ebbe inizio il suo calvario. Non fu formulata alcuna accusa precisa a suo carico – non era la prima volta che usciva da Gaza per motivi legati alla sua attività sportiva (all’età di 17 anni prese parte in Norvegia a un torneo giovanile) – e una volta condotto nella prigione di Ashkelon fu interrogato e torturato per trenta giorni, prima di essere trasferito a Ramleh dove tuttora è detenuto. Il 19 marzo 2012 l’autorità giudiziaria israeliana ha rinnovato per la sesta volta la sua detenzione amministrativa. Da quel giorno Sarsak è in sciopero della fame, per protestare contro una reclusione palesemente illegale e le sue condizioni di salute si fanno sempre più critiche. Gravi al punto da costringere il 10 giungo il Servizio Prigioni Israeliano a trasferirlo presso l'ospedale Assaf Harofeh, 15 chilometri a est di Tel-Aviv. Nelle ultime settimane il mondo della cultura e dello sport si sono mobilitati richiedendone l'immediata scarcerazione. Manifestazioni in suo sostegno sono state organizzate in diverse città e appelli per la liberazione sono stati firmati, tra gli altri, dal regista Ken Loach e dallo scrittore Noam Chomsky. Uefa e Fifa hanno invocato una soluzione in tempi rapidi della vicenda. Poca roba per Israele, abituato a ignorare sistematicamente i tenui richiami che, di tanto in tanto, la comunità internazionale lancia per il rispetto dei diritti umani.

Sembra una storia incredibile quella del ragazzo venticinquenne che sognava un futuro nel mondo del calcio, ma nella Striscia di Gaza rappresenta la “normalità”. E’ normale essere fermato a un posto di blocco dalla polizia israeliana e ritrovarsi rinchiuso in chissà quale prigione, senza un perché. E’ un destino che accomuna centinaia di palestinesi. Mesi o anni senza poter vedere familiari e amici, fino a che un giorno ti rispediscono a casa (nel migliore dei casi). Come se niente fosse successo. E’ la strategia del terrore, che va di pari passo con i bombardamenti, i carroarmati e i cannoni ad acqua puntati contro le imbarcazioni da pesca palestinesi. Ieri (14 giugno), mentre l’Italia affrontava la Croazia in un match a detta degli esperti di “vitale importanza”, carro armati e bulldozers israeliani entravano a est di Khuza’a (fonte International Solidarity Movement) annunciando all'International Committee of the Red Cross in Gaza di essere pronti a  colpire una scuola elementare, la “Martyrs Scholl”. L’edificio è stato raggiunto da missili dei carroarmati, gli alberi d’ulivo che circondavano la struttura rasi al suolo. Giorno dopo giorno decine di volontari raccontano i soprusi compiuti da Israele, le distruzioni e le vittime innocenti, provando sulla loro pelle il senso di sconforto e abbandono che attanaglia un intero popolo. Questa è la normalità nella Striscia di Gaza, nulla a che vedere con lo spettacolo offerto dagli Europei di calcio. La normalità, è noto, non fa ascolto, tanto più quando c’è da coprire le nefandezze di un prezioso alleato. Ora basta parole, tutti davanti al televisore. Sta iniziando una nuova partita.