La faccia di Pavel Nedved difficilmente lascia trasparire emozioni, tranne quando da diffidato prende un cartellino giallo che non gli permette di giocare una finale di Champions League tutta italiana, o quando dall'urna di Nyon vengono fuori squadre come il Real Madrid. E stiamo parlando proprio della competizione maledetta per eccellenza. Il verdetto è ormai noto e la Juventus, contro l'armata di Cristiano Ronaldo, dovrà superare se stessa se vuole continuare a puntare la finalissima di Kiev.

"Saranno due belle partite, sappiamo che incontriamo il Real che sta molto bene e che ha ottime possibilità di vincere per la terza volta di fila la Champions", dice il vicepresidente bianconero ai microfoni di Premium Sport. "Saranno partite dure, difficili, ma noi proveremo a essere la Juve. A Cardiff era una partita secca e noi abbiamo retto 45′, stavolta è diverso. Nella partita singola loro sono più abituati, su due abbiamo qualche chance in più".

Quest'ultima affermazione rappresenta più che fedelmente il pensiero comune. Ma perché preferire due gare invece che una gara secca, magari una finale? La risposta scopre tanto i punti forti quanto i punti deboli della squadra di Torino.

Togliamoci subito il dente perché il punto debole della Juventus sta in maniera abbastanza evidente nella mentalità europea. Può sembrare un'asserzione esagerata e falsa, e in parte lo è: dire che la Juventus, ad oggi, è tra le potenze europee che si contano sulle dita di una mano non è sbagliato; dire che ha una rosa ultra competitiva e all'altezza delle altre big del Continente non è sbagliato; ma dire che l'approccio sbagliato ad una gara secca con il trofeo più prestigioso possibile in palio è la pura verità. La Juventus non ha ancora fatto il salto di qualità a livello di mentalità, non importa chi ci sia in panchina, non importa di quanti campioni sia composta la sua rosa: sui campi europei la pressione è una nemica della squadra di Torino, soprattutto quando il trofeo è ad un passo.

L'altro lato della medaglia prova a bilanciare questa mancanza. Massimiliano Allegri è un maestro nel preparare tatticamente le gare, i suoi uomini sono dei mostri nel saper soffrire quando serve, mantenendo la consapevolezza di essere una grande squadra ma con un atteggiamento da provinciale. Inutile dirlo: se la Juve si guarda allo specchio e perde anche soltanto un briciolo di umiltà lo sfacelo è dietro l'angolo, indipendentemente dall'avversaria che sta affrontando. Il tecnico toscano è bravo, bravissimo nel tenere tutti coi piedi per terra, nel gestire uno spogliatoio che, da qualche anno come i bei vecchi tempi, vanta nomi altisonanti e di rilievo internazionale. Questo è l'obiettivo nel doppio confronto con gli uomini di Zinedine Zidane: mantenere i piedi per terra, soffrire da squadra e affondare con le giocate dei singoli campioni.

C'è anche la questione precedenti. Se da un lato la Juventus è ancora ferita dalla finale di Cardiff (ferita non ancora sanata ma da curare necessariamente nel giro di pochi giorni) il Real Madrid non ha dalla sua parte le statistiche nei confronti europei contro i bianconeri: nelle ultime 6 gare giocate tra le due squadre ben 4 sono risultate a favore dei bianconeri ed è da 32 anni che i Blancos non eliminano la Juventus nel doppio confronto. Come se non bastasse ci si mettono le coincidenze fortunate, o il destino, fate voi: i bianconeri hanno vinto la Champions nel 1996 dopo aver eliminato proprio il Real Madrid nei quarti di finale; la storia recente vede, invece, i bianconeri soccombere a Berlino contro il Barcellona (finale 2015) ed eliminare i blaugrana nei quarti di finale del 2016. L'associazione è presto fatta: il Real batte la Juve nella finale del 2017 e la Juve batte il Real nei quarti di finale del 2018.

Possibile? Possibile, ma meglio lasciare la cabala da parte. Il pallone è rotondo e per vincere bisogna spingerlo in porta.