Poco più di ventimila abitanti, degrado, spaccio e la comunità Rom più numerosa d'Italia. Così si presenta il quartiere Rancitelli, periferia di Pescara: uno di quei posti che la cronaca quotidiana racconta per le sue storie di dolore, violenza e problemi sociali. Proprio dalle strade di questo quartiere arriva la storia di oggi: Nosenzo, al secolo Alessandro è un giovane cantautore e un bravissimo chitarrista. Comincia proprio suonando la chitarra, a 8 anni: “Immagina un ragazzetto con le unghia lunghe alla mano destra, in un quartiere come il mio. Mi prendevano un po’ in giro gli amici quando venivano a citofonarmi a casa per andare a giocare a pallone e io gli rispondevo che dovevo studiare. Mi guardavano come un alieno. Non so spiegarti cosa accade nella mente di un bambino che studia musica classica 5 – 6 ore al giorno. Io lo ricordo come amore, adoravo suonare la mattina”. Il suo più grande sogno da bambino è che la musica potesse diventare un lavoro. “Una chimera” – dicono gli amici, un vero e proprio sogno che solo se sei raccomandato o ricco puoi realizzare: “Io, invece, guidato dalla passione e dalla curiosità ma anche dall'istinto, ho abbandonato la musica classica perché sentivo il bisogno di spaziare, improvvisare. Così, mi sono dato allo studio del jazz. Appena finite le scuole superiori ho cominciato a suonare in giro”.

Non è un mondo facile, forse a questo si riferiscono gli amici. Difficile arrivare e guadagnarsi da mangiare. E infatti Alessandro si arrangia come può, provandole un po' tutte. L'idraulico prima, l'elettricista poi gli permettono di studiare chitarra a Roma, dove si trasferisce, e il sogno continua. La ditta per cui lavora fallisce e scompare nel nulla e Alessandro ritorna in Abruzzo dove viene ammesso al corso di Jazz al conservatorio: “Sono finito in mezzo alle montagne. Ho vissuto per 4 anni a L'Aquila. Nel frattempo ho sempre suonato, dal reggae al jazz, fino a che non ho cominciato a suonare con una orchestra klezmer, poi, con un quartetto che faceva musica tzigana. Sai quando ti senti a casa… Ho sempre cercato questa sensazione nella mia musica. Ho inciso un disco di free jazz elettronico, ho scritto e suonato diversi stili ma come mi diverto a suonare lo stile rom, come mi rapisce la musica popolare, legata alla terra alle origini! Sono un istintivo, mi sento realmente un tramite. Ho necessità di coinvolgere e, per me, le musiche popolari di tutta la terra sono come un grande abbraccio che mi scuote e mi fa sentire terribilmente amato”.
Nel 2007 l'occasione che gli cambia la vita. Un invito a partecipare ad un tour che da Vienna a Bucarest attraversa le terre del Danubio con un barcone di artisti: l'Odisseè du Danube organizzata dall'istituto internazionale dei Teatri Mediterranei (IITM) da un’idea di Leo Ferrè e i suoi folli amici Richard Martin (direttore del teatro Toursky di Marsiglia). Per l’occasione è stata messa su un’orchestra internazionale di musica popolare composta da algerini, marocchini, francesi, spagnoli, rumeni, bulgari, serbi, albanesi, greci e un solo italiano: “E' stato un viaggio, un’esperienza incredibile. Sono rinato, ho avuto la fortuna di vedere e toccare con mano ciò che in quel momento della mia vita mi incuriosiva e allo stesso tempo mi stupiva. Mi rendeva piccolo ma allo stesso tempo enorme”. Un viaggio fantastico, un'esperienza indimenticabile. Alessandro decide di tornare a casa, nel suo vecchio quartiere per ripartire da lì come artista, sempre più convinto dei propri mezzi, sempre più consapevole che è quello il posto giusto: “Viverci è strano. E' come un eterno essere incazzato che piano piano diventa un motivo per cui lottare. Sì, perché i bambini sono bambini, le persone sono persone. L’indirizzo non mi sembra conti molto se non per chi guadagna sulla ghettizzazione. Conta per chi vende eroina, per chi ha costruito, ideato e politicamente appoggiato un’edilizia popolare assolutamente inadeguata e volta alla ghettizzazione e ai favoritismi di stile mafioso”

“Ad un giovane consiglierei di viaggiare il più possibile per poi tornare nella propria terra e scegliere di fare il mestiere che ama"

Alessandro Nosenzo
Crescere in un contesto del genere non è stato semplice e Alessandro si sente fortunato. I suoi gli hanno trasmesso l'amore per i libri, la musica, la cultura nonostante le innumerevoli difficoltà: “E poi la musica mi ha tenuto fuori da alcuni meccanismi che altrimenti per una persona disagiata, in luoghi come Rancitelli o Secondigliano, diventano la normalità”. Fare l'artista da quelle parti non è mai stato considerato un vero e proprio lavoro ma Alessandro si sente vuole essere da esempio: “Sono uno come tanti, solo non ho mollato. Ho resistito quando era da folli resistere. Penso che i sogni siano qualcosa di importante, i sogni non hanno carta d’identità, non badano al reddito e nemmeno al posto in cui vivi. Sì, è durissima, ma d’altro canto, per chi non lo è?”

“Io vengo dal sud”, il suo primo singolo, è anche il manifesto della sua musica in cui colori, dolori, amori, critica sociale e gioia trovano una casa comune. Il ritmo, la felicità e la incredibile energia, positività dei suoi brani fanno muovere il corpo e ballare, in una riscoperta anche molto colta della musica folk e gitana. Il disco di Nosenzo è stato arrangiato e prodotto da Enrico Melozzi per la casa discografica Cinik International Recording di Roma. Produttrice esecutica Valentina D’Ignazio.
La regia del videoclip di “Io vengo dal sud“, realizzato interamente in Abruzzo, è stata curata da Walter Nanni. Vengo dal Sud “E’ il mio personale grido contro ogni forma di discriminazione. Tutto è a sud di qualcos’altro. E' la mia voglia di fare, è tutto ciò che sembra lontano e che invece, alla fine dei conti, è casa tua. Io sono il mio territorio. Spero, sinceramente, che il mio disco faccia venire voglia di uscire, abbia l’effetto contrario a quello dei telegiornali che tendono a terrorizzare e a incollare le persone alle poltrone. Spero faccia venire voglia di fare un viaggio o, più semplicemente, di andare a pranzo da un amico. Spero che faccia venire voglia di muoversi e danzare liberi. La musica è anche questo, va vissuta”. Restare al Sud è una scelta ancora possibile che può ripagare più del partite: “Ad un giovane consiglierei di viaggiare il più possibile per poi tornare nella propria terra e scegliere di fare il mestiere che ama. Ci sono tanti problemi da risolvere, il che significa che di lavoro ce n'é. Il problema è che al sud siamo soli, lo Stato c’è ma si è messo in malattia, in aspettativa. Mi auspico un ritorno alla campagna, alla sana e buona terra coltivata senza concimi chimici o pesticidi…ci vuole amore per le cose che crescono”.

Quindi, Viaggiamo. Non alla ricerca di nuove terre ma di nuovi occhi con cui ripartire nella nostra terra.