L’Unità affonda. Quelle decine di bianche preludio alla cessazione delle pubblicazioni (il 1 Agosto prossimo) sono come un pugno nello stomaco, peggio, un calcio nei coglioni. Ricordano pagine tristi della storia italiana, ricordano la minaccia incombente della censura (questa volta economica), sono lo specchio di un popolo e di una classe politica che ha smesso di amarsi dato che un paese che non è in grado di salvaguardare il proprio patrimonio culturale è destinato a scivolare nell'oblìo. Un giornale è infatti la memoria storica di un paese, rappresenta la sua coscienza, incarna le sue inquietudini, illumina le sue speranze. Da parte della classe politica, degli azionisti e di tutti coloro che hanno voce in capitolo sarebbe necessario sedersi attorno ad un tavolo e discutere seriamente su come salvare questo pezzo così pregiato della storia giornalistica del nostro paese. Soprattutto perché qui si parla di un quotidiano storico, fondato 90 anni or sono da Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Antonio Gramsci dico, non Walter Lavitola, Maurizio Belpietro o Giuliano Ferrara. Eppure vedo tanta, troppa indifferenza nei confronti di un giornale che ha fatto la storia d'Italia e che ha accompagnato con efficacia, rigore e critica le fasi agitate della nostra repubblica. Colleghi di qualsiasi testata o gruppi editoriali, politici e imprenditori, cittadini comuni, tutti dovrebbero solidarizzare e sostenere la lotta dei nostri colleghi che cercano semplicemente di salvare un pezzo importante d'Italia. Tante volte infatti questo quotidiano è stato dato per morto e poi è risorto, come la Fenice. Si spera che anche questa volta avvenga lo stesso. Io intanto sono con l'Unità. Dovreste esserlo anche voi perché questo giornale appartiene a tutti gli italiani.