Chi è Vito Pagano?

"Vito Pagano è un pesce d'acqua dolce, che ha sempre sognato l'oceano e fa di tutto per raggiungerlo. Vengo dalla realtà di un piccolo paese del sud e la posizione fisico-geografica della mia casa mi ha sempre fatto sentire in una zona di sospensione, dato che è situata in una strada di campagna che collega due paesi. Dalla finestra della mia cucina c'è sempre stato un panorama onirico, verde, silenzioso, non sentivo mai passare una macchina, ne sentivo le voci degli abitanti. Ero sempre al di fuori, ai margini di un piccolo mondo, quindi posso dire di non essere realmente cresciuto dentro una realtà ma al di fuori di essa, ma abbastanza vicino da poterla osservare senza però essere troppo contaminato. I tramonti porpora dinanzi alla mia finestra, uniti ai paesaggi mi hanno sempre fatto sentire in una dimensione "altra" e su quella ho plasmato la mia personalità. Vivere in un piccolo mondo isolato ha fatto crescere in me una solitudine che mi ha sempre contraddistinto e che ora mi ha reso quello che sono: un pesce solitario che sta bene con se stesso, pronto a conquistare l'oceano, perché il lago gli è sempre stato stretto. Ho sempre puntato alla grandezza e non ci ho mai visto niente di male in questo."

Come nasce il lungometraggio Amigdala?

"Amigdala è nato casualmente, in un periodo in cui probabilmente non ero ancora pronto per gestirlo: una sera su un set un mio amico mi disse una frase riferita a una valigetta delle ottiche che stavamo usando per un cortometraggio. In quella frase c'erano due elementi: il numero 666 e gli obiettivi cinematografici. Da quel momento il mio cervello ha collegato le due cose e da lì è nata tutta una storia che poi è divenuta un film. L'idea si è impossessata di me e non mi ha più lasciato ed era bellissimo. Avevo una ragione per andare avanti e per vivere, per creare, una possibilità di dimostrare a me stesso che che avrei potuto fare un film che mi sarebbe piaciuto vedere come spettatore. Il processo creativo è stato interessante, perché mi si sono aperte nella testa diverse cartelle che avevo rimosso, tra cui quella riferita all'amigdala e alla sua funzione nel nostro organismo, cosa che avevo studiato anni prima all'università nella facoltà di Scienze dell'Educazione e della Formazione. Col tempo cominciavo a notare che la storia che stava nascendo era sulle mie corde, sapevo che potevo realizzarla e ci ho provato. Certo, la parte tecnica e la messa in scena mi sfuggiva completamente, ma non importava: sapevo quello che stavo facendo altrimenti tutto questo non avrebbe avuto un senso. Sono andato avanti, incosciente, e ignaro di cosa mi si stava prostrando nel mio cammino. Non potevo fare scelta migliore."

E' un thriller psicologico quindi sicuramente un lavoro di un certo spessore artistico, l'approccio con questa tematica?

"Credo che ogni genere richieda un certo spessore artistico perché possiede determinate regole e se le conosci bene, puoi anche prenderti il lusso di tradirle. Essendo cresciuto essenzialmente con i film fantastici e i thriller, la mia sensibilità era più propensa a sviluppare quel genere di storie, perché credo che l'individuo abbia sempre bisogno di emozioni forti e i film sono capaci di darci quelle emozioni. In Amagdala ho abbracciato un genere thriller, con sfumature horror ma che è anche un film romantico e malinconico. L'approccio che ho usato è stato prettamente visivo, ho sempre confidato nella forza delle delle immagini, prima che quella delle parole, della musica o altro. Nel mio film ci sono diverse sequenze mute, narrate solo dalle immagini, dall'espressività degli attori e dalla musica e credo che questo debba essere il modo migliore per raccontare una storia, se consideriamo che il cinema è muto. Credo che questa scelta dipenda dal mio essere cresciuto in solitudine, comunicando poco verbalmente con gli altri, cosa che credevo fosse un problema da superare, oggi invece ne vado fiero. Ho sviluppato una comunicazione con me stesso che mi permette di vedere dove altri non vedono, probabilmente perché troppo occupati a parlare. Non vado pazzo per i dialoghi: certo, se ben scritti e necessari ben vengano, ma personalmente li utilizzo solo se non c'è altro modo per esprimere un concetto. Se può farlo un'immagine perché usare la parola? Affidarsi ai silenzi e ad una comunicazione prettamente non-verbale è un rischio che un regista deve assumersi ed io ho fatto questa scelta, ma solo perché è la più coerente con quello che sono."

Ci può dire qualcosa del suo lavoro sul set?

"Il lavoro sul set di un film, di un qualunque film, è sempre un'esperienza molto personale perché si tratta di interagire con molte persone a cui devi trasmettere la tua visione dell'idea e dell'intero progetto e questa è una cosa che nelle scuole di cinema non possono insegnarti, in quanto dipende puramente dal carattere che ti ritrovi. Ci sono diversi fattori da considerare su un set: la comunicazione, il clima, il saper gestire i diversi reparti, ma soprattutto la connessione e l'interdipendenza tra le varie figure ed è una cosa molto difficile da realizzare specie se sei alle prime armi. Devi prenderti abbastanza tempo per capire chi hai davanti e soprattutto, se gli altri hanno la tua stessa capacità di apprendere. Un'altra cosa che conta è la continuità. Se decido di fare un viaggio in autostrada, so che inizialmente partirò lento, inserendo le varie marce, per poi arrivare ad una velocità costante che so che mi porterà a destinazione. Durante il viaggio devo cercare di evitare rallentamenti, o frenate brusche come improvvise accelerazioni che possono mettere lo stesso viaggio in pericolo. Nel mio caso tutto questo è proprio accaduto per due ragioni: la mancanza di una macchina organizzativa che facesse partire il meccanismo, e soprattutto il mio carattere: per un ragazzo di 28 anni che ha sempre parlato poco con le persone è stato difficile esporsi, specie se si trattava di un progetto piuttosto insolito per il panorama italiano. La mancanza di organizzazione e la complessità di gestire un progetto più grande di me, mi ha portato a frenate brusche, rallentamenti, soste infinite del viaggio e a volte delle accelerate improvvise, tutti elementi che hanno destabilizzato la lavorazione del film e che mi hanno portato a scontrarmi con molti inconvenienti, tra cui attori che hanno abbandonato il progetto, alcuni membri della troupe che ormai avevano preso la loro strada e un piano di riprese da riorganizzare continuamente. Ma è stata un'esperienza necessaria a farmi capire cosa deve fare un regista o meglio un leader: guidare una squadra nel campo minato, e far in modo che nessuna si faccia male. Purtroppo ho ottenuto il contrario ma probabilmente il prezzo da pagare per far nascere il film era questo: mettermi seriamente alla prova e uscire dal guscio una volta per tutte. Non esiste al mondo persona che non possa realizzare qualcosa se ci si impegna sul serio. Alla fine di tutto, l'ho fatto, mi sono impegnato, versando lacrime, sudore, sangue e ho dovuto incassare colpi che mi lasciavano senza fiato. Ho perso tante battaglie ma ho vinto la guerra ed ora il film esiste. Sul set però non è stato tutto così nero: ci sono stati momenti tranquilli o divertenti in cui riuscivo ad avere un'idea chiara di ciò che volevo. Era come se un altro me prendeva il controllo della situazione e mandava avanti tutto. Mi soffermavo molto sugli attori, spiegando loro cosa volevo veramente, ma allo stesso tempo erano proprio loro a stupirmi, dandomi performance che neanche io mi sarei immaginato. Questo ti fa capire come ognuno ha il proprio territorio da esplorare e come l'esperienza di un film può essere il gioco più bello che si possa vivere, ma che purtroppo sei costretto a fare da adulto e non da bambino. Sul set ero sempre in tensione per via del tempo che sembrava andare al doppio della velocità. Io poi posso definirmi uno di quei registi che sta nel campo minato con la troupe, perché facendo il videomaker, molte riprese del film le ho fatte io personalmente. Sul set ero il ragazzo qualunque con un sogno nella testa e nel cuore e avevo persone che si stavano dedicando alla realizzazione di quel sogno, anche se magari non tutti ci credevano allo stesso modo. Spero solo di valorizzato la maestria di ognuno di loro e che tutti possano essere soddisfatti del risultato finale."

Il mondo del cinema negli anni ha riportato dei cambiamenti? E' un cinema orientato più verso la realtà?

"Purtroppo si, ci sono stati cambiamenti in negativo negli ultimi 15 anni che stanno portando il cinema a diventare sempre più una forma di imprenditoria che una forma d'arte. Non voglio certo essere il pessimista cosmico che vede tutto nero ma ci sono dei fatti evidenti di questo cambiamento e questo vale sia per il cinema italiano che per quello straniero. Per quanto riguarda il cinema italiano vorrei dire questo: abbiamo sempre raccontato storie realistiche, considerando che il Neorealismo è stata la più grande corrente cinematografica della storia. A parte alcuni film onirici di Fellini, il nostro cinema è sempre stato legato alla realtà, quasi documentaristico, trascurando la fantasia. E' giusto raccontare storie realistiche perché è giusto che un film debba descrivere un certo tempo, come il Neorealismo rivelava il contesto sociale italiano del Dopoguerra o il cinema degli anni 60/70 raccontava le tensioni politiche di quegli anni. Com'è anche giusto che la commedia abbia sempre menzionato la stessa società degli italiani, sia in modo demenziale che malinconico, ma ci è sempre mancata la capacità di fantasticare e negli ultimi tempi questo fenomeno si è amplificato, come anche la crisi economica. Federico Fellini, pur avendo cominciato la sua carriera da neorealista con i film come I Vitelloni, il Bidone o Le Notti di Cabiria, ho poi dato una sterzata non indifferente al suo cinema, realizzando film molto personali basati sulla fantasia, su personaggi assurdi e unici, alcuni inventati altri magari davvero esistiti, che Federico avrà vissuto in prima persona con la sua visione unica delle cose. Amarcord è l'esempio perfetto di come un film possa raccontare la realtà di un paese in modo fanciullesco e onirico. Fellini ha avuto il coraggio di distinguersi da tutti gli altri, come Sergio Leone è riuscito a prendere un genere tipico americano, il western e farlo tutto suo, impregnandolo di tutti gli elementi che lo hanno reso un maestro: i silenzi, il lato oscuro di personaggi solitari e senza una via d'uscita, la malinconia e la poetica tipici di un film come C'era una volta il West. Lui, come Fellini, era un sognatore e aveva un mondo tutto suo, molto personale nel suo cuore, ed è riuscito in pieno a realizzare le sue storie, senza preoccuparsi del genere, della durata delle sue pellicole, delle scelte degli attori e dello stile, perché ricordiamo che registi come Leone e Fellini, hanno creato un vero e proprio stile imitato da molti registi americani venuti nelle generazioni future. Col tempo, ci siamo fatti contaminare dalla realtà che è diventata sempre più difficile e sentiamo ancora il bisogno di raccontarla, il che è lecito, ma non è giusto estraniare completamente molti altri generi che il cinema ci ha offerto in passato. Siamo degli eterni disillusi, ci stiamo facendo sopraffare dalle difficoltà quotidiane e sentiamo il bisogno di esporre solo quelle. Oggi non vedo un film in cui ci sia un minimo di fantasia, di fanciullezza. Ci siamo dimenticati dei nostri sogni, di quei mondi che volevamo vivere da piccoli e che abbiamo abbandonato perché ci siamo fatti vincere dalla realtà. Specie in Italia se sei un regista che affronta temi sociali, sei preso più seriamente rispetto a uno che invece tratta temi puramente fantastici, ma che ricordiamoci, sono sempre legati alla vita di ognuno di noi. Sono amareggiato da questa situazione. Il cinema ormai è contaminato dalla politica e i produttori di una volta non ci sono più. L'amore per il cinema è stato sostituito dall'amore per i soldi, degli incassi sicuri, non c'è più voglia di rischiare e fare la differenza. Stiamo diventando sempre più uguali a noi stessi e abbiamo dimenticato che una volta avevamo dei sogni,che abbiamo abbandonato per qualcos'altro, un qualcosa che che non sarà mai eterno come può essere un sogno. Ho molta nostalgia di un produttore che ha davvero fatto la differenza sia in Italia che all'estero: Dino Delaurentiis, morto qualche anno fa. Lui aveva la teoria delle 3C, i tre elementi essenziali che deve avere un produttore. Lui li aveva tutti e tre e anche in un giusto equilibrio e questo gli ha permesso di osare e realizzare grandi successi come Serpico, I Tre Giorni del Condor e King Kong, come anche grossi fiaschi quali Flash Gordon e Dune. Ha avuto la capacità di rischiare e investire, e di lanciare nuovi registi, sapendo che ogni volta sarebbe andato incontro al consenso del pubblico o a un fallimento. Questo è un vero uomo e un vero produttore, uno che merita la P maiuscola. Un regista come Jonhatan Mostow deve tutto a Dino, perché senza di lui non avrebbe mai realizzato Breakdown, il suo primo film, che poi gli ha permesso di realizzare altri filmoni quali Terminator3, U-571 o Il Mondo dei Replicanti (Surrogates). Dino era uno che cercava di perpetuare il cinema, di renderlo immortale, scoprendo nuovi talenti. Dino non ha mai abbandonato quel bambino che sognava il cinema e nelle sue ultime interviste, dietro le sue rughe e i capelli bianchi, c'erano anche quegli occhi di bambino incontaminati. Oggi il cinema sta morendo per la paura, per la mancanza di fondi e per l'incapacità di rimanere limpidi credendo in quei sogni dell'infanzia che ci hanno fatto crescere, fino al punto dell'abbandono vero e proprio ovviamente. Fortuna che Sorrentino e Garrone danno ancora dignità a un cinema che stranamente ha più successo all'estero che qui in Italia e non fatemi aprire il capitolo La Grande Bellezza se no non ne usciamo più. Per quanto riguarda Hollywood, devo dire che c'è stato un cambiamento anche lì: si ha paura di rischiare con nuovi progetti puntando su rifacimenti di film anni 80, sequel, remake, prequel etc. Ma almeno lì la fantasia non l'hanno mai abbandonata, continuano a stupirci con mondi fantastici seppur privi di idee forti. La Hollywood di oggi che preferisco è la Hollywood di David Fincher, Danny Boyle, Steven Soderbergh, Darren Aronosky, Guillelmo Deltoro, Inarritu e Refn, alcuni di questi di origine europea che hanno portato nei loro film il loro stile personale e culturale, un po' come accadde a Paul Verhoeven, olandese degli anni 80. Tutti gli altri registi sembrano nascosti in progetti troppo commerciali che soffocano un loro stile personale. Per concludere, io sono per il cambiamento, l'esperienza stessa di Amigdala ha fatto in modo che io cambiassi, come la mia vita, ma bisogna puntare a un'evoluzione profonda, in  cui i film hanno qualcosa da dire e mettere in gioco tutto. Se vuoi cambiare la situazione, devi fare cose diverse. Altrimenti sarà sempre tutto una copia, di una copia, di una copia. Tutti nello stesso Titanic in procinto di affondare."

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

"Io credo che questi due aggettivi vivano in due dimensioni differenti: nella tua testa è sempre tutto facile, fattibile. Nella realtà esterna alla tua testa, le cose si complicano, questo perché nei tuoi sogni di regista non hai freni, la realtà invece ne ha a dozzine e devi farci i conti. Questo è un dato di fatto: qualunque sia l'idea che hai in mente, alla fine sullo schermo, avrà sempre qualcosa di diverso perché sacrificato o contaminato dalla vita reale. Per quanta immaginazione tu possa avere, la vita reale ci metterà sempre del suo e devi accettarlo. Ci si fa sempre un'idea di qualcosa per poi assistere alla trasformazione di quel qualcosa. Come quando ti innamori di qualcuno: ti innamori inizialmente dell'idea che ti fai di quella persona, in base a delle sensazioni, ma poi approfondendo la conoscenza nel tempo, rivela dei difetti che non potevi immaginare. In quel caso scegli se stare ancora con quella lei e accettarla così com'è oppure lasciarla. Fare un film è un po' così: fai di tutto per avere il controllo ma c'è sempre qualcosa che si fa da solo, che sfugge al tuo controllo e se lo accetti, capisci che è un processo naturale delle cose, che non puoi sempre controllare tutto, come nella vita. Riconoscere i propri limiti di essere umano è fondamentale. Quindi in fase di immaginazione e creazione, è tutto facile, in fase di realizzazione è tutto difficile ma la cosa assurda è che questo mi rende felice, magari non subito lì al momento, ma è una cosa che realizzi dopo, perché ti accorgi di come le difficoltà del mondo reale possano migliorare il tuo film. Ed è lì che devi dimostrare di essere un regista; risolvere gli inconvenienti, i problemi con i pochi mezzi che hai a disposizione. Se fosse tutto manipolabile a nostro piacimento non ci sarebbe il gusto della scoperta e non saremmo più capaci di sorprenderci e capisci che la realtà ha più fantasia di te. Il massimo che puoi fare, è fare del tuo meglio con quello che hai, il resto viene da se."

Quanto spazio lascia all'improvvisazione sul set?

"Questa è una buona domanda. Come ho detto prima, per quanto tu possa scrivere o immaginare un ruolo, un personaggio, devi sempre abbandonarti alla fantasia degli attori, perché non esiste solo la tua fantasia. Ognuno deve avere il proprio territorio da esplorare. La sceneggiatura di un film non è la Bibbia, cambia continuamente ed è giusto che sia così, perciò lascio ai miei attori la libertà di sorprendermi. Bisogna ricordare che un regista non è un maestro di recitazione e deve sempre capire chi ha davanti per poi lavorare sul singolo soggetto. Ho una mia tecnica con gli attori che non voglio rivelare, ma bisogna essere psicologicamente ed emotivamente capaci di insinuarsi nell'attore che hai di fronte senza invadere il suo campo di gioco. Capire in che modo quell'attore o attrice esplora, respira, pensa, vive o soffre. Per uno come me che tace e osserva, è abbastanza facile fare questo, ma non pensate che non ci siano difficoltà. Lascio lo spazio giusto per l'improvvisazione, perché ci sono artisti che escono troppo dalla carreggiata, come ci sono altri che sono troppo legati alla tecnica. Cerco di affidarli più all'istinto e al momento. In Amigdala non ci sono grossi nomi, e ne vado fiero perché come scommetto su me stesso, lo faccio anche sui giovani attori che a loro volta hanno scommesso su di me e su loro stessi. Erano per lo più attori di giovane età che avevano molto da esprimere e li ho lasciati fare e per ognuno, ho cercato di guidarli verso la strada che poi loro da soli dovevano intraprendere. Ho scoperto che davano più di quello che credevano di poter dare. Mi hanno stupito con la loro capacità di lasciarsi andare e tutto ciò spesso ti porta a risultati molto più prosperi di quelli che otterresti se cerchi di controllare ogni minima cosa. Per esempio l'attore protagonista Giovanni Morassutti, si è messo in gioco interpretando un monologo di 5 minuti che ho scritto per lui e gli dissi che avevo intenzione di realizzarlo in piano sequenza senza alcuno stacco di montaggio: camera fissa, e lui che guarda dritto il pubblico. Ci abbiamo lavorato molto ed è stato lungo e faticoso il cammino, ma in quei 5 minuti, dopo 12 ciak, ha compiuto il miracolo. Mi ha dato quello che volevo, anzi, mi ha dato una performance migliore di quella che avevo immaginato. E' sempre una questione di scambio e in esso deve esserci libertà di esprimere se stessi, quello che si è. Nella libertà possiamo sempre tutto, nei limiti no."

Quali sono i suoi registi preferiti? Qualcuno l'ha influenzato in modo particolare nella sua formazione?

"Beh, ovviamente, come tutti i registi, sono stato influenzato dai miei idoli. Dividerei la mia vita cinematografica in due fasi: la mia infanzia, anni 80, in cui i film di Steven Spielberg, George Lucas, Chris Columbus, Robert Zemeckis, James Cameron, Joe Dante, Tim Burton, Charlie Chaplin, Sylvester Stallone, hanno plasmato il mio imprinting. Erano film straordinari in cui l'infanzia era la protagonista, assieme a temi quali l'eroismo, il mito, il viaggio, la conquista, la necessità di crescere e di sognare. Ero un bambino che voleva essere Rocky, Indiana Jones, Marti Mcfly, Luke Skywalker, Edward mani di forbice. Quei registi hanno avuto il coraggio di rischiare su opere in cui credevano  hanno fatto la differenza. Poi c'è la seconda fase che è l'adolescenza, in cui ho espanso la mia scoperta tra i film nuovi degli anni 90 e quelli più datati, avvicinandomi al grande Stanley Kubrick, Francis Ford Coppola, Francois Truffaut, Martin Scorsese, Brian Depalma, Sergio Leone, Federico Fellini, Terry Gilliam, Roberto Benigni, Paul Verhoeven. Quindi ero conteso tra il vecchio ed il nuovo cinema, con i registi che emergevano all'epoca quali Roland Emmerich, Steven SOderbergh, David Fincher, Danny Boyle, Jonhatan Demme. Ovviamente ce ne sono molti altri ma è inutile elencarveli, sono dei maestri della cinematografia e sfido chiunque a dire che non lo sono. Tra tutti questi Tim Burton mi ha influenzato in modo particolare perché raccontava sempre storie di "diversi", personaggi che venivano rifiutati dalla società, emarginati, che dovevano accettare la loro diversità e la loro follia ed era proprio come mi sentivo io all'epoca. C'era un'identificazione totalizzante in quei film e in quei personaggi. Poi c'è lui, Sylvester Stallone che è uno che si è fatto da solo e che con Rocky ha plasmato la sua carriera. La sua filosofia di vita è universale come lo è quella saga, lui mi ha spinto ad osare, a credere nei miei sogni e cadere al tappeto, incassare e andare avanti. Come regista ha saputo farsi strada lasciando la sua impronta indelebile. Ognuno di questi registi ha affrontato delle tematiche toccanti e profonde. Mi dispiace non aver nominato registi italiani, a parte Leone e Fellini che hanno sempre avuto uno stampo internazionale, ma come ho detto all'inizio dell'intervista, ho sempre puntato all'oceano."

C'è un romanzo ed una tematica sociale che le piacerebbe far diventare un film?

"Mi duole dirlo, ma non sono mai stato un grande lettore, preferisco un linguaggio più veloce e potente come quello del cinema. Ma se penso a un film che mi piacerebbe realizzare da un romanzo penso a l'Alchimista di Paolo Coelho, un gran libro di avventura, spiritualità, conquista e trasformazione. Ma so bene che Paolo non ha mai e mai concederà i diritti di un suo libro per farne un film. Ma chissà, tutto può essere possibile. Invece una tematica sociale che mi piacerebbe affrontare è quella della famiglia, come anche quella della solitudine, della trasformazione, dell'incapacità di riuscire ad accettare se stessi e il mondo, del rapporto tra l'uomo e le macchine e il concetto stesso di evoluzione. La tematica della libertà insita nei sogni, la tematica del tempo e di come esso delinea molte delle nostre scelte. La tematica del destino e dell'impossibilità di tornare indietro. La tematica dell'essere diverso poi mi riguarda da vicino ed ho anche scritto un paio di film su questo tema che non ho ancora realizzato. Insomma credo di avere abbastanza tematiche per un'intera carriera."

La musica occupa un posto importante nei suoi film?

"Credo che la musica occupi un posto importante in tutti i film, se usata bene e al momento giusto. Personalmente posso dire che nei miei film, come nella mia vita, ha sempre occupato un ruolo predominante. Mia madre insegna musica a scuola e ha il diploma in pianoforte. Mio nonno materno mi ha trasmesso la passione per la musica lirica, le grandi opere di maestri quali Rossini, Mascagni, Puccini e Giuseppe Verdi, l'unica grande vera musica italiana. Poi i film mi hanno educato alle colonne sonore, l'unica musica che abbia mai davvero ascoltato nella mia vita, e ho scoperto maestri quali Ennio Morricone, John Williams, Danny Elfman, Pino Donaggio, Giorgio Moroder, Randy Edelman, Hans Zimmer, Clint Mansel, James Horner, Brad Fiedel, Jerry Goldsmith, Bill Conti. La musica da film è l'unica vera musica classica di oggi. Tutti questi compositori sono i nuovi Mozart e Beethoven. Credo che il mondo visivo di un regista debba essere strettamente connesso con quello acustico di un compositore, per questo ci sono dei binomi storici quali Spielberg/Williams, Burton/Elfman, Leone/Morricone, Zemeckis/Silvestri, Aronosky/Mansell. La musica di un film è il cuore di un film, la musica ti penetra nell'inconscio più della storia e delle scene a volte. Puoi non capire una scena o non condividerne la scelta di regia o montaggio, ma la musica ti emoziona a prescindere. Cosa sarebbero stati molti film senza i loro temi? E' difficile oggi immaginare Rocky che sale la scalinata senza Bill Conti, o i duelli di di Leone senza i carillon di Morricone. Quando un musicista coglie a pieno la sensibilità di un regista ha già fatto metà del lavoro. Perciò anche nel mio film ho fatto in modo che il mio compositore Tiziano Novelli cogliesse l'essenza del film, contesa tra la parte sinfonica/malinconica e quindi e quindi classica, e la musica elettronica per evidenziare la parte metallica e macchinosa del protagonista. Bisogna sempre individuare i concetti chiave di una storia, dopo di che il gioco è fatto. Nessuno di noi dimenticherà mai tutti quei momenti in cui i nostri occhi, si sono riempiti di lacrime fino a farci annebbiare la vista per quanto la musica riuscisse ad emozionarci."

Come sceglie gli interpreti?

"Li scelgo cominciando da un'immagine che mi faccio nella testa e poi cerco qualcuno che assomigli il più possibile a quell'immagine. Ma questo processo è un'arma a doppio taglio, perché magari trovi l'attore fisicamente giusto ma che magari non è quello adatto per la parte, perché ci sono altri fattori da considerare; il talento, l'istinto, la capacità di apprendere e di emozionarsi, il carattere, e quindi la sua sensibilità alla storia. Quando entri in contatto con questi fattori capisci che il volto non è tutto. Come quando scegli di stare con una donna perché ha una bellezza esteriore mozzafiato ma caratterialmente con te non c'entra proprio nulla e li fai una scelta. Capisci che non fa per te e cerchi un'altra che si sposi bene con la tua sensibilità e la tua visione delle cose. Per Amigdala non è stato facile scegliere gli attori e per alcuni ho anche fatto l'errore di scritturarli pur sapendo che magari non erano proprio quelli giusti, meno male che il destino ha fatto in modo di farli uscire di scena, come se il film stesso mi stesse facendo capire che stavo compiendo la scelta sbagliata. Oggi mi prendo molto più tempo per un casting, cercando di approfondire al massimo la mia ricerca, ma soprattutto cerco di capire chi ho davanti. Magari un attore, alle prove, è bravissimo ma non ha quel qualcosa in più che magari ha un altro e che farebbe funzionare meglio il film. Marlon Brando era Marlon Brando non solo per il talento, lo studio emotivo e la sua bellezza; aveva una cosa che gli altri non avevano, un carisma unico e magnetico che hai dalla nascita e che sviluppi nell'arco di una vita. Quello non te lo insegna nessuno, o ce l'hai o non ce l'hai. Un po' come per i registi: una scuola ti insegna le basi della regia ma alla fine è la persona che fa il regista. Spesso di un attore ti colpisce lo sguardo, quello che ha negli occhi, la sua voce, il suo modo di muoversi odi stare fermo. Ci sono persone che magari non sono attori sono molto cinematografici, un po' come gli attori non professionisti dei film neorealisti. Ovviamente dipende sempre dal film che stai per girare. Cerchi sempre cose differenti in base alla singola esperienza."

Progetti futuri?

"Altri due film, una trilogia e una serie. Solo la serie potrebbe impegnarmi tutta la vita perciò mi fermo qui, senza approfondire. E' il mio futuro, che dipenderà da questo presente, perciò per ora non ci penso. Un pesce alla volta."