Come ampiamente previsto, si è conclusa con un nulla di fatto la richiesta di impeachment del Presidente della Repubblica, archiviata dal Comitato parlamentare per la messa in stato d’accusa con il solo voto favorevole del Movimento 5 Stelle perché «manifestamente infondata».

Si tratta è vero, della decisione di un organo politico, ma l’assoluta inconsistenza delle accuse mosse nei confronti di Giorgio Napolitano dai grillini era a tutti nota, trattandosi di comportamenti lontani anni luce dalle uniche ipotesi che legittimano una tale procedura (alto tradimento e attentato alla Costituzione), così com’era evidente persino agli stessi proponenti che difettavano i numeri necessari perché la richiesta potesse avere seguito alcuno.

Molto rumore per nulla, insomma.

Colpisce, se mai, il non voto di Forza Italia che, non potendosi astenere (l’opzione non è prevista dal regolamento), ha preferito disertare la seduta. Probabilmente, in tale atteggiamento, ha pesato la polemica scoppiata avantieri sulle presunte iniziative avviate nell’estate del 2011 dal Capo dello Stato per esautorare il governo Berlusconi, rivelate dalle anticipazioni sull’ultimo libro di Alan Friedman. Tanto che l’uomo nuovo del Cavaliere, Giovanni Toti, ha proposto di utilizzare la sede parlamentare del Comitato per la messa in stato d’accusa per fare chiarezza sul punto, ritenendo «largamente insoddisfacente» il chiarimento fornito da Napolitano nella lettera inviata al Corriere della Sera. Sullo sfondo, l’ennesimo quanto improbabile complotto ordito – questa volta nelle stanze del Quirinale – in danno di Berlusconi.

Ora Beppe Grillo continua a tuonare dal suo blog, invitando il Presidente a dimettersi ‘con dignità’, reo di essere in politica dal 1945. È questo oggi, ad avviso del leader pentastellato, «il problema principale di questo Paese». Eppure lo stesso Grillo il 30 luglio 2011, in una lettera indirizzata al Capo dello Stato, preso atto che l’Italia era ormai vicina al default, affermava che Napolitano non poteva restare inerte e che aveva «il diritto-dovere di nominare un nuovo presidente del Consiglio al posto di quello attuale. Una figura di profilo istituzionale, non legata ai partiti, con l’unico mandato di evitare la catastrofe economica e di incidere sulla carne viva degli sprechi», invitandolo altresì a sciogliere le Camere, «se necessario per imporre le sue scelte». La coerenza non è di tutti.

Continua, insomma, il tiro al bersaglio indiscriminato nei confronti della massima carica dello Stato, il tentativo di delegittimazione di un organo che nel nostro Paese ha un ruolo fondamentale di stabilità degli assetti istituzionali e di garanzia, proprio mentre il governo Letta sembra essere ormai giunto a un bivio ineludibile, probabilmente alla resa dei conti, e le spaccature all’interno del PD generano confusione e dubbi sul futuro delle riforme istituzionali concordate tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, in primis quella elettorale.

I 5 Stelle non demordono, e annunciano di voler raccogliere le firme necessarie (il venticinque per cento dei parlamentari) per riportare la questione dell’impeachment in aula, davanti a Camera e Senato in seduta congiunta. Decisivo, a questo punto, sarà l’atteggiamento adottato da Forza Italia, anche se è difficile immaginare – nonostante tutto – un sostegno all’iniziativa grillina, utile soltanto a mantenere alto il livello dello scontro istituzionale e personale in atto, in un momento nel quale si cerca di condurre in porto quantomeno l’agognata riscrittura delle regole del voto politico.

E i problemi del Paese?

Sono il grande assente di questo primo scorcio del 2014.

Vecchia e nuova politica sembrano averli archiviati e rimossi, a conferma che non basta un rinnovamento generazionale per mutare abitudini consolidate e scardinare la tendenza autoreferenziale della classe dirigente italiana, impegnata in una campagna elettorale permanente e adusa ad occuparsi più delle questioni personali (e del proprio tornaconto) che di quelle stringenti della collettività.

Si attende, ora, l’annunciato (ennesimo) patto di coalizione, che dovrebbe dare continuità all’azione di governo e salvare la legislatura. Una proposta «molto concentrata sui temi economici», preannuncia un Enrico Letta preoccupato che invoca la Provvidenza incalzato dal segretario del suo partito – che è anche l’azionista di maggioranza del governo – il quale, da far suo, annuncia che occorre decidere «se la batteria di questa legislatura va cambiata o ricaricata». La politica ridotta a uno smartphone, in attesa della ‘staffetta’.

Uno scenario sempre più surreale, una trama tragicomica tale da far invidia alla pur fertile fantasia di romanzieri e drammaturghi di ogni tempo. Non si tratta però (e purtroppo), in questo caso, del sogno di una notte di mezzo inverno: l’imbarcazione Italia è davvero alla deriva.