La festa organizzata da Carlo De Romanis al Foro Italico è la metafora dell’inarrestabile declino della classe politica italiana.

Il gran cerimoniere vestì nell’occasione i panni di Ulisse: un signor Nessuno, che forse freudianamente indossa le vesti del ben più celebre personaggio tramandatoci dalla tradizione omerica. Una pallida caricatura dell’epica figura che attraversò a lungo i mari con i suoi compagni per ritornare infine a casa.

Il Nessuno del 2012 – e l’accolita da lui capitanata – dell’andar per mare sembra riproporre piuttosto la versione piratesca, fortemente predatoria (in questo caso delle casse pubbliche più che dei battelli in navigazione).

La rappresentazione farsesca andata in scena due anni orsono, con la partecipazione straordinaria di Renata Polverini, è un triste ma eloquente show da tardo Impero, l’esibizione kitsch degli epigoni di una casta in dissoluzione che, ciò nonostante, continua imperterrita ad autocelebrarsi, incurante del disastro annunciato e sorda a ogni richiamo etico, ad ogni reviviscenza morale.
Mentre Roma brucia, narra Svetonio (70-126) nelle Vite dei dodici Cesari (De vita caesarum), Nerone (37-68) torna precipitosamente nella Capitale, indossa gli abiti di scena e raggiunto il colle Palatino assiste dalla sommità della torre di Mecenate al tragico spettacolo suonando la lira e cantando una sua composizione dedicata al sacco di Troia (cui partecipa anche l’eroe omerico).

Più modestamente, i patrizi della Roma moderna indicono una festa ‘a tema’ di ringraziamento post-elettorale per amici e supporter, che rievoca i fasti dell’antica Grecia. E la star è lui, mister Nessuno, novello Odisseo del terzo millennio, come recita lo slogan impresso sugli inviti: «Ulisse torna a casa e sfida i nemici». È il 10 settembre 2010, il party andrà avanti all night long, per concludersi all’alba: è già l’11 settembre, un data macabra nell’immaginario collettivo, che per uno scherzo del destino potrebbe rappresentare il D-Day, il giorno del disastro e della disfatta casta romana neo-imperiale, di quei tanti signor Nessuno diventati di colpo protagonisti della politica locale e nazionale.

«Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni». Così risponde Ulisse a Polifemo che vuole sapere come si chiama, mentre cerca di strapparne la clemenza. E il terribile Ciclope replica spietatamente – «per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale» – prima di essere vinto dal sonno e dal vino. La fine è nota, Ulisse e i suoi compagni accecano la creatura monoculare rendendola inoffensiva e riprendono il loro viaggio.

“Il mio nome è Nessuno”.

E così Carlo De Romanis, quella notte di due estati fa, suggestionato dal cantare omerico, brandisce un microfono e rivolto ai suoi duemila fans osannanti pronuncia le magiche parole: «Ecco, sono tornato… Sono tornato come Ulisse…». La crisalide si è trasformata in farfalla, può spiccare il volo. Anche se in agguato c’è sempre il pericolo di una diversa e più inquietante metamorfosi di sapore kafkiano, che trasformi il moderno Ulisse in un essere irriconoscibile, destinato ad essere allontanato e sconfessato da tutti, parenti e amici compresi. L’epilogo kafkiano sarebbe drammatico, perché conduce al trapasso dell’abnorme creatura che rappresenta l’inizio di una palingenesi del suo entourage. Si volta pagina, tutto ricomincia.

Ma il consigliere laziale è convinto di essere un Ulisse in piena regola, e immagina evidentemente di condividerne le sorti. L’eroe omerico, lo ricordiamo, torna ad Itaca dopo un lungo peregrinare iniziato al termine della guerra di Troia e raggiunge la propria reggia sotto mentite spoglie. Odisseo – nomen omen, che preannuncia il suo destino di eterno combattente – si scontra con i Proci, 109 giovani nobili pretendenti al regno che Omero descrive come dei parassiti, cortigiani della peggior specie – riconquista il trono usurpato e consuma la sua vendetta.

Dall’Itaca omerica alla Roma dei nostri giorni, tuttavia, il passo è tutt’altro che breve.

E a non conoscere bene le vicende narrate dal massimo poeta greco dell’antichità si rischia di incorrere in macroscopici errori e imperdonabili confusioni, specie quando si intende attribuire a una goffa rievocazione storica una valenza simbolica e benaugurale, magari scambiando i ruoli e alterando le trame. L’epico annuncio del ritorno dato ai propri amici dal signor Nessuno rischia di essere raccolto da schiere di adulatori che assomigliano agli antichi Proci più che agli eroici compagni d’avventura di Ulisse (quello vero).

Un eroe, certo, relegato però da Dante (1265-1321) nell’ottavo cerchio dell’Inferno – tra le anime di quanti hanno usato la loro intelligenza per far del male al prossimo – proprio per la sua spiccata vocazione all’inganno; sprofondato nell’ottava bolgia, quella dei consiglieri fraudolenti, trasformati in lingue di fuoco e resi irriconoscibili quale contrappasso del loro subdolo agire, per aver con le loro bugie procurato dolore e sofferenza al prossimo. Con l’aggravante, nel caso di Ulisse, di aver creduto troppo in se stesso, di aver negato l’esistenza di ogni limite umano, dimostrando così di essere affetto da quel delirio di onnipotenza che molto spesso contraddistingue le vite dei Cesari, segnandone immancabilmente il funesto epilogo.