In piazza – 10 ottobre 2019

L'essenza di Alba è il tartufo. Il profumo indefinibile di terra, fieno e castagne, ma anche di nocciole e cacao, inebria a tal punto che al rosseggiare del tramonto sembra di essere cascati in una boccia di barolo. Vittoria, insegnante di Lettere appassionata e grande lettrice, suo figlio ventenne Daniele e io eravamo appena arrivati. Passeggiavamo per le viuzze del centro, quando si è aperta davanti a noi la piazza del Duomo. Vittoria si è fermata all'improvviso, un segugio che punta la preda. All'interno del gazebo di un ristorante delimitato da vetrate, si stava svolgendo un rinfresco. Signore eleganti, uomini in abito scuro, qualche papillon. E poi una coppia, dai lineamenti orientali.

Lei vestiva di rosso, lui sorseggiava da un flute. Erano al centro dell'attenzione. Conversavano.  Dall'esterno li guardavamo incuriositi, stupiti, scettici e poi quasi euforici. Scorgevamo il profilo di lui, non eravamo in posizione ideale. Ma, a rafforzare in noi l'idea che potesse trattarsi dello scrittore giapponese, è stato il movimento atipico di un invitato, il quale è uscito dal berceau, si è posizionato in piazza alle spalle della coppia e ha scattato delle foto attraverso le lastre limpide. Pareva che non volesse farsi vedere mentre con il cellullare inquadrava e ritraeva la scena. Murakami Haruki era stato chiaro: riprese televisive e fotografie non erano ammesse se non nei termini concordati con l'organizzazione del Premio. È giunto il momento del brindisi, calici in alto, discorso, applauso. Quindi tutti hanno cominciato a defluire all'aperto, compresa la signora vestita di rosso. Ultimo il marito della donna, accompagnato da un uomo che lo sovrastava per stazza.

Ci siamo avvicinati, Vittoria un passo più avanti. Ora lo vedevamo in faccia. Lui le ha chiesto con un cenno del capo di farsi vicino per aiutarlo a scendere una piccola pedana obliqua posta all'uscita del gazebo. Il passo era incerto, non quello di uno che corre. Lei gli ha offerto il braccio. Lui si è poggiato e le ha sorriso. «È mio figlio» gli ha detto Vittoria in inglese indicando Daniele. E quell'uomo gentile si è rivolto al ragazzo guardando la madre: «Prenditi cura di lei». Poi le ha fatto il baciamano. Lo abbiamo salutato. È andato via. No, non era Murakami Haruki. Ma il suo spirito aleggiava. È stato un bell'incontro.

Un punto di vista – 11 ottobre 2019

È strano essere spettatore-far parte della scenografia-guardare il pubblico come chi sta in scena, contemporaneamente. Il Teatro sociale «Giorgio Busca» di Alba offre questa particolarissima visuale quando vengono utilizzate le due sale che si guardano l'un l'altra, divise dal palcoscenico. Speculari nella posizione ma non identiche. Da una parte la struttura ottocentesca a ferro di cavallo con le poltroncine di velluto rosso e i palchetti profilati d'oro, dall'altra un ambiente su due livelli che ricorda un cinema moderno ma anteriore all'avvento delle multisale. Sulla ribalta lo scrittore Marcello Fois, presentatore ufficiale della serata. Emozionato, brillante.

Lo ha raggiunto sul palco Caterina Bottari, compagna di vita di Mario Lattes che è stato editore e pittore, in nome e sull'esempio del quale lei fa della cultura la prima missione della Fondazione  di cui è presidente. «Mario Lattes mi ha insegnato tante cose» ha detto commossa. «Tra scontri e confronti ho imparato che con la cultura non solo si mangia, ma si cresce». Poi è toccato alle voci italiane di Murakami Haruki, i traduttori Antonietta Pastore («Qualcuno ha detto che tradurre è riscrivere in maniera “quasi” uguale. Quel “quasi” è importante. Le emozioni  ci accomunano tutti ma i giapponesi le esprimono in maniera diversa rispetto agli italiani. Il mio compito, attraverso quel "quasi", è renderle con la stessa intensità») e Giorgio Amitrano («Sono un lettore entusiasta di Murakami Haruki prima che il suo traduttore. E quando lo leggo sono felice, di quella felicità che solo la letteratura sa dare»).

A quel punto Murakami Haruki con passo sicuro e cadenzato si è materializzato sulle assi del proscenio, prima verso la parte più antica dell'edificio scusandosi con il pubblico perché sarebbe stato visibile solo di profilo e poi verso la parte a favore di telecamera, posizionandosi dietro il pilastrino-leggio, da dove era ben visibile attraverso gli schermi collocati in entrambe le sale.

Ore 18 – La lectio magistralis Un piccolo falò nella caverna

«Poi un bel giorno, all'improvviso, come se col passare del tempo qualcosa fosse fermentato, o come fa il vino quando invecchia, uno di quei fogli "difficilmente utilizzabili" comincia a prendere vita nel mio studio. Lo tiro fuori dal cassetto, e parto da lì per iniziare a scrivere una storia». Murakami Haruki, come già nel libro Il mestiere dello scrittore (Einaudi, 2017), ha parlato del suo universo narrativo. Ha ricordato il tempo in cui gestiva con la moglie un locale dove si suonava, lo stretto legame tra musica e letteratura, arti connesse dalla scansione del tempo e dalla conseguente nascita del ritmo di una frase. «Quale metodo usino gli altri scrittori non lo so. Per quel che mi riguarda, penso che la mia scrittura abbia diversi aspetti caratteristici. Il più importante è il fatto che non stabilisco un piano prima di iniziare un nuovo romanzo». L'improvvisazione, del resto, è l'essenza stessa del jazz. «Un'idea improvvisa mi spinge a scrivere un breve passaggio e mette in moto una serie di reazioni chimiche che lo fanno crescere, un grado alla volta, fino a prendere una forma più solida. Io tengo d'occhio tutto il processo e lo seguo costruendo in modo naturale una storia. L'essenziale, per me, è che questa storia abbia spontaneità. Perché se per caso non l'avesse, mancherebbe di forza di persuasione. Non riuscirebbe a far vibrare il cuore».

È l'autenticità, non certo della situazione descritta piuttosto della suggestione che suscita, dell'emozione condivisa tra autore e lettore, che rende potente una pagina. «Perché ho bisogno di questa libertà? Il fatto è che più si è liberi più agevolmente si riesce ad accedere al territorio del proprio inconscio, e in questo consiste il pregio di scrivere un romanzo senza alcun vincolo, senza concepire una trama fin dall'inizio. Perché penso che il fine ultimo del lavoro di uno scrittore, o in termini più generici di un artista, sia scendere nel profondo di sé. Cioè calarti nel labirinto del tuo inconscio, nel luogo più recondito e buio. Così facendo, riuscirai ad approdare finalmente alla tua vera storia. Non a una narrazione costruita nella tua testa secondo le leggi della logica, ma a quella che hai intuito e percepito col cuore. E se riuscirai a raccontarla nel modo giusto, potrai comunicare con lo spirito di altre persone a un livello molto profondo». In definitiva, ha sottolineato lo scrittore giapponese, «questi tre elementi – la libera improvvisazione, l'importanza del ritmo e, nella misura del possibile, una bella melodia che animi la scrittura – io li ho presi dalla musica».

La letteratura dunque non è qualcosa di sentimentale nel significato sminuente che qualcuno le attribuisce. La letteratura ha una forza straordinaria: illuminare «il labirinto del tuo inconscio», quel luogo così «recondito e buio». E questo accomuna i romanzieri di ogni epoca e latitudine, secondo Murakami Haruki. «[…] proprio perché ogni romanziere ha un suo stile originale, si possono trovare nell'atto stesso di scrivere alcuni fondamentali elementi comuni. Il più importante, per usare parole semplici, penso sia "l'originario senso di fiducia nei confronti del racconto"». E ha spiegato: «L'origine del romanzo – cioè del raccontare storie – risale alla notte dei tempi, all'epoca in cui gli esseri umani abitavano nelle caverne. Provate a chiudere gli occhi e a immaginare di vivere a quell'epoca. Quando il sole tramonta, la terra sprofonda nelle tenebre. Il mondo diventa totalmente buio, alla lettera. È un posto pericoloso, dove vagano belve provviste di zanne e artigli acuminati». A quel punto non resta che stringersi  con gli altri, al riparo, davanti a un falò. Qui un uomo inizia a raccontare una storia. «Noi romanzieri siamo i discendenti di quei narratori nelle caverne. Lunghe e profonde tenebre, un piccolo fuoco di legna, diverse persone che nel loro cuore diventano una cosa sola. Dimenticare la paura e la fame, anche per un breve periodo… sostanzialmente è qualcosa che fino a oggi non è mutato».

La narrativa è un balsamo per l'anima, che infonde calore, è una luce che permette di guardare oltre lo sgomento, un binocolo con cui esplorare l'orizzonte e immaginare ciò che c'è oltre, lo strumento che ci offre una visione rendendo possibile l'improbabile, una luce che dà coraggio. «Sia nei tempi antichi che al giorno d'oggi, abbiamo sempre bisogno di quei piccoli falò (in grado di illuminare il buio) che sono le storie. Di quel genere di luce che probabilmente può offrire soltanto il romanzo».

Ore 21 – Fusion

«Un sogno che si realizza». Così ha definito la presenza di Murakami Haruki ad Alba il presidente della giuria del Premio, Gian Luigi Beccaria. Molte persone mi hanno chiesto se sia valsa la pena di fare tanti chilometri per ascoltare Haruki senza che ci fosse la possibilità di un contatto più diretto, fosse anche lo scambio di poche parole o la firma su un libro. La risposta è sì. Il piccolo falò che ha accesso in me e che considero un regalo personale è un personaggio come Hoshino (Kafka sulla spiaggia, Einaudi 2008), che fa salire sul suo camion un vecchio che parla con i gatti e alla fine affronta, fa a pezzi e brucia le spoglie di uno spirito. Coraggioso, inaspettatamente. Leggere Murakami Haruki mi induce a chiedermi, di fronte a certi manoscritti che passo al vaglio per Edizioni Spartaco: io avrei avuto il coraggio di pubblicare lo scrittore giapponese con le sue visioni oniriche? «Per quarant’anni, tenendo a mente quei falò, ho continuato a scrivere senza interruzione. Se con le storie che ho scritto sono riuscito, anche solo un pochino, a illuminare gli angoli oscuri di tante caverne in tanti posti del mondo, e se potessi continuare a farlo anche d’ora innanzi, non ci potrebbe essere per me gioia più grande». La risposta a questo dubbio è stato il lungo appaluso di entrambe le platee.

Dalla poesia alla prosa. Al di là di musica, letteratura, disquisizione elevata e pensieri folgoranti, alla fine con il medesimo orgoglio Murakami Haruki ha sollevato davanti al pubblico adorante e plaudente prima il prestigioso Premio Lattes Grinzane sezione La Quercia e poi una cassetta di vino offertagli da un raffinato produttore locale. A quel punto lo spirito si è fatto carne nel riandare con pensiero nostalgico alla sua stagione romana durante la quale aveva «composto» due dei romanzi più apprezzati dai lettori, Norwegian Wood (Feltrinelli 1993, Einaudi 2006) e Dance dance dance (Einaudi, 1998): «Ho dei bei ricordi di questo Paese, a partire dal vino e dalla pasta». Così ha dato il destro a Fois per sottolineare scherzando: «A Stoccolma non regalano mica il vino!».

E come dargli torto. Il ristorante «Albamare» mi ha accolto con lo stesso languore di una ballad. Nel piatto le Langhe con un tocco di casa. Lo chef e proprietario è di Scala, vicino Ravello. Il padre, con il quale ho avuto modo di chiacchierare su usi e abitudini piemontesi e campani, mi ha viziato con bocconcini prelibati tra una portata e l'altra: la spuma di parmigiano reggiano con scorza grattugiata di limoni della Costiera amalfitana, le carotine fermentate con pasta di olive nere e infine la piccola pasticceria. Satolla di parole e sapori.