Una discussione fra amici mi stimola ad approfondire questo tema, che a mio avviso è di cruciale importanza. Per semplificare (tutto sommato questo è piccolo blog, non la sede per ampi trattati scientifici) dirò preliminarmente questo:

  • tutto ciò che noi facciamo si basa sul linguaggio verbale: dalle discussioni col nostro coniuge ai dibattiti politici, la comprensione e l’esecuzione delle nostre mansioni professionali, lo studio e il progresso scientifico, la descrizione dei nostri malesseri al medico, la dimostrazione del principio di Euclide… Senza linguaggio non esisterebbe la nostra civiltà, la nostra società;
  • quello che usiamo comunemente nel nostro contesto di vita quotidiano viene definito “linguaggio ordinario”; tale linguaggio ha diverse specializzazioni e contesti applicativi ma, per capirsi, il linguaggio scientifico (che sia quello dei sociologi o dei fisici delle particelle) è fondato sempre sul linguaggio ordinario;
  • è nell’esperienza di noi tutti la quantità di limiti del linguaggio ordinario: capire fischi per fiaschi – per utilizzare un detto popolare – capita di frequente. I limiti del linguaggio ordinario, il perché si capiscano sovente fischi per fiaschi, è l’oggetto di questo post.
  • Si sottrae a questo cruciale problema di fraintendimento il linguaggio poetico. Il perché ciò accada sarà oggetto di un prossimo post.

Gli stupidi infatti di ogni cosa hanno ammirazione e amore che scorgano nascondersi al di sotto delle parole, e stabiliscono essere vere le cose che in modo carino possan toccare l'udito, e siano imbellettate da suono grazioso.

Lucrezio, De rerum natura
Per rimanere nei limiti di un semplice post sarò stenografico. L’obiettivo è suscitare la curiosità dei lettori che – sulla base dei riferimenti bibliografici – sapranno approfondire se vorranno.

  • Non si può non comunicare (Watzlawick, Beavin e Jackson, 1971). Ciò significa molte cose, ma – fra le altre – questa: che ciascuno di noi non è solo una meteora che passa nel mondo; qualunque cosa ciascuno faccia comunica qualcosa, promette o minaccia implicitamente, suscita reazioni.
  • Persone diverse possiedono competenze linguistiche diverse (Bloomfield, 1984; Labov, 1972). Noi ci dibattiamo nell’ansia della standardizzazione e dell’oggettività (qualunque cosa significhino) ignorando il fatto che ogni singolo individuo ha competenze diverse dovute al livello di istruzione, sesso, età, condizioni ed esperienze professionali, struttura del carattere e così via, e che conseguentemente interpreterà diversamente le nostre argomentazioni.
  • Noi pensiamo (e quindi concepiamo) solo ciò che le parole che possediamo sono in grado di farci esprimere (Luria, 1976; Vygotskij, 1934-1992). Tutti i nostri dati e le nostre informazioni sono raccolti tramite un veicolo linguistico che rinvia non già una descrizione esatta della realtà, ma la concezione di realtà costruita da ciascun individuo in base alle sue possibilità, esperienze, competenze. I nostri “dati” non riguardano mai la “realtà”, ma sempre l’individuo che li ha espressi.
  • Ciò che pensiamo è orientato e organizzato nell’ambito della cultura dominante e dei suoi valori (Denzin, 2001). Quanto sopra è poi da riferire ai condizionamenti culturali dominanti che indirizzano e strutturano i dominii concettuali entro i quali costruiamo i nostri valori.
  • Le parole, e le regole sintattiche, di una determinata società, influenzano direttamente la sua cultura, e quindi i valori espressi (Whorf, 1956). Indipendentemente dalla cultura e competenze personali e dai valori dominanti, l’uso inevitabile del linguaggio costruisce a sua volta la realtà. Il linguaggio modifica la realtà e linguaggi diversi (per esempio di comunità professionali diverse, di istituzioni diverse, se non addirittura di gruppi etnici diversi) hanno margini di incommensurabilità a causa delle province di significato diverse cui rinviano.
  • Le parole, e i linguaggi in generale, sono intrinsecamente ambigui (Russell, 1923; Eco, 1976). La parola è ambigua o, come dicono i linguisti, “vaga”. Questa vaghezza intrinseca ed ineliminabile rende sempre ipotetica la perfetta comprensione reciproca.
  • Vi è una corrispondenza imperfetta fra struttura del linguaggio e significato, e fra oggetto percepito, significato che gli viene attribuito, descrizione del referente (Cicourel, 1964). La vaghezza è ineliminabile: possiamo comprendere il problema e percepirne i contorni, ma è strutturalmente impossibile stabilire una corrispondenza fra linguaggio e realtà.
  • nulla si compie se non s’apre bocca.

    Euripide, Supplici
    Il linguaggio – e in generale la comunicazione – ha profondi significati simbolici e sociali spesso prevalenti rispetto ai contenuti veicolati
    (Goffman, vari; Garfinkel, 1967). Quello che noi diciamo non ha solo un valore strumentale. Le argomentazioni proposte da persone di rango, posizione di responsabilità, ruolo sociale diversi, hanno profonde e differenti implicazioni simboliche che deformano il senso apparentemente prodotto.
  • I significati e sensi locali sono utilizzati per spiegazioni e “teorie” generali (Geertz, 1983; Denzin, 2001). La maggior parte delle questioni qui sollevate hanno implicazioni diversissime entro micro-sistemi (un’azienda, un servizio, un progetto…) e fra micro-sistemi diversi, con intrecci complessi (diversi attori sociali partecipano a più micro-sistemi). In generale gli attori sociali interpretano il mondo (macro-sistema) attraverso i riferimenti culturali e linguistici del proprio micro-sistema.

Penso ce sia abbastanza per dubitare di ciò che diciamo e comprendiamo. In una prossima puntata vedremo come il linguaggio poetico riesca a sottrarsi a queste trappole.