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La CNN, riportando una ricerca del Reporters Without Borders (RSF), conferma che nel 2018 sono stati uccisi 80 giornalisti: il 61% è stato assassinato o deliberatamente preso di mira, mentre il 39% è stato terminato durante il suo operato. Il rapporto ha anche rilevato che, durante l'anno, 348 giornalisti erano detenuti e 60 tenuti in ostaggio. Si tratta di un "livello di ostilità senza precedenti", come ha rivelato il segretario generale dell'RSF Christophe Deloire.

Un aumento di violenza nei confronti di chi opera nel giornalismo accentuatosi proprio negli ultimi 365 giorni: in particolare, personaggi pubblici, uomini d’affari e politici hanno attaccato concettualmente e verbalmente la figura del giornalista sotto tutti i punti di vista, giustificando – in parte – le violenze sulla categoria. Oggi qualsivoglia operatore dell’industria giornalistica è un nemico da combattere, indipendentemente dalla testata autorevole per la quale lavori. Un dibattito che, principalmente, nasce da una pancia politica mondiale (Stati Uniti, Brasile e Italia su tutti) ideologicamente contro l'informazione di partito, che successivamente si è tramutata in una battaglia sociale contro qualsiasi informazione che critichi l'operato delle stesse personalità istituzionali che difendono tale odio.

Un fenomeno speculativo fertile nei social network, tra utenti (dalla dubbia morale scolastica) che reputano come nuovi custodi della verità assoluta le pagine web dall'opinabile valenza sociale, scientifica, medica e legislativa. Un sentimento che, a lungo andare, ha prodotto eventi abbastanza allarmanti: i no vax e l’escalation del morbillo; i terrapiattisti e l’ostentazione aggressiva contro le ricerche nel campo della fisica; i fruttariani e lo stravolgimento della nutrizione. Tutti esempi che, in un modo o nell'altro, sono figli di incompetenze intellettuali volte a confondere il concetto della libertà culturale con precetti senza alcun fondamento scientifico dimostrato, appurato o certificato. Una carenza deficitaria, verrebbe da pensare. La stessa carenza che diviene un orgoglio di divisione sociale, in una lotta tra poveri che, ormai, non riguarda più la provenienza aristocratica, ma il livello d’istruzione conseguito: la laurea, adesso, è sopravvalutata. Conta solo e unicamente l’università della strada.

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Come se non bastasse, queste ultime settimane sono state abbastanza complesse a livello giornalistico, con la discussa Legge di Bilancio che promette una rifondazione economica contro l'editoria, con il serio rischio di venir meno alla pluralità d'informazione, visto che molte realtà, come Radio Radicale, potrebbero cessare di esistere. Quella stessa pluralità, d'altronde, rivendicata da chi si documenta su siti d’informazione dalla sostanza opinabile. Per allargare ancor di più il discorso, basti pensare alla lista delle testate buone e delle testate cattive, che ricorda un po' i fasti di un tempo nel quale un governo ammetteva – di prepotenza – solo un'organo d'informazione ufficiale, con buona pace per tutti gli altri.

Un contenzioso lessicale, dicevamo, che ha trovato nella virtualità terra fertile: "puttane e pennivendoli", ormai, è uno slogan accettato e condiviso da chi vede nel giornalismo un nemico da combattere. Il problema intellettuale, in questo caso, nasce spontaneo: se, come esplica la Treccani, il giornalismo è l'"insieme delle attività e delle tecniche relative alla compilazione, redazione, pubblicazione e diffusione di notizie tramite giornali quotidiani o periodici", ma le stesse pagine web che nascondono delle grossolane bufale in formato giornalistico vengono definite culturalmente accettabili, perché si critica solo l'autorevolezza e non l'inadeguatezza? Perché, in soldoni, fa comodo al proprio tornaconto personale.

E così, il giornalista diventa un capro espiatorio, qualcosa di ostile, fino a che non parla bene di noi o di fatti riguardanti il nostro orticello. Perché, di noi, il giornalista deve raccontare solo cose belle. Così in politica, così nella vita privata. Da qui capiamo perché la categoria viene attaccata verbalmente e ideologicamente a mani bassi. Con tutte, poi, le contraddizioni che ne sussistono: riflettiamo sui famosi “due euro a pezzo”, pensiero condivisibile, a cui però non si propongono soluzioni alternative per proteggere la categoria, le aziende o le nuove assunzioni, ma si preferisce chiudere la forbice della vita dell’informazione. Staccare la spina e via, chi s’è visto s’è visto.

Però, se il giornalista parla di noi, lo deve fare sempre bene. Inequivocabilmente. Perché l’onesta intellettuale professata da chi la urla a destra e manca è sacra, anche se questa, in certi casi, non sussiste. Insomma, due pesi e due misure. Se non parli positivamente di noi, facciamo in modo di zittirti. Peculiarità che non sono proprie di una democrazia, ma che appartengono più a un sistema totalitaristico. Che vi piaccia o meno.

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