“Sono circa cinquecento, tutti di origine eritrea, rinchiusi da giugno in un centro di detenzione a sud di Tripoli. Vivono in condizioni pietose, maltrattati e privati di ogni minimo diritto. Ci sono donne e bambini. Bisogna intervenire, presto, per fermare questa mattanza”. E’ il grido d’allarme lanciato da Marica D’Amico, trentaseienne messinese, da anni attiva nel campo della cooperazione internazionale. L’associazione Anymore onlus, con la quale collabora, porta avanti in Eritrea, Ruanda e Gambia progetti di varia natura, volti principalmente a incentivare la scolarizzazione, a sostegno dello sviluppo agricolo e di promozione dell’attività sportiva.

Il regime di Afewerki e il servizio di leva ‘permanente’

Fu proprio durante uno dei suoi viaggi in Eritrea, nel 2009, che Marica conobbe D., allora un ragazzino di non piu’ di 13 anni, sempre sorridente, pieno di speranze e sogni per il futuro. Nonostante la povertà estrema, nonostante la dittatura e la minaccia di una nuova sanguinosa guerra sempre incombente. Ha mantenuto contatti costanti con lui, attraverso lo scambio di messaggi che da parte di D. assumevano con il passar del tempo toni sempre più insofferenti rispetto alle limitazioni, sia di carattere economico che in termini di libertà individuali, alle quali sono soggetti gli eritrei. E con la prospettiva di dover dedicare anni della sua vita (se non l’intera sua esistenza) al servizio di leva obbligatorio. Una sorta di schiavitù legalizzata (della durata sulla carta di 18 mesi, ma che può essere prolungato in maniera illimitata senza alcuna motivazione), imposto dal regime di Isaias Afewerki nel 1995, ufficialmente per costituire un efficace apparato di difesa contro possibili attacchi da parte dell’Etiopia. In realtà un capillare sistema di controllo e assoggettamento della popolazione.

La traversata nel deserto, l’imbarco, l’arresto: dalla speranza all’incubo

Un giorno D. le scrisse che non ne poteva piu’ e che di lì a poco avrebbe tentato la fuga verso le coste italiane. “Ho cercato di dissuaderlo – racconta Marica – conosco bene dal racconto di rifugiati quanto sia duro e pericoloso il viaggio nel deserto, a quale genere di sofferenze si vada incontro. Per chi riesce a sopravvivere e raggiungere i porti libici c’è poi da affrontare la traversata. In pochi ce la fanno, riportando traumi che li accompagneranno per tutta la vita”. Per un po’ Marica non ricevette più messaggi da parte di D., credeva avesse, almeno per il momento, accantonato il progetto di abbandonare l’Eritrea. Fino a quando una conoscenza comune le scrisse che D. era riuscito a imbarcasi su un gommone alla volta dell’Italia, ma che la guardia costiera libica l’aveva intercettato nelle proprie acque territoriali e arrestato tutti coloro che si trovavano a bordo.

Un militare libico si rivolge minaccioso verso un gruppo di detenuti nel centro di Kesher bin al Kesher, a sud di Tripoli
in foto: Un militare libico si rivolge minaccioso verso un gruppo di detenuti nel centro di Kesher bin al Kesher, a sud di Tripoli

Due mesi di prigionia e tortura. E non si intravede via d’uscita

Da qui inizia per D. e altre 500 persone un nuovo, tremendo calvario. Che va avanti da oltre due mesi. Attraverso il cellulare di un amico D. entra in contatto diretto con Marica, raccontandole il clima infernale che si respira nel centro di detenzione nel quale è stato trasferito con i connazionali. Si tratta del Centre of Kesher bin al Kesher, a sud di Tripoli, una delle 34 strutture gestite dal governo nel paese (altre, impossibile definire quante, sono sotto il controllo diretto delle mafie locali). Solo per alcune di esse è stata garantita all’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la possibilità di effettuare visite e constatare le condizioni di vita dei detenuti.

A quanto pare Kesher bin al Kesher non rientra tra queste. D. mi la scritto questa mattina (25 agosto, ndr). Ero preoccupata perché un paio di gironi fai mi aveva detto che non avrebbe avuto piu’ a disposizione la connessione – ha la voce rotta dall’emozione Marica – dell’Unhcr ancora neanche l’ombra, mi ha scritto. Ho contattato personalmente il Commissariato per i rifugiati, per chiedere almeno di verificare cosa realmente accada in quel centro. Mi hanno riferito che si attiveranno per trovare una soluzione, si sono mostrati comprensivi, ma purtroppo ad oggi nessuna risposta e il dramma di quelle 500 anime continua, giorno dopo giorno. D. è riuscito ad inviarmi delle foto dal centro, quei volti valgono più di mille parole. Chiedono, implorano il nostro aiuto, pretendono giustizia. Viene dato loro un unico pasto al giorno, sono costretti a vivere ammassati, in condizioni igieniche disumane. Se provano a chiedere il perché di tanta violenza vengono legati mani e piedi con spesse corde. D. mi racconta di violenze sulle donne, continue percosse e spari di pistola in aria per impaurire chi prova a ribellarsi. E’ una situazione insostenibile, lui ha seriamente timore per la sua incolumità e quella degli altri detenuti. Perché sa bene che in qualunque momento uno dei loro aguzzini potrebbe ucciderli, senza provare il minimo rimorso”.

Le condizioni di via all’interno del Centro di detenzione Kesher bin al Kesher, a sud di Tripoli, dove D. è rinchiuso con circa 500 connazionali
in foto: Le condizioni di via all’interno del Centro di detenzione Kesher bin al Kesher, a sud di Tripoli, dove D. è rinchiuso con circa 500 connazionali

Diminuiscono gli sbarchi, ma a quale prezzo?

Mentre è in atto un duro scontro diplomatico con l’Ue per il caso della nave Diciotti, il ministro dell’interno Matteo Salvini non perde attimo per glorificare l’operato del governo nella drastica riduzione degli sbarchi sulle coste italiane. In realtà si tratta di un processo in corso da almeno un anno e mezzo e che affonda le radici nel memorandum d’intesa (Mou) per il “contrasto dell’immigrazione illegale” firmato dall’allora presidente del consiglio Paolo Gentiloni e dal primo ministro del governo di unità nazionale libico Fayez al Serraj, il 2 febbraio 2017.

Un accordo che in cambio di cospicui finanziamenti affida al governo libico il compito di intercettare le imbarcazioni dirette verso l’Italia e imprigionare i migranti nei Centri di detenzione attivi nel paese. Luoghi assolutamente inidonei, strutture fatiscenti sprovviste dei servizi minimi, nei quali viene consumata ogni tipo di nefandezza. Non di rado ai reclusi vengono chieste somme di denaro con la promessa che saranno aiutati a tentare nuovamente la traversata. Oppure battuti all’asta e venduti come schiavi a 800 euro.