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Metti una sera tra amici. Sei in un pub, in una calzante discussione sociopolitica, quando ti alzi e dichiari un'affermazione che, seppur qualunquista, trova ragion d'essere all'interno della tua cerchia. Da lì, un tributante encomio dai vari commensali: "Vedi oh, c'hai popo ragione". Una gioia frizzante scuote il tuo animo, senti un leggero quanto inebriante tremolio nello stomaco: inizi a pensare di saperla lunga più degli altri. E così, anche al di fuori del pub, cominci a imporre (badate bene, ‘imporre' e non ‘condividere') la tua ragione, non verificata, ma arricchita da slogan funzionali e ritmici. Diventa quasi un tormentone musicale, il tuo.

Fino a che, di fronte al tuo cammino, si para davanti una persona con maggiore consapevolezza: "Beh guarda, non è proprio così. Esistono numerose evidenze statistiche e scientifiche che bocciano la tua tesi". A questo punto, un essere umano dotato di raziocinio ammetterebbe la ‘sconfitta': se è stato ampiamente dimostrato il contrario, perché continuare a blaterare ragioni inesistenti? Ma non è così: ormai quella sensazione pervade il tuo corpo, sei in tutt'uno con la nuova condizione di voce del popolo (ignorante, eh). Conscio di questo aspetto, continui la tua scalata, additando al prossimo contestatore nomignoli dispregiativi o parole pesanti atte a dare un senso a quel vuoto intellettuale insita nella tua visione del mondo. Così, crei vittimismo attorno la tua immagine. Perché tu hai ragione sempre e comunque (ma dove, ma quando, ma perché?), sono gli altri che non ti capiscono. Sì, amico mio, sei nel pieno delirio di onnipotenza.

Il complesso del Dio è una bella gatta da pelare. Invenzione antropologica – senza il quale neanche Dio stesso esisterebbe -, diversi individui hanno trovato ragione di vivere proprio nell'assoggettarsi una superiorità umana. I motivi (futili) di tale pretesto sono sempre gli stessi: razza e colore della pelle, ad esempio, ma da qualche tempo anche l'ignoranza. Un aspetto che ha infettato ogni nostro ambito sociale e umano, con la presenza di negazionisti di scoperte storiche e scientifiche di notevole importante (citofonate ai terrapiattisti).

Tuttavia, fintato che l'ignoranza era relegata a un mero aspetto goliardico (Calciatori Brutti insegna), non risultava un problema. Oggi, invece, tale connotazione diventa un precetto importante nell'universo della politica per ingraziarsi le masse. Non importa se ciò che dico è vero o falso, non importa se la mia frase è facilmente verificabile con un semplice click: in Italia funziona lo slogan, funziona lo stereotipo, funziona la frase fatta. Insomma, funziona l'incapacità (o la non volontà) di non documentarsi sulla propria condizione sociale.

Un quadro che, purtroppo, ha permesso l'emersione (ancora?) di numerose compagini dichiaratamente estremiste, prima assopite sotto i colpi della storia e della lungimiranza umana. Il complesso del Dio, quindi, ha ridato forza e vigore alle bocche che, prima, facevano fatica anche a urlare la propria ignoranza all'interno di un bar. È nato un circolo d'élite composto da persone che si riconoscono in un bene comune grazie al fatto di "non sapere nulla". Così la diffidenza nel prossimo, magari laureato, magari professore, magari con specializzazioni in materia, magari con maggiore esperienza, è aumentata. Perché, secondo questo gruppetto, non serve che il cervello resti in Italia, perché abbiamo bisogno di "ordine e sicurezza". Di essere costantemente controllati. O meglio, che gli altri siano controllati, mai noi, perché noi siamo "buoni a prescindere".

Tale sentimento popolare è stato ben intercettato dalla politica italiana, dando risalto nell'ultimo anno a svariate figure politiche. Il problema? Abbiamo alzato l'asticella del sopportabile. Cioè, tra tutti i personaggi coinvolti nella bagarre tra due cuginetti insoddisfatti, a uscirne vincitore è il sentimento del complesso di onnipotenza che porta l'estremismo a diventare l'unico pensiero accettabile (e legittimo). Tutti canoni primari richiamanti il totalitarismo, a quel periodo in cui i "pieni poteri" erano in mano solo a una persona, il cui "pensiero unico" abbatteva e masticava ogni altra reazione senza ragion veduta.

Vale la pena sottolinearlo: la politica è un teatro, le cui figure hanno un copione da seguire. Più c'è un target vivo e ampio da seguire, più l'uomo politico tenta di ingraziarsi la massa. È un fatto di voti. Arrivare, però, a idolatrare un singolo uomo come unicum tra tutti in grado di migliorare la vita di ogni singolo individuo, è un tipico aspetto totalitario – oltre che di una setta. Soprattutto se poi, lo stesso unicum, continua imperterrito a dichiarare parole in netto contrasto con la realtà o a promulgare decreti inclini a ‘disprezzare il prossimo tuo' – come già accaduto in tempi non sospetti.

Eppure, il delirio di onnipotenza e il pensiero unico totalitario portano inevitabilmente alla realizzazione di una società quadrata, fatta di regole e principi che non accettano ‘altro Dio all'infuori di quell'unico tuo Dio'. Ed è un mistero (o forse incapacità mentale) come svariate fette di società non assimilino un nesso logico abbastanza semplice: limitare concetti dittatoriali aiuta l'esponenziale crescita della democrazia e del rispetto del pensiero altrui.

"Eh ma anche il totalitarismo è un pensiero libero". No, non lo è. È un reato, in quanto ha tutti i canoni dittatoriali da non tollerare. Come afferma il  filosofo austro-britannico Karl Popper, esiste il paradosso dell'intolleranza: "consentire la libertà di parola a coloro che la userebbero per eliminare il principio sul quale loro si basano è paradossale". Banalmente, se inneggi all'intolleranza contro cerchie sociali e umane, e tale discriminazione ti si ritorce contro, avrai difficoltà a lamentarti, in quanto è una conseguenza parallela del tuo stesso pensiero di disprezzo. Insomma, bisogna non tollerare chi professa l'intolleranza. Altrimenti, si otterrebbe a una società pervasa dal delirio di onnipotenza.