in foto: Began, l’ape regina

“Il corpo è mio e lo gestisco io”, si potrebbe dire parafrasando uno degli slogan epocali delle battaglie femministe del sessantotto – che faceva il paio con il ben più minaccioso “tremate, tremate, le streghe son tornate” – per sintetizzare (e illustrare anche ai non addetti ai lavori) il senso dell’articolata ordinanza con cui la Corte d’appello di Bari martedì scorso ha sospeso il processo a carico di Giampaolo Tarantini e altri imputati, ritenendo rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale di alcuni articoli della legge Merlin già sollevata in primo grado e  tenacemente riproposta in appello dai difensori di  Massimiliano Verdoscia, gli avvocati Ascanio Amenduni e Gioacchino Ghiro.

Silvio Berlusconiin foto: Silvio Berlusconi

La vicenda rientra nel famoso caso delle escort condotte nelle dimore di Silvio Berlusconi quando il Cavaliere era Presidente del Consiglio, che tanto scalpore fece all’epoca e che contribuì in maniera non trascurabile ad alimentare la parabola discendente della sua esperienza politica screditandone l’immagine personale grazie ad uno dei più eclatanti fenomeni di gossip giudiziario nella storia del nostro Paese.

Nello specifico, riguarda le ipotesi di reclutamento e di favoreggiamento della prostituzione, comportamenti penalmente rilevanti secondo le norme vigenti e che invece – secondo l’innovativa e coraggiosa prospettazione della difesa, recepita dai giudici della Terza sezione penale (Presidente Marcello De Cillis, componenti Margherita Grippo e Adolfo Blattmann D’Amelj, che del provvedimento sapientemente argomentato è stato l’estensore) – debbono essere considerati perfettamente legittimi in ragione dei mutamenti sociali che hanno inciso sull’esercizio del mestiere più antico del mondo, facendogli assumere connotazioni ignote (e certo non prevedibili) ai tempi in cui fu approvata la legge che decretò la fine delle “case chiuse”, della quale proprio tra alcuni giorni (il 20 febbraio) cade il sessantesimo compleanno.

Oggi le escort (o accompagnatrici disponibili a prestazioni sessuali a pagamento) utilizzano i più svariati canali per procacciare i propri clienti, viaggiano in internet dove sono presenti raffinati siti che le pubblicizzano, si avvalgono dei social network e di Whatsapp, per cui il concetto stesso di condotta collaborativa alla cessione volontaria del proprio corpo è mutato, allargandosi a dismisura. E, soprattutto, è cambiato il fondamento stesso (etico e giuridico) di un’attività considerata in passato moralmente riprovevole.

Patrizia D’Addarioin foto: Patrizia D’Addario

La Corte costituzionale, nel 1987, ha difatti affermato che la sessualità costituisce uno dei modi essenziali di espressione della persona umana, di tal che «il diritto di disporne liberamente è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto», riconducibile ai diritti inviolabili di cui all’art. 2 della nostra Carta fondamentale. Ne consegue che anche l’esercizio della prostituzione (se frutto di una libera scelta) può costituire una modalità di affermazione della propria identità personale, in quanto espressione della libertà di autodeterminazione sessuale. Affermazione ardita? Solo apparentemente.

Certo le femministe mai avrebbero immaginato che il principio di autodeterminazione (invocato illo tempore in relazione al diritto di interrompere gravidanze indesiderate) potesse costituire il grimaldello con cui avallare comportamenti agli antipodi di una visione dei rapporti tra i sessi che si proponeva di combattere il maschilismo e i fautori della “donna-oggetto”, ridotta a nudo corpo senz’anima. Un’eterogenesi dei fini per certi versi beffarda.

E tuttavia l’approccio fatto proprio dai giudici baresi non fa che fotografare la realtà, prendere atto di uno scenario lontano anni luce da quello in cui maturò la legge Merlin che, in pochi lo ricordano, fu approvata anche sotto la spinta internazionale, essendo l’Italia da poco entrata nell’ONU e avendo dovuto di conseguenza ratificare varie Convenzioni che proibivano lo sfruttamento della persona umana. Quest’ultimo oggi continua ad esistere, talora in forma drammatica (si pensi alle tante ignare giovani extracomunitarie condotte in Italia con false promesse e poi costrette a vendere il proprio corpo). Ma è altra cosa dal fenomeno portato alla ribalta dal caso Tarantini, nel quale il “reclutamento” altro non è che un’intermediazione tra escort e clienti e il “favoreggiamento” una semplice occasione per rendere più comodo l’esercizio di un’attività svolta dall’interessata in piena libertà per ottenere una (spesso cospicua) utilità economica, in una logica di libero mercato nella quale domanda e offerta si incontrano. In questo quadro non si può invocare l’offesa alla moralità pubblica e al buon costume – concetti generici e flessibili – anche perché occorre tener conto di un’evoluzione normativa che ha trasferito l’intera materia (compresa quella assai scottante dei reati sessuali) nell’area dei delitti contro la libertà personale.

Nel 2016, del resto, la Corte di cassazione – sulla scia di una pronuncia del 2001 della CEDU che aveva ritenuto l’attività di prostituzione riconducibile alla nozione di attività economica – ha affermato che vendere il proprio corpo non è di per sé un illecito e che i relativi proventi costituiscono pertanto un reddito imponibile ai fini IRPEF, soggetto persino all’IVA quando l’attività è svolta in maniera abituale.

Gianpaolo Tarantiniin foto: Gianpaolo Tarantini

Nessuno scandalo, dunque, ma il superamento di un falso perbenismo. Anche perché, non dimentichiamolo, lo Stato trae profitto da una serie di prodotti e attività eticamente a dir poco discutibili (sigarette, alcolici, lotterie, sale giochi e scommesse), che vengono considerate lecite nonostante i danni che indiscutibilmente producono e il loro non infrequente intreccio con interessi e organizzazioni criminali.