Ne ha macinati di chilometri il tatuatore ‘old school’ Pasquale Minutolo Capece da quando per la prima volta nella cameretta di casa ha tatuato una rosa nell’interno coscia di suo fratello, lavorando poi in diverse città d’Europa e del nord Italia, per tornare, infine, a Napoli. Oggi è il titolare di uno degli studi più rinomati della città, oltre a collaborare per alcuni mesi l’anno con un tattoo shop di Berlino. È lui a raccontare la sua storia ed a raccontarci com’è cambiata la cultura che ruota intorno alla più antica arte del corpo. Superati i pregiudizi, oggi ci si tatua di più per moda e meno per cultura. Ripercorriamo insieme la storia tatuaggio, espressione dei propri sentimenti; fino al mestiere del tatuatore, non un commerciante, ma un vero e proprio artista che trasforma emozioni e sentimenti in storie indelebili.

Cos’è per lei un tatuaggio?

Oltre ad essere una forma d’arte, il tatuaggio è comunicazione dei propri sentimenti e del proprio stato d’animo. Rivisitando il testo di un noto gruppo rap napoletano, direi che l’immagine dei tatuaggi come lacrime incorniciate in modo indelebile sulla nostra pelle è bellissima e veritiera. È una pratica millenaria e non è legata solo ad un fattore estetico. Intorno al tatuaggio ruotano storie e tradizioni diverse: per esempio ci si tatuava per scopi anche terapeutici. Oltre ad iniettarsi sotto pelle cenere e carbone miste a bacche, ci si disegnava delle forme geometriche perché si credeva fosse il modo per allontanare gli spiriti maligni. In questo caso gli spiriti maligni erano le malattie.

Qual è il percorso per diventare tatuatori professionisti?

Oggi per diventare tatuatori è necessario seguire un corso di formazione. Secondo il mio punto di vista, però, andrebbe regolamentato il tutto attraverso una preselezione perché per diventare tatuatori non basta solo saper disegnare discretamente, come troppo spesso si pensa. Essere tatuatore è sì un mestiere ma soprattutto uno stile di vita da cui non puoi staccarti mai. Un tatuatore è un’artista per questo non smette mai di essere tale. Ecco perché secondo me, allo studio in aula è necessario unire la formazione sul campo con l’apprendistato. È lì che il ragazzo aspirante tatuatore deve essere abile a ‘rubare i trucchi del mestiere’, ad osservare per ore il lavoro, ad avere pazienza. Quando sarà pronto, gli verrà affidato lo ‘stencil’ che è segno di grande fiducia tra l’apprendista e il tatuatore perché uno stencil sbagliato significa un tatuaggio sbagliato.

Non solo lavoro da studio ma convention, expo, corsi professionali e continui aggiornamenti … ci racconta tutto l’iter lavorativo di un tatuatore?

Il mestiere del tatuatore è in continua evoluzione, è un continuo aggiornarsi, studiare, confrontarsi per arricchire il proprio background. Per il lavoro da studio, significa avere contatti con i fornitori, gestire gli appuntamenti in agenda e preparare il lavoro per il cliente. Poi ci sono le convention, molto importanti perché è lì che il tatuatore si mette in gioco in una vetrina nazionale o internazionale, si confronta e soprattutto ha la possibilità di imparare da tutti, senza presunzioni.

Come farsi strada con uno studio proprio in una grande città e con molte offerte nel campo?

Solo attraverso la qualità. Non bisogna svendere il proprio lavoro, nè commercializzarlo perché il tatuaggio è una forma d’arte. I veri ‘vip’ del mio studio sono i miei clienti, gente normale che si affida a me per comunicare.

Quale invece la sua personale formazione?

Ho un diploma artistico. La mia gavetta è cominciata con un apprendistato in uno studio ed ho integrato il tutto con un corso di formazione. Sono stato in alcune città europee, per poi restare diverso tempo al nord Italia fino a quando, nel 2005, sono tornando a Napoli aprendo il mio studio. La scelta di tornare nella mia città è stata fortemente voluta: Napoli ha tantissime potenzialità ed anche tante difficoltà ma andarsene è troppo facile.

Quando ha capito che la sua passione sarebbe diventata il suo lavoro?

L’ho capito quando, con alcuni amici motociclisti, sono andato in uno studio nel casertano per fare il mio primo tatuaggio. Sono rimasto affascinato e mentre venivo tatuato guardavo tutte le movenze del tatuatore e cominciai a pensare che ci sarei riuscito anche io.

Qual è lo stile dei suoi disegni, quello che li rende unici?

Il mio stile è quello tradizionale ‘old school’. Quando arriva un cliente, in maniera empatica cerco di comprendere la sua richiesta e la rivisito secondo il mio stile. Il tatuaggio è un progetto a cui si lavora insieme.

Ricorda il suo primo lavoro?

Certo. La cavia è stata mio fratello che doveva, di lì a breve, partire per il militare. Ricordo che eravamo sul letto della nostra cameretta e a me era arrivata da poco la prima macchinetta con gli aghi e volevo provarla. Così gli tatuai una rosa nell’interno coscia.

Quali sono i clienti che frequentano il suo studio?

Sarà anche la posizione del mio studio che si trova in una delle strade più belle e frequentate di Napoli, per cui la clientela è vastissima sia per status sociale che per età. Mi capita di tatuare il giovane studente, il manager della multinazionale ed il nonno di 80 anni che decide di farsi incidere sulla pelle il nome del figlio morto da poco.

Quali le richieste più comuni che le sono state fatte e quali quelle più bizzarre?

Molte persone si tatuano per moda per cui le richieste comuni sono i disegni che magari vip e calciatori mostrano e che, per emulazione, vengono ripresi. Poi ci sono le richieste bizzarre come il tatuaggio ai genitali oppure le persone che decidono di tatuarsi cose di cui non conoscono il significato. Così una carpa giapponese, diventa una talpa oppure un tatuaggio maori diventa un maiorico. C’è poi il samurai che, però, non deve avere un’espressione agguerrita ma stanca, come chi “torna stanco a faticà”. Anche questo è il bello del mio lavoro.

Ad un giovane aspirante che consigli darebbe?

Gli direi di studiare ma fare anche tanta gavetta con pazienza ed umiltà. Per esempio c’è un mio ‘figlioccio’, Lello Scarienzo, che oggi è uno dei più importanti tatuatori del panorama napoletano. Mi ricordo di lui quando, piccolissimo, accompagnava i miei clienti solo per avere l’occasione di infiltrarsi e restare a guardarmi lavorare per ore. Ecco questo, secondo me, è un vero esempio di vocazione a questo tipo di arte che poi porta i frutti migliori.

Com’è cambiata negli anni la cultura che ruota intorno al tatuaggio, scardinandone i tanti pregiudizi, e soprattutto la tipologia di persone che si fanno tatuare?

Per quanto riguarda la clientela, quando ho cominciato io i giovani si tatuavano per omologarsi, oggi c’è maggiore conoscenza anche delle tecniche. La clientela varia: si tatua il professionista fino alla persona anziana. Un cambio rispetto al passato c’è stato, seppur di tipo commerciale, mentre avrei preferito una evoluzione culturale. Il tatuaggio anni fa era un’arte di nicchia; poi a sdoganare certi pregiudizi sono stati i vip ed i calciatori. Eppure, a mio parere, il vero tatuaggio resta quello ‘carcerario’ perché nasceva con l'intento di esprimere il proprio malessere. I tatuaggi dei galeotti erano un’espressione di arte ma soprattutto comunicazione di sé stessi, del proprio vissuto sofferto.

Invece tra i suoi tanti tatuaggi a quale è più legato e perché?

Come ogni tatuatore che si tatua non per moda ma per cultura, non posso dare priorità a nessuno perchè sono la storia della mia vita, fatta di momenti di dolore e situazioni di gioia. In questo caso è come fermare il tempo per sempre sulla propria pelle ed esprimere così i propri sentimenti.