Il report The Use of Social Media in Risk and Crisis Communication contiene i punti salienti di un workshop organizzato congiuntamente dall'OECD e dall'International Risk Governance Council il 29 giugno 2012. Approfondisce l'uso che si può fare dei social media per le comunicazioni riguardanti la gestione dei rischi e delle condizioni di emergenza. Un tema estremamente interessante per tutti, in particolare per noi italiani che, tra un capodanno e un ferragosto, non ci facciamo mai mancare i disastri causati da una scossa o da un'inondazione. La dico in modo così volgare perché nei casi che conosco la responsabilità umana, che si esprime nella scarsa qualità della gestione delle infrastrutture, è sempre un'ombra inquietante.

La cosa che viene affermata in modo perentorio è la necessità di far uso dei social media nella comunicazione per la gestione del rischio e dell'emergenza. Anche il silenzio parla e la scelta di non comunicare attraverso facebook o twitter si è rivelato un punto di debolezza per la credibilità e l'efficacia delle istituzioni. Perché la pervasività dei social media e la "connessione permanente" dei singoli alla moltitudine e alle istituzioni è motivo di rassicurazione, di creazione e consolidamento della fiducia reciproca. E contribuisce a determinare la reputazione (dell'istituzione come del blogger o dell'esperto), qualità che per la gestione della comunicazione su temi critici è parte integrante del messaggio. È la chiave di lettura della componente emotiva della comunicazione in emergenza.

I social media possono dare qualcosa in più nella comunicazione in emergenza. Possono contribuire alla movimentazione dei volontari, a veicolare la comunicazione di early warning (principio fondante dell'emergency management completamente ignorato in Italia), ma anche attivare l'early detection capillare e, di conseguenza, trasformare il ruolo passivo dei cittadini in comportamento attivo. Per fare questo salto di qualità è necessario superare il modello top-down e articolare adeguatamente la comunicazione, sia rispetto all'architettura istituzionale che rispetto agli elementi sociali (dall'amministrazione centrale a quella locale, dalla persona alle associazioni, dal comune cittadino all'esperto).

Social media can be used after a crisis to facilitate the lessons learnt processes and as useful materials for risk and crisis researchers.

Naturalmente i social media non sono tutti uguali e non tutti rispondono a tutte le esigenze. I social network come twitter e facebook sono strumenti di comunicazione realtime e non sarebbero in grado, per esempio, di mappare le informazioni geografiche della crisi. Questa è la finalità di strumenti classificati come volunteer technology communities (come Ushahidi o Sahana). Così come dagli sharing media (Youtube, Flickr, Wiki, blog) non bisogna aspettarsi molto di più della condivisione e diffusione della conoscenza. Però tutti sono caratterizzati da una qualità essenziale: l'informazione che gestiscono è qualificata in termini sia geografici che temporali.

Maintaining open data is important in the use of social media to be able to crowd source them easily.

Quest'uso dei social media richiede una legislazione rinnovata per la giusta tutela della privacy e delle informazioni personali? Sì se si vuole andare oltre. L'uso estensivo delle informazioni create nei social media per via del loro uso nella comunicazione in emergenza può essere preziosissimo. Nel momento stesso in cui gli eventi si verificano, dunque per gli scopi di gestione della crisi, oppure ex post per gli studi dei ricercatori, per capire davvero la lezione. Dunque questi dati dovrebbero essere e rimanere "open", un requisito che sarebbe opportuno non sottovalutare se si vuole evitare di amplificare altre forme di rischio già presenti nella società dell'informazione.
Effettivamente non c'è altro modo per concludere: l'uso dei social media per questi scopi è ancora agli albori.