Dopo una breve pausa di cronaca torniamo a parlare di fotografia. Si stanno svolgendo a Roma, nella nostra bella capitale, due eventi imperdibili: la mostra del grande Maestro Bresson e del Maestro Steve Mccurry. Due mondi fotograficamente apparentemente distanti, due realtà che hanno attraversato (nell’arco di 100 anni) tutte le varie metamorfosi della fotografia.

H.C.Bresson

Padre del fotogiornalismo e mia fonte personale d’ispirazione, inizia la sua carriera durante il suo primo viaggio in Costa d’Avorio nel 1930. Due anni dopo acquista la prima macchina fotografica, una Leica, che resterà sua compagna di viaggio per molti anni. Fondatore dell’agenzia Magnum assieme a Robert capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert dedicò la sua intera vita alla fotografia, diventando così un’icona del ‘900. Nella mostra “Henry Cartier Bresson immagini e parole”, organizzata dalla provincia di Roma nel palazzo Fandango Incontro in collaborazione con Contrasto, Magnum foto, la fondazione Bressonn e Civita, sono esposte quarantaquattro opere in bianco e nero, immagini d’inestimabile valore accompagnate da una selezione di scritti di autori importanti come Baricco, Sciascia, Miller, Kundera, Scianna. La mostra (aperta fino al 6 maggio) offre la possibilità al visitatore di effettuare un viaggio nel tempo e nella storia della fotografia in un percorso che inizia con il suo “attimo decisivo” e che prosegue con una bellissima carrellata di scatti come “ I bambini di Siviglia del 1933” descritto da  Bruce Davidson così : “Il mio primo incontro con H.C.B. e il suo momento decisivo risale al 1935 mentre giravo le pagine di quel libro, oramai diventato un classico, capii che quello era il genere di fotografia che dovevo fare.. La foto scattata a Siviglia nel 1933, dove un gruppo di bambini gioca dietro ad un muro sventrato mi fece un’impressione che da allora non mi ha più lasciato. Lungo i miei trentacinque anni di fotografie credo di aver cercato quest’immagine nelle città del mondo intero.. per me la fotografia è lo spirito dell’uomo che riesce a liberarsi dalle costrizioni, dalle infermità per raggiungere un altro spazio, un altro tempo. È la vita stessa. Ecco di cosa ci ricordiamo a proposito degli istanti che compongono l’opera decisiva di Bresson: una visione impossibile da dimenticare.”.

Proseguendo il percorso della mostra, altre sono le opere e altre sono le emozioni che ogni visitatore si trova a dominare, scatto dopo scatto, frase dopo frase: la donna che in un campo di deportati riconosce la spia della Gestapo che l’aveva denunciata (Dessau 1945), le famose donne del Kashmir, downtown New York e il gattino che in un vicolo scuro, stretto guarda la disperazione di un uomo a sedere sul marciapiede. Quarata quattro emozionanti sguardi di una realtà analogica lontana dai giorni nostri, linee, curve che hanno reso il maestro Bresson il genio della geometria fotografica e mentore di tutte le generazioni di fotogiornalisti che a lui si sono e si stanno ispirando.

Steve Mccurry e la storia della ragazza Afghana

Quando parlo di Steve Mccurry automaticamente, il mio pensiero si rivolge alla foto della ragazza Afghana, copertina del National Geographic e icona di tutti i fotografi ritrattisti. Membro della Magnum photo, indiscusso maestro del colore e capace di catturare grazie alle sue immagini l’essenza della sofferenza e della gioia umana, inizia la sua carriera come freelance in India dove impara ad attendere la vita “ Se aspetti-spiega- le persone riusciranno a dimenticare la macchina fotografica e la loro anima verrà alla luce”. La mostra romana di questo grande artista contemporaneo, oltre a dare la possibilità a ogni visitatore di ammirare 200 immagini raccolte in un incredibile location (curata da Fabio Novembre) che ricorda un villaggio nomade offre la possibilità di rivivere, tramite dei video, la storia della ragazza ha reso Mccurry famoso in tutto il mondo: Sharbat Gula.

mostra roma

Un racconto emozionante che ripercorre le varie fasi di ricerca che ha portato, come ogni lieto fine vuole, ad assegnare finalmente un nome a quegli splendidi occhi verdi che sono stati l’ossessione di uno dei fotografi più importanti dei giorni nostri. La mostra inoltre propone (per la prima volta) immagini del progetto “the last roll”: gli scatti dell’ultimo rullino Kodak affidato a Mccurry per celebrare la fine di quest’icona che ha accompagnato la carriera di tanti fotografi analogici; sono presenti fotografie dei vari viaggi dell’autore in Italia (paese al quale dimostra di essere molto affezionato) e le testimonianze impressionanti che il fotografo ha catturato durante gli attacchi dell’undici settembre alle Torri Gemelle, momenti di guerra, di disperazione, di stupidità umana. Nei vecchi macelli del Macro Testaccio La Pelanda di Roma in collaborazione con Roma Capitale e Civita, Steve Mccurry ci regala uno scampolo della sua trentennale carriera, un evento (come la mostra di Bresson) imperdibile che si concluderà il 29 aprile prossimo.

Ringrazio la disponibilità degli organizzatori della mostra“Henry Cartier Bresson immagini e parole"  per aver autorizzato lo scatto di alcune immagini d'insieme.