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Quando leggo di italiani convertiti all’Islam vengo colto da un sentimento di estraneità inquietante. Non mi appartiene l’adesione a un credo onnipervasivo di natura trascendente, ma l’idea di passare da un insieme codificato di credenze a un altro assolutamente simile nella sostanza e differente nella forma espressiva mi pone domande alle quali so che non troverò risposta. Ciò vale anche per il percorso contrario, sia chiaro; l’islamico che comprende una nuova verità e si converte al cristianesimo, come è accaduto a Magdi Allam diventato anche uno scatenato islamofobo.

Questo non sarà un articolo a sfondo religioso. Non ne avrei titolo. Prendetelo al massimo come un piccolo momento di riflessione che condivido coi lettori.

Il cuore del problema è la fede e il suo mistero. Chi crede in Dio (qualunque, ma qui per semplificare mi concentrerò nella fede cristiana), nell’insegnamento di Gesù e le varie rivelazioni che costituiscono il corredo di questa religione, si dice che ha fede. Cosa significa? Io, per esempio, sono disponibile a credere, non penso di avere un preconcetto di un qualche genere; ho chiesto più volte, a credenti di elevato livello culturale: “cosa vedi tu, nella tua fede, che io non riesco a vedere? Indicami dove devo guardare!”. Ho ottenuto, in risposta, argomentazioni complicate, citazioni di classici, consigli di lettura (che ho trovato generalmente tautologiche) ma mai una chiara indicazione. I miei interlocutori, semplicemente, credevano, avevano fede, e questo era un fatto interiore loro e inesplicabile, affondava le radici in molteplici elementi educativi, biografici, psicologici ineffabili e non argomentabili in termini logici come probabilmente io chiedevo loro. La stessa definizione di ‘fede’ come definita dal catechismo cattolico ha questo limite: non si può “spiegare”, la si può solo avere o non avere (evidenze mie):

III. Le caratteristiche della fede

La fede è una grazia

153 Quando san Pietro confessa che Gesù è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, Gesù gli dice: “Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (⇒ Mt 16,17). La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da Lui infusa. “Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia "a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità"”.

La fede è un atto umano

154 È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all'intelligenza dell'uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate. Anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse (come, per esempio, quando un uomo e una donna si sposano), per entrare così in reciproca comunione. Conseguentemente, ancor meno è contrario alla nostra dignità “prestare, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà a Dio quando si rivela” ed entrare in tal modo in intima comunione con lui.

155 Nella fede, l'intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: “Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Deo motae per gratiam – Credere è un atto dell'intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina”.

Ci aiuta anche il solito Paolo (Efesini 2: 8):

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio

I cortesi lettori cristiani certamente sorrideranno della mia ingenuità e mi correggeranno, ma il fatto è che io capisco semplicemente che se Dio mi dà la grazia ricevo il dono della fede e credo in lui, se no, no. Il catechismo appena citato (anche in numerose altre parti che ometto per semplificare il discorso) parla anche di una collaborazione umana, del desiderio e della disponibilità a ricevere la fede, una precisazione che pare un pochino vaga in quanto non riesco a capire perché, e specialmente come, debba collaborare nel ricevere la grazia della fede (che mi farà credere in Dio e tutto l’ambaradan) essendo privo, appunto, del fondamentale requisito iniziale, la fede. Insomma: quello che appare a un laico come me è che alcune persone – per ragioni che non mi interessa minimamente esplorare – hanno fede e quindi accettano tutto l’insieme delle credenze collegabili alla divinità, mentre altre persone questa fede non ce l’hanno e, come me, si interrogano.

Poiché la fede è il prerequisito della credenza, il credente non pone limiti e distinzioni: non puoi avere fede in un pezzo di religione, qualche po’ di fede in un pezzo di un’altra e sostanziale rigetto per altri elementi. La religione (la fede in un determinato dio e tutto il suo ambaradan) è un sistema chiuso. Se sei cattolico credi nella Trinità, in Gesù figlio di dio, nella vergine Maria, i santi e così via. Se sei protestante o ortodosso rigetti alcune questioni marginali a favore di altre ma se incominci a essere musulmano il ruolo di Gesù è completamente modificato (fonte), non credi nella trinità (fonte) e via discorrendo; preghi quindi diversamente, vivi diverse relazioni sociali; pensiamo solo al ruolo della confessione – che per i cattolici è un sacramento fondamentale – e al connesso differente modo di intendere il peccato, e quindi il nostro stare in mezzo agli altri.

Si tratta quindi di sistemi coerenti e significanti simili su alcune fondamentali questioni di base di natura trascendente (il dio creatore e giudice, per esempio), e più o meno differenti in questioni di carattere sostanzialmente più immanente (questa dicotomia sarà fortemente criticata, lo so, sto semplificando) quali i modi nei quali vivere secondo i precetti, come rapportarsi alla divinità e così via.

E arrivo alle (per me misteriose) conversioni. Tu credi nel dio dei cattolici – supponiamo – perché hai ricevuto da dio stesso la grazia della fede. Credi in questo dio, nel fatto che si sia fatto uomo per redimerti dal peccato originario, che tu entri in contatto con lui attraverso l’eucaristia e via discorrendo. Poi, a un certo punto della tua vita, ecco la rivelazione! No, niente di questo è vero (e fin qui lo capisco) è invece vero quest’altro sistema analogo, e ugualmente chiuso, di rivelazioni, che implicano nuovi modelli sociali e di comportamento, probabilmente nuove amicizie e nuovi modelli famigliari…

C’è qualcosa che non mi quadra. Se la fede è un dono che deriva da dio, che ti concede di entrare in comunicazione e in comunione con lui, com’è possibile tu la perda a favore di un altro dio? (Non obiettate che si tratta della stessa divinità; è facilmente contro-argomentabile e qui non desidero divagare troppo). A me – nella mia ingenua e probabilmente rozza laicità – appare evidente un’aporia fra l’origine assolutamente divina, assoluta, trascendente, della fede, e la possibilità di un suo abbandono a favore di un'altra trascendenza, di un’altra mistica, di un altro sistema con le sue ricadute sociali. Comprendo abbastanza bene il credente che perde la fede e diviene ateo, come comprendo l’ateo che ottiene il famoso dono divino e acquista la fede. Non comprendo le trasmigrazioni entro fedi.

O meglio: le comprendo su un piano sociologico, non su quello fideistico. Da quel poco che si legge nelle testimonianze di convertiti (alcune le abbiamo citate, altre sono facilmente reperibili), la conversione avviene dopo un incontro sentimentale forte con un appartenente a un’altra religione, dopo una depressione, dopo un’esperienza traumatica… non voglio ridurre la fede a psicoanalisi, ma se è chiaro che la fede è, prima di tutto, un’esperienza individuale, è nella storia delle persone (nella storia immanente, materiale, quotidiana) che si può leggere il come e il perché dell’adesione a una credenza, del suo abbandono, dell’eventuale ritorno… Essendo la fede una risposta, essa è risposta a istanze umane, a incertezze, problemi, perdizioni umane. È fin troppo comprensibile come la stragrande maggioranza di un popolo trovi, senza neppure cercarle troppo, le stesse risposte (e fedi) dei padri, mentre acquista un significato diverso l’abbandono del solco degli avi per abbracciare una rivelazione diversa. Più che diversa, nel caso dell’islamismo, perché con molti torti e solo qualche pallida ragione potremmo definirla ostile (nell’opinione pubblica, per alcuni avvenimenti specifici non generalizzabili, per una storia di inimicizie…). E quindi la conversione, al netto delle profonde motivazioni spirituali, diventa un atto di ribellione, di contestazione, di rottura. Le donne italiane desiderose di mettere l’hijab e andare a vivere in un paese musulmano, gli uomini che si fanno tagliare il prepuzio e vanno in moschea, saranno indubbiamente illuminati dalla loro nuova fede ma, prima di tutto, cercano una strada nuova a una condizione umana che non li soddisfa.

Risorse:

Guglielmo Piombini, Il fenomeno delle conversioni dall’Islam, “Documentazione.info”;

Diego Sabaghi e Jessica Cimino, Gli italiani che si convertono all’Islam, “The Post Internazionale”.

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