Un incontro fatto di magia e storia quello che si vive, appena varcata la soglia della Reggia di Caserta, opera architettonica mastodontica iniziata nel 1752 dall'architetto Luigi Vanvitelli, considerata la residenza reale più grande al mondo per volume. Il Palazzo reale di Caserta nasce per opera del Re di Napoli, Carlo di Borbone, il quale voleva un'opera che rendesse alla città-capitale un'aura degna di competere con le altri capitali europee; per tali ragioni fu ispirata dalla Reggia di Versailles.  L'immane lavoro che dovette svolgere Vanvitelli fu quello di circondarsi di collaboratori validi; fu affiancato da Marcello Fronton per i lavori del palazzo, Francesco Collecini per il parco e l'acquedotto, e Martin Biancour fu il capo-giardiniere, insieme al capomastro Pietro Bernasconi, cui successe Carlo Patturelli.

Letto nuziale di Gioacchino Murat in stile Impero
in foto: Letto nuziale di Gioacchino Murat in stile Impero

I lavori durarono complessivamente diversi anni e alcuni dettagli rimasero incompiuti. Nel 1759, infatti, Carlo di Borbone di Napoli era salito al trono di Spagna (con il nome di Carlo III) e aveva lasciato Napoli per Madrid.  I proprietari storici sono stati i Borbone di Napoli, oltre a un breve periodo in cui fu abitata dai Murat. Nel 1759, prima che i lavori fossero compiuti, Carlo partì per la Spagna e Luigi Vanvitelli, morto nel 1773, non riuscì a vedere terminata la sua opera. Appena morto, l'edificio era giunto al piano del cornicione e il parco era ancora agli inizi. Successe a Luigi, il figlio Carlo, che continuò i lavori di decorazione interna e costruì le fontane del Parco e alcuni edifici secondari.

Il valore che il Palazzo reale di Caserta aveva per Re Ferdinando IV di Napoli era essenzialmente di prestigio e lusso, infatti la reggia era considerata una sua residenza di caccia, dopo essersi convinto di lasciare il Palazzo reale di Portici, dopo l'eruzione del Vesuvio del 1767. Sua moglie, la regina Maria Carolina d'Asburgo, aveva le sue stesse inclinazioni, riuscendo a decorare il palazzo con un gusto particolare. Ogni sala avrebbe avuto uno stile diverso e per rispondere ai suoi gusti, a Caserta fece riunire una pinacoteca importante e notevoli collezioni di porcellane. La smania di Re Ferdinando per abitare nel suo sontuoso palazzo fu tale che decise di risiedervi, ancor prima che i lavori fossero terminati.

Lo sfarzo dei regnanti era comune a quello di Versailles. Ne sono una testimonianza le opere architettoniche, i quadri che riflettono scene di vita quotidiane e soprattutto passeggiando per le mura del palazzo antico, si respira un'aria dell' ancien régime, che ha contraddistinto l'epoca della magnificenza e della gloria di un re.

I numeri della Reggia di Caserta

Il palazzo a pianta rettangolare è alto 41 metri con la facciata principale lunga 253 mt e quella laterale di 202 mt. 

Composto da 6 piani fuori terra, oltre il piano sotterraneo, collegato da 34 scale. 

La reggia ha 1200 stanze illuminate da 1790 finestre

4 cortili lungi 74 metri e larghi 52.

Il giardino è di 120 ettari. 

Il territorio agricolo fu acquistato dal re nel lontano 29 agosto 1750, con la cifra di 489mila 343 ducati.

La costruzione è costata 6 milioni 133.507 ducati e furono impiegati anche dei galeotti e schiavi musulmani fatti prigionieri dalle regie navi sulle coste tripoline per i lavori forzati, con più di 3mila operai e 300 capo-mastri (tra cui alcune donne).

La Reggia di Caserta accoglie ogni anni 10 milioni di persone.

I materiali usati

I materiali colorati furono tratti dalle cave dei paesi limitrofi; il tufo dalle cave di San Nicola La Strada, i mattoni dalle fornaci di Capua, il travertino dalle cave del regno o da chiese dirute o da avanzi di edifici romani. Fu usato in larga parte, il marmo di Carrara, soprattutto per le statue e per le cornici dei rivestimenti interni, seta di San Leucio

Ma veniamo all'opera più sfarzosa, il teatro, un gioiello prezioso della Reggia di Caserta. Sala a ferro di cavallo con cinque ordini di palchi, dodici colonne provenienti dal Teatro di Serapide a Pozzuoli; nella volta, le Nove Muse e i I Quattro Elementi; nel centro: Apollo che uccide il serpente, dipinto di Crescenzo La Gamba. Oggi, la struttura non è aperta al pubblico per ragioni di sicurezza e viene tutelata con la massima cura.

Vita e costumi della corte

Napoli, nel 1734, con il definitivo insediamento della monarchia diventò la capitale del maggior regno d'Italia e la corte divenne il centro della vita mondana. Oltre alle cariche importanti, tra i gentiluomini di corte, possiamo annoverarne circa 115. Tra questi, solo 50 avevano il diritto di entrare in ogni sala dei Palazzi reali mentre gli altri erano  "di entrata" e portavano una chiave d'argento, potendo appunto entrare solo fino alla quarta anticamera. La nuova corte borbonica, con una particolare indole popolare, era propensa ai piaceri e rese la bella città di Napoli, una delle più attraenti d'Europa.

Il lusso che i ricchi signori sfoggiavano consisteva soprattutto nelle carrozze e nei cavalli. Sugli enormi monumentali cocchi tirati da sei, otto e perfino dieci cavalli e le dame troneggiavano come regine. I grandi equipaggi avevano due volanti incaricati di riordinare le redini che si imbrogliavano. Oltre ad esse, anche altre vetture e piccole cabriolets e calèches.

Un lusso spietato era rappresentato dalla servitù. I nobili avevano almeno due o tre paggi. Oltre ai paggi e ai volanti, le grandi case avevano valletti, lacchè, domestici, camerieri, cuochi, cocchieri, segretari e maggiordomi. Durante il Carnevale, i divertimenti costavano alla corte e alla nobiltà delle somme esorbitanti.

Tutte queste cose avvenivano soprattutto a Napoli, mentre a Caserta, la Reggia veniva quasi tutelata dalla vita mondana. Vissuta come ritiro per le partite di caccia, il re vi soggiornava con pochi intimi. Spesso quando venivano a trovarlo nel parco, alcuni ministri ed ambasciatori, come riporta Alessandro Dumas, il re era solito mostrare una vecchietta che abitava nella casetta nel parco:

"Vedete questa buona donna, essa è la mia seconda madre, la prima mi diè la vita, questa me l'ha salvata", facendo riferimento ad un episodio dove l'anziana lo salvò da un agguato.

Il Re Carlo di Borbone viveva la Reggia di Caserta come momento di riflessione. La vita a corte cambiò dopo il matrimonio tra Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina, diventando un intenso fulcro di vita mondana.

Allora si diede il via libero alle feste, alle gale sfarzose, agli spettacoli teatrali che entusiasmavano i regnanti, mentre file di operai erano ancora intenti a completare i lavori di strutturazione.

Il soggiorno a Caserta piaceva molto a Maria Carolina, spesso annotava in un diario tutte le sue gioie fugaci e a volte, trapelavano dalle sue parole di malinconia dei segreti e delle pene d'amore per un rapporto travagliato con il marito, più volte faceva riferimento alle vicende politiche e familiari. 

Il re -per quanto fosse "ruspante"- amava definirsi protettore e intenditore di arti, specialmente di pittura, e fece lavorare per la corte di Napoli numerosi artisti tedeschi. Tra cui il pittore Filippo Hackert, il quale amico del Goethe, giunse a Napoli nel 1782 con la granduchessa di Russia, che desiderava una veduta del palazzo. Per questo motivo, il pittore dovette fare i suoi studi sul posto e passò sei giorni di sopralluogo a Caserta, per dipingere al meglio il ritratto della nobildonna. Re Ferdinando stimava molto Hackert a tal punto da confidargli che gli avrebbe ceduto volentieri parte delle sue ricchezze, per avere almeno un minimo di conoscenza della sua arte pittorica.

La regina era solita ringraziare i suoi ospiti regalando oggetti di valore, come orologi d'oro oppure concedeva senza alcuno sforzo duecento once d'oro, dono che veniva dato a chi era più gradito; il re pagava direttamente i lavori che commissionava.

Curiosità su Emma Lyons

Ospite della regina Maria Carolina, a Caserta, fu anche Emma Lyons, moglie dell'ambasciatore inglese Sir William Hamilton, la quale fu bollata a fuoco da Pietro Colletta che la fece responsabile della condanna a morte dell'ammiraglio Caracciolo. Condotta a teatro da bambina, era solita osservare attentamente il contegno degli attori, assumendone le movenze e grazie a questo sistema riuscì a scalare le vette del successo.

Nel tempo divenne una celebre musa per tanti pittori. Il suo corpo, nel fiore della gioventù e della grazia, snello e duttile, suscitò l'ammirazione degli artisti che frequentavano la corte. Di lei si innamorò un giovane signore di Londra, Sir Carlo Greville, che volle conoscere la donna di cui tutti parlavano, che era diventata intanto l'amante del cavaliere Henri Fetherstonehaugh.

Per lei fece spese folli, il giovane Greville: la circondò di agi e le diede abili professori che le insegnarono la musica, il disegno, il francese e l'italiano. Lui l'amava, ma lei no. La donna pensò solo a giocare la sua ultima carta, indossò i suoi umili abiti e decise di gettarsi ai piedi dell'ambasciatore per far dimenticare le sue origini (era figlia di un fabbro) e col gesto di strattonarsi su di lui con i capelli neri che si sparsero sulle spalle, la giovane fanciulla riuscì ad ottenere il favore dal diplomatico, che decise di oscurare il suo passato, perdendo per lei la testa. Nell'aprile del 1786 Emma giunse a Napoli e divenne l'amante del vecchio ambasciatore, lo stesso Goethe in un suo scritto fece riferimento a lei:

"Il cavaliere Hamilton sta con una giovane inglese appena ventenne, bella e ben formata, alla quale ha fatto fare un costume nero che le sta a meraviglia. Così vestita la bellissima donna scioglie i suoi capelli, prende un paio di scialli ed esegue tante metamorfosi di situazioni, movimenti e atteggiamenti, che alla fine par di sognare".

Al trionfo di Emma, mancava appunto il suo posto a corte, che riuscì ad ottenere dalla regina Maria Carolina, la quale in un primo tempo la trattò con sovrano disprezzo, ma poi cedette al suo fascino. Le due divennero amiche, ma Emma continuamente presa dalle sue passioni, terminò la sua vita in miseria.

Questi ed altri aneddoti sulla vita a corte del Palazzo reale di Caserta hanno fatto sì che la quotidianità divenisse un modello culturale da osannare o al contrario da ostracizzare, anche se tutti noi almeno una volta nella vita, abbiamo immaginato di vivere da regnanti.

Si ringrazia per le fonti Giovanni Lanna,  Librerarium di Ebay, per aver procurato un antico opuscolo dell'Ente Provinciale per il Turismo a Caserta del 1964 e il libro di Ettore Martucci "La città reale" (Edizione 1928).