Cala il sipario sulla Milano Fashion Week ed è tempo di tirare le somme su quanto visto nell'arco di questa lunga settimana dedicata alla presentazione delle collezioni Donna autunno/inverno 2018-2019.

Sicuramente a destare maggiore clamore la sfilata di Gucci a cominciare dalla scenografia in cui si sono visti catapultati gli invitati al defilè di Alessandro Michele allo scadere dei secondi dell'incalzante timer-invito che era stato loro inviato: una sala chirurgica con al centro posizionato un lettino illuminato da lampade scialitiche. A fare da cornice sono soltanto le tipiche pareti verdi ospedaliere. Ovviamente i posti a sedere sono sedie bianche di una comune sala d'aspetto di un pronto soccorso: di fronte a uno scenario simile il sentimento generale a brulicare ai bordi del front-row non sarà stato molto lontano dall'angoscia. Un'angoscia sicuramente intensificata anche dallo scandirsi dei bip cardiaci su cui si sono insediate le note di uno struggente Stabat Mater come colonna sonora dell'intera sfilata.

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A spiegare il motivo di una scelta tanto inusuale lo stesso Alessandro Michele che afferma:

“Ho voluto i tavoli operatori perché per me rappresentano alla perfezione l’atto creativo di inventare delle possibilità. Il mio e quello di tutti è un lavoro da chirurghi. Ritagliamo, riassembliamo e sperimentiamo le nostre personalità come su un tavolo operatorio. Il mio luogo creativo, poi, è in apparenza identico alla sala operatoria perché rappresenta l’ordine nella confusione totale del corpo, dei tessuti, degli strumenti”.

Ispirato  al Manifesto Cyborg, scritto nel 1984 da D. J Haraway, la successione degli outfit è stata compendio visivo del concetto di ibridazione di generi e razze, reso sul piano stilistico da un mix and match di tessuti, colori, stili con un risultato di iperbolico overdressed del tutto voluto: non passano di certo inosservati i vestiti sopra i pantaloni, le cappe giganti dai motivi orientaleggianti,il logo della Paramount sulla maglia dalle piume di struzzo così come i turbanti da sikh, il cappello a forma di palazzina cinese, la pioggia di cristalli su teste e busti delle modelle ad evocare le danzatrici del ventre, i passamontagna con evidente allusione alle Pussy Riot. Insomma, a mancare erano soltanto le zingare con i candelabri in testa e le balinesi nei giorni di festa di Battiato.

A mantenere questo scenario in bilico tra l'onirico e il macabro, compaiono occhi sulle mani, ma anche al centro della fronte a simboleggiare il sesto Chakra, corna da fauno in testa, cuccioli di drago, piccoli camaleonti, serpenti, portati in braccio dai modelli, oltre alle famose teste "mozzate" le cui foto hanno fatto il giro dei social.

La sfilata di Alessandro Michele è stata duramente colpita dalle critiche degli addetti al settore sia per l’efferatezza della location che per l’incoerenza della vestibilità. Io penso che chi ne è rimasto scandalizzato è la prova vivente che un prodotto del genere abbia funzionato. Alessandro Michele rompe con i rigidi diktat della "moda bene", delle categorie strettamente fissate e preimpostate, lanciandoci una provocazione, chiedendoci cosa sia normale e cosa anormale in fondo, rifiutando le rigide separazioni di due mondi, quello umano e animale che si fondono in un unicum. Ma forse questa passerella ci spaventa perché, come tutto il nuovo che avanza è qualcosa a cui non siamo abituati e per legittima difesa reagiamo con un rigetto aprioristico. Ma in fondo la moda è arte e l'arte in quanto tale dovrebbe sempre suscitare qualcosa nell'osservatore: che sia piacere per gli occhi, che sia disgusto (pensiamo a un'opera come Fontana di Marcel Duchamp ad esempio). E allora, ben venga se la moda diventa motivo di scandalo, ben venga lo smuovere il terreno dalle certezze, dando vita a una narrazione autentica di quello che è l'immaginario tipico contemporaneo. L'invito che ci fa Alessandro Michele sembra quasi essere quello di squarciare il Velo di Maya che abbiamo davanti agli occhi e permetterci di andare oltre la realtà del "fenomeno da baraccone" portato in scena per coglierne l'essenza più sottile racchiusa dentro di esso. Alessandro Michele è quel chirurgo dentro la sala operatoria chiamato a sporcarsi le mani, plasmare un atto creativo unico e superbo nel suo genere per dare visioni su tematiche così alternative e visionarie, laddove gli altri non sono riusciti a fare.

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