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Gomorra o non Gomorra? Questo è il dilemma. Anzi uno dei dilemmi. Che sia più giusto che l’arte tragga spunto dalla realtà nuda e cruda o che la realtà possa divenire arte solo se pedagogica?

Su questo punto ci si può dividere. Piaccia o non piaccia, il giudizio è personale e quando si parla di fiction bisogna farsene una ragione: non vincono sempre i buoni. Anzi, può capitare che i buoni non ci siano proprio. E’ una scelta artistica rappresentare il male dal male, possiamo parteggiare per i cowboy o per gli indiani, protestare perché l'assassino è sempre il maggiordomo, o piangere il protagonista che muore mentre la nave affonda. Dubito ergo fiction.

​Dal punto di vista sociale, il rischio emulazione sembra essere parti a qualsiasi altro prodotto televisivo. Ne Il Padrino si usava lo stesso criterio di narrazione, il male dal male, e sarebbe miope attribuire a chi racconta una storia le responsabilità di quello che succedee nella realtà, seppur romanzata. Come se la camorra fosse nata con (o peggio da) Roberto Saviano o la mafia sia un fenomeno attribuibile a Francis Ford Coppola. Piuttosto sarebbe interessante analizzare chi, come e perché viene attratto dal fascino di emulare il male, magari senza sterili generalizzazioni ("i giovani") così ampie da rendere nullo qualsiasi approfondimento o rappresentatività statistica.

Dal punto di vista geografico, invece, la disputa è tra patriottici e detrattori. Gomorra rappresenta solo la parte peggiore di una zona d’Italia o è l'ennesimo affronto ad un territorio spesso più vittima che carnefice di dinamiche malavitose?

​Quando, qualche hanno fa, ho pubblicato La città che brucia, raccontando la storia di due adolescenti nati in un’Italia dove le mafie avevano vinto, mi sono posto lo stesso problema. Volevo che il messaggio fosse universale e non locale, che partisse da un luogo fisico per diventare di tutti, e per questo ognuno potesse sentirlo suo. Quella città che bruciava poteva essere Napoli come Roma, Milano come Parigi, Los Angeles come Città del Messico, Pechino come Bogotà.

La diversa chiave di lettura pone la questione in modo diverso anche per Gomorra. Nella fiction non si vede Napoli, si vede il male dalle sue budella: quel male che parte dalla periferia del mondo per arrivare al centro, quegli intrecci di complicità che, per volere o paura, fagocitano come una piovra tutto ciò che toccano, colletti bianchi e blu, borghesia e finanza, imprenditoria e politica.

Parafrasando Giorgio Gaber direi che io non ho paura di Gomorra in sé, ho paura della Gomorra che è dentro di noi.  Di quell'atteggiamento distaccato di chi pensa che la mafia sia un problema di altri: a Napoli che sia un fenomeno solo di certe zone, in Campania che sia un fenomeno solo del capoluogo, in Italia che sia un fenomeno solo meridionale, in Europa che sia un vizio tutto italiano. Perché così facendo diamo alla mafia un dialetto, una connotazione geografica e un'identità solo per sentirla “altro”, per vederci diversi, per giudicarci e assolverci.

Così facendo non ci accorgiamo, invece, che Gomorra è diventata parte della nostra vita, ci è entrata in casa, nel cibo che mangiamo, nel lavoro che non troviamo, nei luoghi che frequentiamo. Al sud come al nord.

L'errore maggiore che possiamo fare non è quello di nascondere le Gomorre d’Italia ma di abituarcene, considerare la mafia normale, parte della nostra vita, un elemento indissolubile dal nostro modo di essere e di vivere, mentre Gomorra sono i nostri silenzi, la nostra rassegnazione, il nostro voltare la faccia. ​Per questo penso che non ci sia solo una lettura della serie Gomorra, ma che ognuno possa trovare la sua. Se però pensate che la fiction stia rappresentando la soria di altri state senza pensieri, gli spari sopra sono per noi.