Giancarlo Siani, giornalista, era nato e cresciuto al Vomero, Napoli. Anch’io sono nato e cresciuto al Vomero, Napoli. L’inconfondibile “Mehari” di Siani, divenuta poi il tragico simbolo della sua tragica fine, mi sarà con tutta probabilità sfrecciata davanti mentre percorrevo la Piazza degli Artisti a bordo della mia giovanile Honda 350 , in qualche pomeriggio assolato di qualche secolo fa.

Oggi è il diciannove settembre: la mia data di nascita e anche quella di Giancarlo. Per una singolare coincidenza, pure l’anno in cui sono nato è lo stesso di Siani. Se aggiungiamo la comune attività giornalistica, si può dire che con Giancarlo condivido una buona metà delle generalità. Mezza carta d’identità, in pratica. Come minimo una volta l’anno, non può che venirmi naturale ricordarmi del generoso cronista de “Il Mattino”, e lo ritengo un malinconico privilegio.

Diciannove settembre. Giancarlo Siani avrebbe dunque festeggiato oggi il suo compleanno. Siani, giovane, appassionato e coraggioso (o forse “temerario”?) giornalista degli anni ottanta. Sarebbe stato bello, cliccare oggi "mi piace" su qualcuna delle sue appassionate inchieste postate online su facebook.  Sarebbe stato apprezzabile fargli sentire in tanti su twitter la propria vicinanza per i suoi scrupolosi reportage. Questa mattina, sulla sua pagina personale del social network più famoso avrebbe trovato certamente l’incitamento e gli auguri di tanti. Nell'era della grande rete virtuale, però, Giancarlo non è potuto giungere.

Il fervore con cui aveva approcciato la professione giornalistica, gli è valso tanti anni fa una condanna a morte, sentenziata dal più iniquo dei “tribunali”, quello della malavita organizzata. Poco più che ventenne, agli esordi nello scenario della carta stampata, una mano assassina si è arrogata il diritto di scrivere per lui la parola “fine”. I reportage, le inchieste a firma di un cronista sconosciuto ai più, si erano spinti “troppo in là”.  Ancor più che per i lettori del quotidiano “Il Mattino”, Siani era diventato una “firma” ben nota per la feroce fauna dell’hinterland partenopeo.  Qualche anno fa un bel film del regista Risi, “Fortapàsc”, ha saputo ben rendere gli scenari della vita e della morte di Giancarlo. Una pura, generosa – ma forse proprio per questo poco cauta – passione per la propria professione, ha rapidamente tracciato la strada della sua prematura fine.

Chissà se Giancarlo avrebbe potuto in questi giorni di settembre festeggiare, oltre al suo compleanno, anche qualche brillante affermazione professionale. Probabile, direi, viste le sue doti e personalità. Ma non è detto. Chissà, forse sarebbero state necessarie altre caratteristiche di maggiore “diplomazia”, per assurgere ai “fasti” della professione.

Diciannove settembre. Oggi è anche il giorno di San Gennaro. Per eccellenza, il santo dei miracoli. Il santo del miracolo del sangue. Nel caso di Siani, c’è stato il sangue, ma non c’è stato nessun “miracolo”. Nemmeno quello più scontato. Vale a dire continuare a svolgere privo di remore la propria professione. Permettersi di essere un giornalista “puro”, senza che per ciò solo gli venisse presentato il “conto”, da pagare con la sua stessa sopravvivenza.

r.b.