in foto: Foto: Asia Society

Poco più di un milione di Rohingya sono attualmente nello Stato di Arakan nel nord ovest della Birmania. Questi musulmani sunniti vivono in un paese in cui più del 90% dei 52 milioni di abitanti sono buddisti. Alcuni storici stimano che i Ronghya discendono dai commercianti e dai soldati arabi, mongoli, turchi o bengalesi convertiti all’Islam nel VX° secolo.

Nel paese l’origine stessa del nome “Rohingya” è controversa. Gli storici birmani sostengono che nessuno ne avesse sentito parlare prima degli anni cinquanta. Un dato che sostiene la tesi del governo che stima che i Roinghya siano arrivati negli anni della colonizzazione britannica, alla fine dell' XIX° secolo e che sono quindi immigrati illegalmente nel vicino Bangladesh.

Una legge del 1982 instaurata dalla dittatura militare ha reso questo popolo apolide. Non sono stati riconosciuti come facente parte delle trentacinque etnie birmane. Ancora oggi, il governo riconosce solo le razze nazionali, quelle presenti nel paese prima della colonizzazione britannica del 1823. Secondo un rapporto della Commissione europea “esistono tensioni di lunga data” tra i Roinghya e “la comunità buddista di Rahkine” e “la segregazione della comunitaria istituzionale”. Il documento mette avanti numerose restrizioni alle quali le minoranze devono sottomettersi: “Non possono viaggiare senza autorizzazione, né lavorare al di fuori dei loro villaggi, né sposarsi senza l’autorizzazione delle autorità competenti e non hanno accesso a cibo sufficiente, cure, medicine e istruzione”.

Il documento europeo aggiunge che “in conseguenza del limite del numero di bambini autorizzati per le coppie Rohingya, migliaia di bambini si ritrovano senza certificati di nascita poiché non sono stati dichiarati”. Tuttavia, la negazione di diritti nei loro confronti non cessa qui: non hanno diritto a nessuna tipologia di rappresentazione politica e non hanno potuto partecipare alle ultime elezioni di novembre.

Lo Stato di Arakan ha vissuto in preda a violenze nelle ultime settimane a cominciare dall’attacco perpetrato nei confronti di una ventina di frontiere, il 25 agosto, per mano dei ribelli dell’esercito dei Roynghya dell’Arakan (ARSA), provocando la morte di dodici persone. Questi attacchi hanno generato una repressione dell’esercito che ha ucciso quattrocento persone. In maggioranza Roinghya, come riferito dall’esercito. L’alto commissariato dell’ONU per i diritti umani, ZeidRa’ ad Al Hussein, ha dichiarato che “la situazione sembra essere un classico esempio di pulizia etnica”. I ribelli Roinghya hanno dichiarato, domenica 10 settembre, un cessate il fuoco generale di un mese ma il governo birmano ha risposto che non negozia con i terroristi.

I PRECEDENTI

Nel 2012, le violenze della comunità internazionale erano già avviate nello Stato dell’Arakan, facendo oltre duecento morti, principalmente tra i musulmani. In migliaia lasciarono il proprio domicilio. Più di quattrocento mila persone fuggirono e ventimila sono ancora sfollati, quattro anni dopo i fatti, vivendo nella miseria totale.

In un rapporto del 2013, l’ONG Humans Right Watch accusa già i terroristi birmani, dei gruppi di Arakan e i monaci buddisti di aver commesso dei crimini di guerra contro l’umanità conducendo “attacchi coordinati contro i quartieri e villaggi musulmani nell’ottobre del 2012 con il fine di terrorizzare la popolazione”. Tra il 2014 e il 2015 “circa novanta quattro mila persone sono fuggite illegalmente a bordo di imbarcazione precarie, finendo spesso nelle mani dei trafficanti e degli schiavisti moderni”, come ricorda la Commissione Europea.

DOVE SONO FUGGITI

I Roinghya sono fuggiti in massa in Bangladesh, in Malesia e in Indonesia per fuggire alla repressione della giunta birmana allora al potere. Diverse centinaia di Rohingya vivono ancora nei campi dei rifugiati in Bangladesh nella miseria assoluta. Sono di fatti considerati come immigrati illegali.

Oggi i Roinghya fuggono ancora in massa il paese per raggiungere la Malesia originando il più grande esodo della regione dalla fine della guerra del Vietnam.  A maggio, la Commissione Europea stima che trecentomila Roinghya vivono nei campi di fortuna in Bangladesh in più di trecento mila stabilimenti nei campi ufficiali gestiti dall’ONU a Nayapara e Kutupalong.