«Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo». Jorge Luis Borges, «I giusti» (La cifra, 1981).

Giorgio Perlasca nel 1989 è stato ascritto fra i Giusti tra le nazioni a Gerusalemme, in Israele. Nel 1944 questo commerciante padovano, fascista, si trova in Ungheria. Salva 5218 ebrei. Riesce a tornare in Italia da sua moglie Nerina. Ma tace, nemmeno a lei racconta che si era spacciato per ambasciatore spagnolo a Budapest, rilasciando migliaia di salvacondotti affinché quelle persone restassero nelle «case protette» e non fossero deportate ad Auschwitz. Alla fine degli anni Ottanta, alcune donne sopravvissute lo rintracciano, la verità viene a galla.

Qualche giorno fa ho incontrato il figlio, Franco Perlasca. Era ospite del liceo Luigi Garofano di Capua. Una persona cortese, decisa nell'esprimere le proprie idee. Abbiamo conversato per un'ora. Nel pomeriggio ha raccontato di sé e del padre agli studenti. Un incontro emozionante. Ha parlato di scelte difficili. «Ogni tanto, dalle file di ebrei allineati in stazione, costretti a partire per i campi di concentramento, mio padre riusciva a portare via qualcuno. Con la consapevolezza che avrebbe abbandonato lì tutti gli altri. E allora con quale criterio preferire uno a un altro? I bambini, certo, loro innanzitutto. Un giorno intravide un vecchio militare: andava a morire indossando l'alta uniforme dell'Impero austro-ungarico, con tanto di medaglie della Prima guerra mondiale. La sua dignità si meritò la salvezza. Per gli altri il massacro». Scelte difficili sono toccate anche a Franco, che all'inizio non ha compreso il mutismo del padre: «Non riuscivo ad accettare che non mi avesse accennato

nulla. Ho capito solo anni dopo la sua morte». Così ha detto. Semplicemente, francamente. Dritto nei miei occhi. Poi ha aggiunto: «Però non mi guardare così…». Non era mia intenzione giudicarlo, stavo solo pensando alla domanda che poi però, per fortuna, non ho avuto il coraggio di fargli: «Te ne sei pentito?». Una domanda inutile. Perché il loro rapporto, come capita spesso tra genitori e figli, era fatto di molti silenzi. Nel cassetto della sua scrivania, Giorgio Perlasca custodiva un memoriale, che tirò fuori a un certo punto, nell'85, quando, dopo aver avuto un ictus, pensava di essere prossimo a morire: «Si rifiutò di andare in ospedale – ricorda Franco – il dottore passava a visitarlo due volte al giorno, le sue condizioni erano critiche. Con mia moglie Luciana aveva un ottimo rapporto, la pregò di prendere questo diario che lui aveva stilato nel '45». La nuora fa come le viene chiesto, consegna le carte a Franco: «Forse perché eravamo giovani oppure troppo concentrati sulla salute incerta di mio padre o forse solo per destino, fatto sta che non leggemmo quei documenti, che tornarono al loro legittimo proprietario appena superò la crisi. E furono riposti di nuovo in quel cassetto. Tre anni più tardi, l'incontro con i coniugi Lang e la verità che viene fuori».

Prima che ci salutassimo, gli ho letto la poesia di Borges e gli ho chiesto di aggiungere un verso.

La poesia fa così:

I GIUSTI

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un'etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Mi ha guardato di nuovo, sorridendo. E allora io: Chi nell'anonimato più assoluto salva delle vite.

«Sì, potrebbe essere questo» mi ha detto.

L'intervista è stata pubblicata dal quotidiano Il Mattino. Qui Franco Perlasca parla delle vicende del padre, dell'incontro tra i coniugi Lang e Giorgio Perlasca («La signora Lang era una chiacchierona, si faceva fatica a inserirsi in un suo discorso. Mischiava ungherese, tedesco, un po' di francese e poi il linguaggio universale dei gesti. Aveva costretto il marito, poverino, a imparare un po' di italiano in pochi mesi») e naturalmentedel suo rapporto con il padre.

«Che padre era? Severo. Ma giusto. Discreto. Anni dopo la sua morte, scartabellando tra vecchie carte, mi sono reso conto di quante cose si era privato, assieme a mia madre, per non far mancare nulla a me, in un certo periodo in cui non navigavamo nell'oro. E poi era una persona riservata. Non l'ho mai visto piangere»… (clicca per leggerlo tutto).

Ringrazio Vittoria Simone, docente del liceo Luigi Garofano di Capua, che ha reso possibile l'intervista. E naturalmente il dirigente Giovanni Di Cicco.

Ringrazio Franco Perlasca per il tempo che mi ha dedicato. E Mariastella Eisenberg, autrice di Edizioni Spartaco, per la sua disponibilità.