Da qualche mese a questa parte, il dibattito pubblico è concentrato sul femminicidio, l'omicidio di una donna da parte del proprio fidanzato/marito/compagno che non accetta la fine della relazione e/o non riesce a gestire la gelosia. In pratica, l'omicidio di una donna proprio in quanto appartenente al genere femminile.

Il problema di fondo è culturale, e si riassume con una parola fin troppo abusata: maschilismo.

La società italiana è impregnata da un'ottica maschile che molto banalmente considera l'uomo gran conquistatore e la donna gran mignotta. Una società in cui se un uomo fa una battuta a sfondo sessuale, è un simpaticone; se invece la stessa battuta la fa una donna, allora non ride nessuno perché certe cose in bocca a una donna sono volgari. Quella però è la medesima donna che, contemporaneamente, deve rinnegare la sua identità di donna per poter lavorare, rimandando il desiderio di avere un figlio a data da destinarsi.

Fino a qui, discorsi triti e ritriti che qualsiasi persona mediamente pensante è in grado di tirare fuori durante il pranzo della domenica in famiglia.

Tornando al femminicidio, è maschilista chiedersi se sia giusto o no parlarne. Di solito si indugia sulla spiegazione che gli omicidi di donne rientrano appunto nella categoria dell'omicidio; invece -e quelli che scrivono questa boiata in finta buonafede lo sanno- utilizzare la categoria del "femminicidio" permette  di individuare una questione specifica: un apposito termine per prendere atto del fatto che subiamo ancora il retaggio di una cultura che vedeva la donna passare dalla proprietà del padre a quella del compagno. Forse ci sentiamo culturalmente avanzati perché la donna che ha rimediato le botte conviveva, ma quella è semplice laicizzazione del costume a cui una società, per quanto culturalmente retrograda, difficilmente riesce a sottrarsi, specie se immersa in un flusso mediatico ininterrotto.

Purtroppo la parola sta diventando inflazionata, col rischio che se a una donna cadesse un lampadario in testa, quello verrebbe bollato come lampadario femminicida. Confondere però l'utilizzo selvaggio del termine col termine stesso per affermare che una categoria simile non servirebbe affatto perché crea allarmismo, significa avere una coda di paglia visibile dall'emisfero australe.

Parlare di femminicidio non è demonizzare l'uomo per due motivi: tanto per iniziare perché se un uomo è violento è già demonizzato di suo, e poi perché segnalare determinati avvenimenti non significa prendersela con il genere maschile, ma solo con il testa di cazzo di turno.  Se qualcuno non distingue i due aspetti, il problema non è certo di chi scrive del testa di cazzo.

Il maschilismo però non va ricercato nei casi di cronaca che, seppur diffusi, rimangono pur sempre casi eclatanti: il maschilismo va cercato piuttosto nel quotidiano, nella dimensione in cui non possiamo esimerci dalle nostre responsabilità. Nel linguaggio per esempio.

Annullare il maschilismo nel linguaggio equivarrebbe ad annullarlo nella nostra concezione culturale della donna. O almeno ad infliggergli un potente colpo.

Il linguaggio infatti dà forma al pensiero, e non lo fa  quella che il linguista De Saussure chiama langue, cioè la lingua ufficiale istituzionalizzata nei dizionari, ma la parole, il linguaggio comunemente usato nel quotidiano; la lingua parlata.

Pensiamoci: dire che una donna subisce violenza dal compagno, è una scelta linguistica che, involontariamente, edulcora l'atto.  Piuttosto che sulla passività della donna, concentriamo l'attenzione sul ruolo attivo dell'uomo: il compagno fa violenza sulla compagna. Effetto completamente diverso, no?

Mi sposto su un piano più gossipparo. In questi giorni  si è parlato del processo in cui Silvio Berlusconi è indagato per concussione e prostituzione minorile. Cioè il processo in cui la protagonista femminile risponde al nome d'arte di Ruby Rubacuori, che a sua volta all'anagrafe risponde al nome di Karima El-Marough.

Chiamare Karima El-Marough Ruby è maschilismo: non è la vicina di casa, e se tutti i giornali esteri l'hanno chiamata col suo nome, possiamo farlo anche noi. Invece, siccome Kharima non era una verginella timorosa, le facciamo l'occhiolino chiamandola Ruby.

Che importa che all'epoca dei fatti fosse minorenne quando puoi sfoggiare una professionalità giornalistica da Pulitzer e trattare la ragazza in questione come una concorrente di un Grande Fratello qualsiasi. Prendiamo il nome dal suo profilo Facebook e  continuiamo così: la nipote di Mubarak è fin troppo navigata per meritarsi il suo nome e cognome, piuttosto va avvicinata al pubblico che segue il grottesco processo che la coinvolge.

Fosse stata un avvocato, dubito fortemente che l'informazione se la sarebbe spassata con quel nomignolo idiota.

Altro utilizzo maschilista del linguaggio: la libertà delle donne. Questa è meravigliosa, perché la libertà della donna viene solitamente intesa come libertinaggio spinto. Non che non serva una diversa concezione della libertà sessuale della donna, ma scambiarla per il suo accoppiamento disinibito è una prospettiva tipicamente maschile. Realtà sconcertante: libertà della donna significa accettare anche che la donna, proprio in quanto libera, possa dire no non tanto perché repressa, ma perché, più semplicemente, con te  non c'ha voglia.

Gli uomini devono imparare a rispettare la libertà della donna, e libertà della donna significa sia starci che rifiutare.

Anche le "quote rosa" sono maschiliste: basta con questa idea della riserva indiana per le donne. I posti in politica ci spettano per le competenze, non per il nostro essere donne, e soprattutto non in quantità prestabilita. Tantomeno dagli uomini. Non ci serve il contentino, ma il riconoscimento della nostra professionalità.

E piantiamola pure con la  "solidarietà in quanto donna", che ha sinceramente frantumato le ovaie (ah, a proposito: noi non ci rompiamo le palle). Ma che caspita significa? Che è, la guerra uomini contro donne? Una setta? Ci barrichiamo dietro l'essere donne?

Semmai è il contrario: in un momento storico come quello che stiamo attraversando, i soggetti che non rendono onore al genere vanno isolati.  Perché poi, a notare bene, ‘sta benedetta solidarietà è sempre usata nei confronti di donne il cui ruolo politico è, per dirla con un eufemismo, discutibile. Non scorderò mai la solidarietà alla Carfagna dopo che la Guzzanti l'aveva attaccata sul palco di piazza Navona, definendo uno "sfregio" che la Carfagna fosse Ministro delle Pari Opportunità.  Non interessava a nessuno come la ministra fosse diventata ministra; il giorno dopo erano tutti a battersi il petto in segno di vicinanza verso la povera donna colpita a morte dall'arringa della Guzzanti.

Oppure, caso più recente, le polemiche sulla vignetta di Vauro che aveva osato rappresentare la Fornero in calze a rete e orecchie da coniglietta. Bollata come maschilista a prescindere, perché aveva disegnato una donna senza lupetto e filo di perle.

Non avalliamo queste stupidaggini per favore: la donna si può criticare, non è un tabù. Renderla tale alimenta un circolo vizioso in cui l'uomo si pone sulla difensiva, col rischio che si finisce per dargli ragione quando si sente attaccato. E peggio dell'uomo maschilista c'è solo la donna maschilista, soprattutto quando nemmeno si rende conto di esserlo.