Ferrara, erano le 6.04 del 25 settembre 2005, dieci anni fa. Federico Aldrovandi, di 18 anni, tornava a casa a piedi, dopo una serata con gli amici. Quattro poliziotti lo fermano per un controllo dal quale, però, Federico ne uscirà morto. 54 lesioni, la distruzione dello scroto, due buchi in testa, il cuore spezzato a causa di una compressione fortissima: questi i risultati dell’autopsia. Non solo, secondo la testimonianza oculare della signora Anne Marie Tsegueu, Federico quella mattina è tempestato con i piedi dagli agenti che gli hanno rotto addosso due manganelli. Pontani Enzo, Pollastri Luca, Segatto Monica e Forlani Paolo vengono condannati per omicidio colposo a 3 anni e 6 mesi con pena ridotta a 6 mesi per indulto, senza però il licenziamento.

Dieci anni di battaglie legali, raccontate dal padre di Federico, il signor Lino Aldrovandi.

Dieci anni dalla morte di Federico e tanti altri anni di battaglie legali e civili. Ci racconta quali sono state le pecche in questo lungo periodo alla ricerca di giustizia?

 «Le pecche? Parecchie, ma ne cito solo due. Una di queste, riconosciuto dallo stesso giudice di I° Dott. Caruso, con un vizio di fondo, ovvero della polizia che indagò su sè stessa e che all’inizio, momento nevralgico e topico di una qualunque tipo di indagine,  non si curò di indagare sugli autori di un eventuale omicidio, addirittura con depistaggi ed omissioni a cui seguirono altre condanne.

Un’altra pecca molto grave e che abbiamo dovuto sostenere sulle nostre spalle di genitori di un ragazzo ucciso senza una ragione, quella di difendere Federico dagli attacchi ingiustificati di un sistema quasi oliato nel denigrare la vittima, nell’ergerla a responsabile della sua morte, come per dire: “se l’è cercata”. Un comune denominatore, quello del “se l’è cercata” purtroppo in uso nella nostra cinica società per tantissimi altri casi in cerca di verità e giustizia. A volte addirittura, durante le 38 udienze del processo madre di I°, contro chi uccise Federico, mi chiedevo ascoltando le arringhe dei vari avvocati chi fosse l’imputato, se Federico o quei 4 che lo uccisero».

Federico è morto mentre tornava a casa dopo una serata con amici. Ci racconta le violenze subite e viste dalla testimone oculare?

«Il 16 giugno 2006, in incidente probatorio fu ascoltata per la prima volta la preziosa testimonianza della Camerunense Anne Marie Tsegueu. Fu in quel momento che cominciarono ad aprirsi le porte verso una piccola giustizia. Ricordo ancora quel giorno in quell ’aula a porte chiuse ed era la prima volta che vedevamo Anne Marie. Lei con il capo chino, quasi intimorita, ma orgogliosa con un cuore di mamma, e noi, io, Patrizia e Stefano a guardarla, quasi a pendere dalle sue labbra. Fu una testimonianza terribile che mi lasciò senza parole. Mi colpì molto la mimica della signora. Si aiutava molto a gesti per esprimere meglio i concetti, ed accompagnato dal gesto del bastonare, attribuito a tutti e 4 i condannati. Inoltre quando diceva “pestare pum pum”, faceva il gesto di schiacciare ripetutamente con forza con il tallone».

Questa l’immagine intuitiva più squallida di quell’ intervento violento ed improvvido, emersa durante l’incidente probatorio: Federico è a terra bloccato da tre poliziotti, il quarto parla al cellulare e cammina quasi freneticamente avanti e indietro e ogni tanto torna verso di lui…  dialogo tra Anne Marie ed il Pubblico Ministero:

Anne Marie: “… il quarto lo vedo con i piedi…”

Pubblico Ministero: “Cosa fa con i piedi ?”

 Anne Marie: “Lo tempesta con i piedi”.

Pubblico Ministero: “Cosa significa lo tempesta con i piedi  signora?”

Anne Marie: “Ma lo picchia, lo picchia tanto, perché… (il tono della testimone è deciso)"

Pubblico Ministero: “Lo picchia tanto dove? Riesce a vedere dove?”

Anne Marie: “ Io insisto su questa cosa perché ho visto.

Pubblico Ministero: “Certo, proprio cosa fa?”

 Anne Marie: “Lo picchia,.”                                                                                      

Pubblico Ministero: “Con i piedi ?”

Anne Marie: “Sì. Con i piedi, non con le mani, lui non usa mai le mani a che quello che ho visto non ha più usato le mani lui, è proprio sul lavoro era la per fare quella cosa la…

Pubblico Ministero: “Quella cosa là?”

Anne Marie: “Picchiare”.

Pubblico Ministero: “Con i piedi ?”

Anne Marie: “Sì”.

Ogni volta rimango allibito, senza fiato, impotente a tanta orribile e ignobile immagine, con un’immensa rabbia dentro che non potrò mai descrivere con le parole. Ora ho anche sentito che si preoccupano, a vari livelli, che si preoccupano di fornire protocolli di intervento, per dare linee guida di comportamento e intervento. Non credo che tempestare di calci una persona a terra inerme sia da inserire nelle istruzioni nei protocolli…  Qui trovate scritta tutta la deposizione del 16 giugno 2006.

I risultati dell’autopsia sul corpo di Federico, che violenze hanno riscontrato?

«Hanno riscontrato 54 lesioni, la distruzione dello scroto, il cuore spezzato, buchi nella testa, con due manganelli tornati rotti in questura di cui si saprà della loro rottura ore dopo, con conseguente loro sequestro. Lesioni, ognuna delle quali secondo il Giudice di I° grado avrebbero necessitato di un procedimento penale a carico di chi gliele procurò: Pontani Enzo, Pollastri Luca, Segatto Monica e Forlani Paolo. Come non essere d’accordo con lui?»

Oggi, dopo dieci anni, come commenta la sentenza della Cassazione per i quattro poliziotti coinvolti?

«Fu nonostante tutto un piccolo spiraglio di luce, anche se la condanna, veramente lieve (condanna a 3 anni e 6 mesi, ridotta a 6 mesi per via dell’indulto), fu per eccesso colposo in omicidio colposo, soprattutto, e questo nessuno lo può negare, per le parole forti utilizzate e scritte nelle sentenze, da tutti i giudici dei tre gradi di giudizio. Questo grazie a depistaggi, omissioni e falsità, dicono sempre le sentenze, non io».

Cosa si sarebbe aspettato, invece, per parlare di giustizia?

«Hanno bastonato di brutto un ragazzo per mezz’ora rompendogli addosso due manganelli, l’hanno soffocato, l’hanno ucciso senza una ragione. Hanno altresì omesso, depistato, detto il falso. In pratica  infangato una divisa. Cosa mi sarei aspettato oltre alla condanna? Una cosa semplice: “il loro licenziamento».

La condivisione del dolore da parte della popolazione è stata tanta con manifestazioni ed iniziative virali (esempio #vialadivisa). In questo senso si sente soddisfatto?

«Infatti, colgo l’occasione per ringraziare moltissimo le tantissime componenti positive di questa società che nella storia di Federico si sono adoperate e spese umanamente, per portare anche loro un poco di luce. Credo che questa sia una luce che rifletterà nel futuro sui figli di tutti. Lo spero con il cuore e la mente. Soprattutto perché ciò che accaduto quella maledetta mattina non accada mai più a nessuno.

Tanto dolore certo, ma anche per chi ci è stato vicino agli inizi del percorso di verità e giustizia. Mi riferisco alle persone querelate in questi anni per avere espresso solamente critiche attraverso commenti sul blog dedicato a Federico, che penso tutti conoscano.

Quel Blog nacque pochi mesi dopo l’uccisione di mio figlio, come grido di giustizia di fronte ad un silenzio assordante, che aprì di fatto una strada nuova a noi sconosciuta. Da tutta Italia arrivarono parole di solidarietà e di critica nei confronti dei tanti attori di questa disgustosa storia. Parole utilizzate nei commenti del blog, che sortirono fastidiose e incredibili querele, in pratica parole ben più miti di quelle utilizzate dagli stessi giudici che scrissero cose ben più pesanti nei confronti di chi uccise, omise e depistò, e che creò in un danno a tutti».

Venerdì, 25 settembre: come e dove vivrà questo giorno?

«Non so, sono cose che solo in quel momento, si potrà decidere di fare e di conseguenza descrivere. Sicuramente con la semplicità e la calma che mi ha accompagnato da quel giorno ad oggi, nella consapevolezza comunque che non sarà un giorno come un altro. Vi racconto un fatto. Ricordo che la mattina del 25 settembre 2005, alle 06,04 mi mancarono il respiro e le parole. In quel preciso momento mi sembrò come se qualcosa di me, stesse in quel momento volando via. La vita, Dio… non so».

Dopo dieci anni come vorrebbe ricordare suo figlio?

«Con infinita dolcezza e tanto amore, con quel rispetto per la vita nei confronti degli esseri viventi che lui aveva e che sicuramente hanno anche gli altri figli. Lo voglio ricordare appunto per un fatto  che mi vide dialogare con lui nella sua cameretta per la presenza di un ragno che io stavo per schiacciare con la ciabatta. Quella volta mi fermò redarguendomi e dicendomi: “fermati papà perché lo vuoi uccidere? Che male ti ha fatto? Questo, era anche Federico».