La domanda sorge spontanea: perché dopo ogni fenomeno social, con relativo hashtag (#flambus), si ritorna nel democratico e assuefante silenzio? Ma gli ultimi avvenimenti non dovrebbero spronarci nell'invocare rispetto, capire come mai ogni giorno si è destinati sempre più verso un servizio pubblico ignobile e fatiscente?

Per la cronaca, i bus in fiamme non sono solo tre, ma di più. Solo che sui social sono tre i mezzi che comunicano con i segnali di fumo, e quindi sulle nostre dita il conto è fermo lì. Come il numero dei tram che si rompono, dei ritardi e delle corse mancate. Si è tutto trasformato in leggenda metropolitana mischiata a routine quotidiana. Così, se si vede un mezzo che prende fuoco, è normale, ci si avvicina, si scattano due foto, si registra qualche video per ridere, e poi ci risaliamo sopra, consci che tanto "potrebbe ricapitare, come sempre, da sempre, ma è così Roma".

Eppure, da tanti anni – ancor prima dell'attuale amministrazione capitolina – si parla di mezzi vecchi, non revisionati, mal gestiti. È un problema che la città eterna si porta avanti da diverso tempo, pure troppo. E il gioco delle parti finisce sempre a indicare tutti e nessuno come colpevoli. Il più delle volte – com'è giusto che sia – è il sindaco a farne le spese, seppur ci dimentichiamo fin troppo spesso del passato, di un sistema che ha portato a tutto questo. Purtroppo, abbiamo la memoria maledettamente troppo corta.

Memoria corta che risiede anche nel desiderio di provare a cambiare le cose, di fronte a scene di ordinario imbarazzo. Paradossalmente, il cittadino romano resta inerme alle ovvietà soprannaturali. Perché, se non ci sono gli incendi a procurare danni a cose o persone, ci si mettono i disservizi comuni, che non riescono a reggere la stabilità mentale di chi vive, lavora e studia a Roma. Basti pensare alle linee di periferia, in alcuni casi in mano a cooperative private e senza la supervisione diretta di Atac.

Una punta di un iceberg che fa affondare la nave nel momento in cui i cittadini provano a chiedere spiegazioni ai lavoratori di turno. L'autista sentenzierà risposte generali: "Io ci sono, è l'altro che non c'è"; "Eh ma non decido io quando far partire il mezzo"; "Abbiamo solo due mezzi, abbiate pazienza". Allora si provano a chiedere delucidazioni agli addetti ai lavori presenti nei gabbiotti a fine corsa: "Noi non possiamo fare nulla, se ci dicono di cambiare orari, noi li cambiamo". Il mistero si infittisce.

Tocca dunque denunciare sul sito dell'Atac i numerosi ritardi, indicare il numero della vettura, l'ora, la fermata, spinti da qualche senso civico non ancora dissolto nell'aria. Risultato? Risposte prestampate, promesse di controlli (mai accertati, ma neanche mai pervenuti, visto che i problemi persistono) e colpe ricadute su "macchine in doppia fila, disservizi momentanei o cambi di orari anticipati/posticipati in base alle esigenze di servizio". L'anarchia più completa, al pari di Guy Fawkes.

Stesso discorso si applica con il famoso account Twitter dell'azienda. Il più delle volte incerto nelle segnalazioni, omette informazioni e tergiversa di fronte a richieste più approfondite. Tutto questo a fronte di biglietti e tessere pagate, magari anche sottolineandone l'esigenza con ‘video virali' commissionati a star del web – le quali, magari, si saranno fatte anche grosse risate nella lavorazione.

E guai a capire se nei piani alti c'è qualcuno che fa il furbetto, che tira la vacca grassa nel proprio recinto, lasciando delle bricioline a chi, nella piramide aziendale, è alla base. Da qui, sarà un rimbalzo di accuse: alto tasso di assenteismo, colpa dell'amministrazione, debito non così ampio. Un flipper.

Le grigliate degli ultimi giorni dovrebbero dare un'altra possibilità per far scattare questa benedetta scintilla di rivoluzione psicologica, nel protestare contro un (dis)servizio che rende la vivibilità intensamente difficile. Roma è grande, ma non ci si può nascondere dietro tale giustificazione. Però anche stavolta è tardi, un altro falò si è spento. L'hastag di oggi è già un altro.

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