Il Grande Fratello ti sta guardando
in foto: Il Grande Fratello ti sta guardando

È facile e scontato pensare al Grande Fratello nel riflettere sulla vicenda che in questi giorni coinvolge Facebook e il suo vate, Mark Zuckerberg, per i cinquanta milioni di profili di utenti “rubati” dalla Cambridge Analytica e ceduti ai responsabili delle campagne elettorali di Donald Trump e del referendum sulla Brexit. Eppure, anche in questo caso, la realtà supera la fantasia (pur visionaria ed immensa) di George Orwell e delinea scenari ancora più inquietanti di quelli immaginati e descritti nel 1948 dallo scrittore britannico.

George Orwell
in foto: George Orwell

Nel romanzo 1984, difatti, il Grande Fratello è il dittatore di uno Stato totalitario (Oceania) che tiene asserviti alla propria volontà gli abitanti grazie al controllo capillare ottenuto con telecamere installate in ogni casa che eliminano ogni forma di privacy e dunque ogni possibile dissidenza politica e sociale: «Il Grande Fratello vi guarda», è la frase che impera nei manifesti dislocati in città dal Partito unico, ammonendo tutti e imponendo ortodossia di pensieri e di comportamenti.

Steve Bannon e Donald Trump
in foto: Steve Bannon e Donald Trump

Oggi, invece, il Grande Fratello è un social network in mano a un soggetto privato, che attraverso la profilazione di due miliardi di individui (dati del giugno 2017) è in grado di esercitare il controllo di circa un terzo dell’umanità, delineando le caratteristiche della personalità di ciascuno grazie a modelli matematici e algoritmi: dei veri e propri profili psicometrici di cui viene fatto commercio con buona pace della vita e della riservatezza di ognuno. Più precisamente, a quanto pare, è la Cambridge Analytica – società fondata da un magnate statunitense che è anche tra i finanziatori di un sito informativo di estrema destra (Breitbart News) diretto dall’ex consigliere e stratega di Trump Steve Bannon – a raccogliere informazioni personali dai social network ma anche dai “broker di dati” (coloro che raccolgono dati tracciando le nostre navigazioni e i nostri acquisti in internet per rivenderle ai siti commerciali che ci bombardano con pubblicità ammiccanti), fornendo ai suoi clienti il materiale per realizzare messaggi pubblicitari costruiti sui gusti e sulle emozioni degli utenti. Un controllo penetrante, dunque, che condiziona i nostri comportamenti. E tutto questo in maniera subdola e dunque assai più pericolosa, perché a differenza del Grande Fratello orwelliano avviene a nostra insaputa ed anzi contro la volontà di chi è convinto di navigare liberamente nel web e, iscrivendosi ad un social network, non presta certo il consenso a che i propri dati vengano indiscriminatamente diffusi e condivisi. Ed invece, grazie ad un’applicazione invero assai seducente – thisisyourdigitallife (questa è la tua vita digitale) – che consente di ottenere profili psicologici e del proprio comportamento sulla base delle attività svolte online, tramite Facebook tre anni orsono duecentosettantamila persone hanno accettato di condividere le loro informazioni personali e, al contempo, anche i dati della rete di amici di ciascuno di loro (senza che questi fossero informati!). Da qui si arriva ai cinquanta milioni di utenti anzidetti, i cui dati sono stati ceduti dai proprietari dell’applicazione a Cambridge Analytica che li ha poi venduti per fini elettorali.

Cambridge Analytica
in foto: Cambridge Analytica

Mark Zuckerberg, nel frattempo, tace. Zero post, zero tweet, zero dichiarazioni ufficiali. Un paradosso (un altro) del nostro mondo globalizzato: il re dei social network, l'artefice della comunicazione planetaria del terzo millennio, improvvisamente (auto)ridotto al silenzio.

Mark Zuckerberg
in foto: Mark Zuckerberg

Siamo peraltro in un territorio che giuridicamente continua ad essere un far west, nonostante gli sforzi fatti in questi ultimi tempi, in virtù del mito che disegna internet come il regno della libertà e dell’assenza di regole. Un mito che fa il paio con quello della democrazia digitale, che pure conta numerosi adepti nell’ingenua convinzione dell’“uno vale uno”, mentre in realtà ci troviamo di fronte ad una dittatura digitale, dove a contare sono in pochi e, per giunta, dall’identità spesso nascosta. Le leve del potere mondiale sono di fatto nelle mani di pochi individui, che muovono interessi immensi e vivono nell’ombra, mentre noi ci dilettiamo in rete contenti di poter condividere (virtualmente) passioni e istantanee della nostra vita e di esprimere (virtualmente) i nostri “mi piace” sulle passioni e sulle vite dei nostri amici (reali e virtuali).

Del resto, perché meravigliarci?

Abbiamo da poco eletto circa un terzo dei nostri rappresentanti in Parlamento selezionati grazie a una manciata di voti ottenuti da ciascuno in rete nel corso di primarie on line – variazione sul tema “mi piace” – e questo sembra aver molto gratificato chi ha potuto così consumare la propria dose quinquennale di diritti democratici. E possiamo vantare una delle normative più avanzate e incomprensibili in materia di privacy, che ci costringe a sottoscrivere quotidianamente caterve di moduli di consenso informato negli ambiti più disparati (banche, scuole, ospedali, uffici pubblici e via discorrendo), accatastati e gelosamente custoditi per prevenire ogni eventuale futura controversia, che rendono inutilmente complicata anche la più semplice operazione con un appesantimento ed un aggravio di costi di gestione per ogni settore dell’economia pubblica e privata.

Ma in fondo si tratta solo di dettagli della vita reale. L’importante è che vada tutto bene nel mondo virtuale, dove tutti siamo protagonisti. O, almeno, abbiamo l’illusione di esserlo.