Esiste la fiction perfetta?

Esiste il prodotto capace per due ore di tenerti incollato al teleschermo, emozionandoti, facendoti sorridere, strappandoti un ricordo, legandoti per anche un solo istante alla storia che stai guardando sul piccolo schermo?

Esiste?

Ieri sera su Raiuno è andato in onda un qualcosa che si avvicina e di molto alla perfezione.

E le ragioni sono tante.

In Arte Nino è un film per la tv diretto da Luca Manfredi ed interpretato da un cast di attori tutti in stato di assoluta grazia.
Elio Germano, Miriam Leone, Stefano Fresi, Duccio Camerini, Anna Ferruzzo, Leo Gullotta, Giorgio Tirabassi, Massimo Wertmuller.

Il film narra gli esordi dell'immenso Nino Manfredi, in quel periodo che va tra il 1939 e il 1959 dove, tra la malattia (tubercolosi), e la convivenza col regime fascista, crebbe in lui l'animo attoriale, tra i contrasti familiari, il completamento del suo percorso di studi in legge, fino all’incontro con Erminia Ferrari e la svolta con Canzonissima che lo portò – al fianco di Paolo Panelli e Delia Scala – ad essere sempre più celebre, fino a divenire il punto di riferimento della grande stagione della commedia all’italiana.

Certo in due ore di fiction non si è riusciti realmente ad approfondirne alcuni aspetti più interiori della vita del grande Nino, dal rapporto sofferto col padre, al rapporto con il teatro, al cinema, alla tv, alla relazione con la stessa Erminia (i loro primo incontro non avvenne come narrato nel film, ad esempio). Non emerge come quella passione artistica sia esplosa realmente, e come si sia sposata perfettamente con quel talento del tutto naturale.

È però questo un problema atavico delle fiction italiane. Delle bio-pic in particolare. Servirebbero due, tre puntate, per sviscerare la storia completa di un artista. Ma altrettanto alto – oltre ai costi – è il rischio di andare incontro a flop d’ascolti o a un naturale disaffezionamento del pubblico sulla lunga distanza. Meglio tenere incollati 6 milioni di spettatori (come è successo ieri, 23.4% di share, battuto il Gf Vip) una sera, che non perderli di settimana in settimana.

E allora cosa ci resta di questo Nino?

Innanzitutto l’omaggio che ne fa Elio Germano, attore troppo sottovalutato dal cinema italiano. L’ironia sprezzante, la mimica ineguagliabile, che è riuscito a creare caratterizzandone le fragilità, le espressioni, la parlata ciociara, le movenze.

Una mimica meravigliosa, quasi commovente, che che ha emozionato chi è cresciuto con la voce e il volto di Nino Manfredi. Non per altro lo stesso Elio ha definito la sua prova “un omaggio al lavoro dell’attore”, ben sapendo la scrupolosità sul set di Nino Manfredi, quasi una ossessione per il perfezionismo.

E poi Miriam Leone che nei pochi minuti finali è entrata in punta di piedi nella narrazione, con una interpretazione pulita, senza sbavature, raccontando di una donna straordinaria quale è ancora oggi Erminia Ferrari. Bellissima e affascinante (come Miriam), Erminia riuscì infatti a colpire il cuore dell'attore ed infine ad entrare nella sua mente, un viaggio (durato quasi 50 anni) che in più di una intervista ha definito "un viaggio splendido in una testa eccezionale".

E ancora le musiche di Nicola Piovani, che con sublime leggerezza ha provato a dipingere un uomo spontaneo e genuino.

E infine l’omaggio di un figlio – Luca Manfredi – a suo padre. Che al di là dei limiti “temporali” di una fiction tv, è riuscito a raccontarci ciò che è stato Nino, un ‘artigiano', innamorato del suo lavoro per il grande impegno che metteva in tutto quello che faceva: dal varietà al teatro, dal doppiaggio al cinema, dalla televisione alla canzone, fino alla pubblicità, tutto per lui era frutto di studio e preparazione.

Un ‘ricercatore' della recitazione, un artista moderno, ironico e raffinato, che cuciva abiti precisi addosso ai suoi personaggi e sapeva mescolare sapientemente la commedia con il dramma.

Ha ragione il critico cinematografico Gianni Canova, che ha più volte così definito l’immenso Nino:

"L'uomo dai mille volti: ma senza il ‘fregolismo' di tanti attori, presi dal bisogno ossessivo-compulsivo di esibire la propria abilità nel cambiare incessantemente identità. Sempre diverso, eppure sempre se stesso. Un attore che ha messo in scena "un tratto ricorrente, ma poco indagato nell'antropologia degli italiani: la fragilità, l'insicurezza, l'orgoglio identitario insidiato dal suo opposto".