La "primavera araba" in rosa: si potrebbe definire così il progetto di un gruppo di donne egiziane che ha deciso di dare "eco" alle "grida" di rabbia, indignazione e aiuto. "صرخات مدوية" è il nome del gruppo, tradotto dall'arabo che suona più o meno come "Eco delle Grida" (o "grida che fanno eco): è il nuovo tentativo di denunciare il sessismo nella società egiziana e il timore dell'aggravamento della condizione femminile qualora i fondamentalisti islamici prendano il potere in Egitto. Non è un caso che abbiano scelto Facebook come principale mezzo di comunicazione: i social network hanno infatti giocato un importante ruolo nelle ultime rivoluzioni nel mondo arabo. E non solo. Al momento ci sono circa 200 iscritti tra uomini e donne e "ne parlano" circa il triplo: sulle nuove pagine del popolare social network ora c'è infatti il numero "persone ne parlano", ovvero quanti utenti hanno interagito con la fan page negli ultimi 7 giorni.

Come intelligente provocazione, il gruppo ha invitato gli uomini a farsi una foto con il velo come segno di condivisione dell'iniziativa e qualcuno ha già postato le immagini. Ci sono tanti, tantissimi messaggi di approvazione sulla bacheca della pagina, mentre qualche donna racconta la sua terribile esperienza tra mail e post. Ailaa, la ragazza che ha aperto l' "Eco delle Grida", pubblica anche una mail che cattura subito la mia attenzione.

"Cara Aliaa, mentirei se ti dicessi che non invidio il tuo coraggio. In società come la nostra siamo tutti controllati dalla paura. Una volta anch'io ho avuto il coraggio di prendere una posizione: dopo anni di oppressione e completa sottomissione, ho deciso di togliermi il velo e di annunciarmi "atea" ai miei genitori. Sono stata rinchiusa e torturata fino a quando non ho detto di essere "musulmana" ancora una volta, quindi mi hanno liberto e tutto è tornato alla normalità. O quasi, insomma. […] Ho pregato come una bambina quasi ogni giorno per non avere mai avuto questo mio periodo e per diventare un ragazzo in qualche modo, a causa della società malata che vede le donne come carenti di cervello".

Accanto ai messaggi di speranza e confronto, non hanno sprecato tempo ad arrivare anche quelli di condanna, naturalmente, insieme alle minacce forti degli stessi "uomini" che il gruppo combatte. Qui sotto una mail esplicita:

Avevo già parlato della questione del Burqa vietato in pubblico, dichiarando le mie idee al riguardo. "Temo che gli uomini disposti a mettere il velo per noi siano una minoranza", scrive Ines Ben Hamida rifacendosi al messaggio/provocazione iniziale. Non è questo il punto, ovviamente. Ora la questione è ulteriormente diversa: lasciare la libertà alle donne di decidere per se stesse. Come già scrissi, certi fondamentalismi dovrebbero essere già morti e sepolti da secoli, vere e proprie barbarie del diritto che oggi continuano sotto gli occhi di tutti. Amre El-Abyad scrive: ""La primavera araba non significa solo deporre i dittatori, dobbiamo abbattere i tabù che incatenano il nostro potenziale innovativo: il sistema patriarcale, la religiosità travisata e le ossessioni sessuali. La rivoluzione deve essere anzitutto nella cultura e nelle menti".

Non voglio fare polemica. Voglio solo stare dalla parte del diritto. E con un "sorriso velato" partecipo e condivido la mia foto. Non possiedo nessun hijab, chiedo venia, mi sono dovuto arrangiare con una sciarpa.