Quelli della mia generazione hanno una fortuna: certa gente, la conoscono per quella che è diventata con il tempo, la fatica e il lavoro. E non per quello che poteva, o potrebbe ancora, essere. Prendete Mike Nichols. Uno del ’91, come me, ricorda Mike Nichols non per Il laureato (che pure, volente o no, deve aver visto). Ma lo ricorda soprattutto per Closer, per il dramma romantico a quattro con Julia Roberts, Natalie Portman, Jude Law e Clive Owen. Lo ricorda per quello che è stato, per quello che l’Oscar non l’ha fatto diventare e soprattutto lo ricorda per la sua compattezza e per il suo stile narrativo – una cosa che, col tempo, si rischia di perdere ma che Nichols, invece, ha conservato fino alla fine. Fino al 2007, quando ha girato La guerra di Charlie Wilson.

E in effetti la prima cosa che mi viene in mente, pensando a Mike Nichols, è la parrucca rosa che Natalie Portman indossa in Closer, poi il monologo di Julia Roberts (“gli uomini sono una merda, e una merda rimangono”). Poi Jude Law, giovanissimo, e Clive Owen rude e macho. Ricordo i toni di quel film, una via di mezzo riuscitissima tra commedia e dramma, una pièce teatrale messa sul grande schermo e diventata velocemente cult (nel senso di ripresa, citata e quotata) per le generazioni più giovani, quelle post anni '90. Ma ricordo anche la faccia paffuta di Tom Hanks ne La guerra di Charlie Wilson, dove tra gli altri ritornava anche Julia Roberts, diventata un po’ la musa di Nichols negli ultimi anni. E poi ricordo tutti gli altri film, tra cui Il laureato. Che è la fine, per me, e non l'inizio della carriera del regista.

Perché è assurdo limitare una carriera lunga decenni, ad una rosa di pochi anni. E fanno ridere quelli che, ricordando il regista, ritornano subito a Il laureato. Sarà contento Dustin Hoffman, che si è  fatto notare proprio con il film di Nichols. Ma la vita di un uomo – di un artista – non si può certo riassumere in due parole (Il e laureato, sono due). Bisogna prendere tutti i detti e non detti, tutti i lasciati in sospeso, i successi e gli insuccessi; unirli, compensarli, sommarli. Sceglierne uno, perché uno va scelto, e finalmente ricordare.

Ricordo quindi anche il non tanto riuscito A proposito di Henry, film con Harrison Ford che interpreta un avvocato cinico e senza scrupoli, che dopo un incidente cambia personalità e si redime. Ci sono anche I colori della vittoria, con John Travolta. C'è Una donna in carriera e c'è Chi ha paura di Virginia Woolf?. Insomma c’è tutta la carriera di un uomo, di un regista, che ha avuto i suoi alti e i suoi bassi. E ridurre tutto, banalmente, ad una statuetta d’oro fa più male che bene. Per questo mi ricordo principalmente di Closer – dei monologhi, delle sue ambientazioni, di quant’è bella la Portman, della Roberts che guarda nell'obiettivo di una macchina fotografica e di Law che si innamora e disinnamora con la stessa facilità con cui si apre e si chiude una porta, della gelosia e dell’amore, quello vero; della passione che ti brucia dentro e che alla fine si rivela solo un’illusione, e della vita che alla fine passa, va avanti. Perché Closer è l'esempio di tutto quello che Nichols era.

Sì, Mike Nichols aveva vinto un Oscar. Ma ha fatto anche altre cose, nella sua vita. E per fortuna.