I timori della vigilia, alla fine, si sono rivelati fondati.

La preannunciata riforma della giustizia a trecentosessanta gradi, da condurre in porto entro giugno, si è tradotta lunedì scorso in una semplice anche se ambiziosa dichiarazione d’intenti costituita da dodici punti – dodici, come le Tavole della più remota fonte normativa scritta dell’Antica Roma (451-450 a.C.), scolpite nel bronzo per rendere maggiormente conoscibile e certo il diritto, sottraendolo all’egemonia (e agli umori) dei giuristi-pontefici – che dovrà tradursi, al termine di un confronto pubblico di due mesi, in iniziative legislative specifiche. E così il variegato e colorato apparato di slides esibito in precedenti occasioni ha ceduto il passo in questo caso un’unica più modesta, grigia e anonima diapositiva che riassume ed elenca le priorità per la giustizia del Governo di Matteo Renzi.

Non è detto che sia un male, perché si tratta pur sempre di temi che richiedono un’adeguata riflessione e un’appropriata ponderazione, poco congeniali al decisionismo e a soluzioni adottate a colpi di decreti legge. Meno entusiasmante, tuttavia, è la circostanza che alla base dell’improvviso cambio di passo dell’Esecutivo vi sia la levata di scudi dell’ANM contro quei provvedimenti destinati ad incidere sensibilmente sullo status dei magistrati: dall’elezione del CSM al procedimento disciplinare e alla responsabilità civile dei magistrati.

Ma tant’è.

Viviamo pur sempre in un Paese nel quale la forza d’interdizione di lobby e gruppi più o meno organizzati è sempre molto elevata e, per quanto riguarda la magistratura, essa è cresciuta proporzionalmente all’acuirsi e al sedimentarsi dello scontro tra poteri che ha contraddistinto l’ultimo ventennio (che poi quella giudiziaria sia, Costituzione  alla mano, una funzione e non un potere rappresenta nel caso di specie un dettaglio poco significativo). Certo, altro è confrontarsi con gli interlocutori naturali di una disciplina legislativa – e dispiace che il Presidente del Consiglio, nell’elenco minuzioso che ha fatto in occasione della conferenza stampa di presentazione delle linee guida della riforma della giustizia abbia dimenticato, oltre alla casalinga di Voghera, coloro che insegnano diritto nelle università e che, in quanto tali, dovrebbero potere essere in grado di fornire un contributo disinteressato all’elaborazione di architetture e articolati normativi – altro è subirne l’interdizione, frutto di vecchie logiche che il cambiamento di passo renziano si propone di mettere nel cassetto.

Il pericolo è che questa repentina decelerazione, complice l’incombente pausa estiva, possa far risucchiare nel vortice delle sabbie mobili che da sempre insidia il terreno delle riforme in materia i provvedimenti più scottanti, e in particolare quelli che dovrebbero precedere, in un’ideale complessiva riforma dell’apparato giudiziario, ogni altro – pur se urgente – intervento, investendo i profili istituzionali dell’organizzazione giudiziaria. L’intervista del Guardasigilli di ieri a la Repubblica, nella quale Andrea Orlando si preoccupa di sottolineare l’assenza di inciuci e di accordi sottobanco con il centro destra di Silvio Berlusconi, paradossalmente, accresce le preoccupazioni.

Il discorso riguarda, in particolare, la ventilata riforma degli assetti dell’organo di autogoverno della magistratura, quel CSM ormai prossimo alla scadenza (giovedì vi è stata la prima fumata nera in Parlamento nella votazione per il rinnovo della componente laica) e del quale – con cadenza ormai monocorde – si evidenziano puntualmente distorsioni e anomalie ogni quattro anni, per poi farle cadere nel dimenticatoio.

Le soluzioni proposte dal Governo sono poco coraggiose e, probabilmente, destinate a perpetuare i vizi e i limiti dell’attuale CSM. Occorrerebbe agire più in profondità, intervenendo in primo luogo sui rapporti di forza interni tra componente laica e componente togata. Trattasi di modifica che implica una revisione costituzionale (art. 104 comma 3 Cost.), ma tutt’altro che eversiva.

Se andiamo a rileggere i Lavori preparatori dell’Assemblea costituente, preziosa fucina di idee e di spunti spesso dimenticata, scopriamo infatti che tra le ipotesi in campo vi era quella di un CSM a composizione paritaria laici-togati, per giunta presieduto dal Ministro della Giustizia. E in molti Paesi dell’Europa occidentale la componente togata dei Consigli di Giustizia è addirittura minoritaria (in Francia sette su quindici), paritaria (in Belgio ventidue su quarantaquattro) o comunque tendenzialmente equilibrata (nove su diciassette in Portogallo). È vero che vi sono Raccomandazioni europee che auspicano la composizione di organi di autogoverno costituiti almeno per la metà da giudici eletti dai loro pari, al fine di garantire l’indipendenza dal potere esecutivo e dal potere legislativo, ma è anche vero che la soluzione qui richiamata garantirebbe il rispetto della regola del cinquanta per cento.

Non basta naturalmente cambiare i numeri, perché a governare gli organi sono pur sempre gli uomini, ma interventi di tal genere, uniti ad una revisione radicale delle regole di elezione della componente togata in grado di scardinare il cancro – diagnosticato dalla stessa magistratura ormai un ventennio fa, ma poi nei fatti freudianamente rimosso – delle correnti (in passato taluni avevano proposto collegi uninominali in grado di valorizzare i singoli e il loro raccordo con il territorio), potrebbero restituire al CSM e all’intera magistratura maggiore credibilità.

A patto, ovviamente, di non ricadere in tentazione come ha fatto il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri nei giorni scorsi, grazie a un sms ‘malandrino’ inviato ai suoi colleghi magistrati impegnati il 6 e il 7 luglio nel voto per eleggere la loro rappresentanza nell’organo di autogoverno, con il quale li invitava a sostenere i candidati della sua corrente (Magistratura indipendente) a lui più fedeli… Un comportamento legittimo, per il sottosegretario, che dichiara di aver agito in qualità di privato cittadino (!) e da magistrato che conserva i propri diritti, legittimato dal fatto di essere «uno che conosce tanta gente» e di aver preso più voti di tutti quando si è candidato all’ANM.

Hic sunt leones.