Nel periodo 2013-2016 l’eccesso colposo di legittima difesa è stato contestato in Italia soltanto cinque volte. È un dato reale, numerico ed oggettivo, dal quale occorre partire per comprendere le effettive motivazioni che stanno alla base dell’innovazione legislativa in corso di approvazione in Parlamento. La riforma della normativa sulla legittima difesa, più che rispondere ad impellenti esigenze di sicurezza pubblica, si presenta come un provvedimento spot, volto ad alimentare la logica securitaria imperante (non solo in Italia) in questi ultimi anni.

L’eccesso colposo di legittima difesa, in ogni caso, non sarà espunto dall’ordinamento dalla legge fortemente voluta dal ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, ma soltanto riveduto e corretto. Ad essere pressoché azzerato – almeno in teoria – è il requisito della proporzionalità tra offesa e difesa, che funge da ammortizzatore nella valutazione della causa di giustificazione che legittima la reazione alla condotta aggressiva posta in essere da chi entra in un luogo privato. Viene introdotta infatti una presunzione assoluta di legittimità, grazie all’inserimento dell’avverbio “sempre” nell’art. 52 co. 2 c.p. Si aggiunge inoltre una nuova ipotesi, secondo cui agisce sempre in stato di legittima difesa chi compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso delle armi o di altri mezzi di coazione fisica (art. 52 co. 4 c.p.).

È su questi punti che si giocherà la partita, per il cui risultato non si può che attendere la concreta applicazione, l’interpretazione dei giudici, non essendo le norme – come i giuristi sanno – qualcosa di impermeabile alle peculiarità del caso singolo ed alla sensibilità di chi le applica. Tanto più quando gli input legislativi evocano concetti tutt’altro che rigorosi e definiti. Anche l’ulteriore modifica, che esclude la punibilità di chi agisce in stato di “grave turbamento” scaturente da una “situazione di pericolo”, richiederà un’accurata opera interpretativa di parametri elastici con ampi spazi di discrezionalità. Senza considerare poi che permangono i requisiti della necessità della difesa e dell’attualità del pericolo. Tanto da indurre taluni a definire la novella un’operazione cosmetica.

La normativa del resto non è nuova ad interpolazioni, tutte orientate a rendere più efficace l’operare dell’istituto in determinate situazioni, nell’ottica di potenziare la difesa (legittima) da inopinate e illecite aggressioni, specie nei luoghi di lavoro e di privata dimora. La prima, nel 2006, operata dal governo Berlusconi con l’introduzione della c.d. “legittima difesa domestica”, tesa ad espandere la portata della scriminante nel caso di intrusioni in luoghi posti nella disponibilità della persona aggredita.

Modifica che, in teoria, ha circoscritto il requisito della proporzionalità tra accusa e difesa ma che non ha sortito effetti apprezzabili in grado di soddisfare le istanze che l’avevano ispirata, sostanzialmente sovrapponibili ai proclami che hanno supportato la campagna salviniana sintetizzata nello slogan ad effetto “la difesa è sempre legittima”, uno dei leit motiv del programma della Lega portatore di consistenti fette di consenso elettorale.

Perché è innegabile che si tratti di un tema assai sentito dall’opinione pubblica, rientrante nel paradigma della sicurezza (pubblica), legittima aspirazione di ogni appartenente ad una comunità sociale. Tema che dovrebbe essere affrontato e risolto principalmente sul piano della prevenzione dei reati, del controllo del territorio, talvolta completamente sottratto alle forze dell’ordine e comunque in genere non adeguatamente presidiato. La risposta preventiva dello Stato, tuttavia, richiede capitali e risorse umane e materiali di gran lunga superiori rispetto a quelle attualmente a disposizione o reperibili nel breve periodo. Si tratta di un’operazione non facile, se non chimerica di questi tempi.

Ecco perché è molto più semplice creare ed alimentare l’illusione di una maggiore sicurezza ricorrendo al “fai da te”, che costituisce comunque una sconfitta per lo Stato. Non siamo nell’epoca del Far West, peraltro estranea al nostro Paese e della quale abbiamo una conoscenza edulcorata frutto di una sterminata produzione cinematografica a stelle e strisce. Un’epoca che, va ricordato, ha ispirato l’ideologia degli Stati Uniti in materia, cristallizzata nel II emendamento alla Costituzione federale che garantisce il diritto a possedere e portare armi quale espressione della libertà di una nazione. Conseguenza per certi versi obbligata delle radici di un Paese nato dal conflitto con gli indigeni e che ha vissuto vicende interne cruente e drammatiche come la guerra di secessione. Tutta altra storia la nostra: siamo un popolo di eroi, santi, poeti, artisti e navigatori, non certo di guerrieri. E non conosciamo il significato della parola rivoluzione: come diceva con ironia Ennio Flaiano, gli italiani «vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri».

Ora, invece, entriamo – almeno sulla carta – nell’olimpo degli Stati in cui l’uso delle armi è più libero nel mondo: al secondo posto, subito dopo gli Stati Uniti e prima di Francia e Germania che mantengono saldo il criterio della proporzionalità tra accusa e difesa. Un primato poco invidiabile, che evidentemente sopperisce ai tanti flop nelle graduatorie che riguardano l’economia, l’innovazione, l’istruzione, la libertà di stampa e quant’altro. In fondo, è molto facile in un Paese di chef e gourmet: basta servire una difesa (il)legittima in salsa populista.