Alla fine, ha prevalso il buon senso.

Dopo una serie infinita di colpi di scena, errori, ingenuità e giravolte è nato il primo governo della XVIII legislatura, grazie all’inedito patto Cinque Stelle-Lega.

Un’assoluta novità è la figura del premier, Giuseppe Conte, docente universitario e avvocato. Un giurista a tutto tondo, insomma, a capo non di un governo tecnico ma di un esecutivo politico, in cui i leader delle due formazioni che lo sostengono hanno il ruolo di Vice presidenti del Consiglio e la titolarità di due ministeri “pesanti” (Lavoro e Interni). Figura chiave, poi, è quella di Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Matteo Salvini che sarà Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con funzione di contrappeso rispetto ad un premier indicato dai grillini.

Vi sono, è vero, anche ministri provenienti  dal mondo accademico o della scuola ed estranei alla vita politica – da Giovanni Tria (Economia) a Paolo Savona (Affari Europei), “pomo della discordia” che ha rischiato domenica scorsa di far saltare l’accordo dando vita ad uno scontro istituzionale senza precedenti che probabilmente avrebbe portato nel baratro la nostra fragile Repubblica, da Enzo Moavero Milanesi (Esteri) a Marco Bussetti (Istruzione, Università e Ricerca) – ma la loro presenza non è tale da far mutare la cifra dell’esecutivo.

Nel 2011 era stato il professor Mario Monti, economista, a guidare l’ultimo dei governi tecnici del Belpaese. Prima di lui, nel 1995, Lamberto Dini, già Direttore Generale della Banca d’Italia. In entrambi i casi, si trattava di governi nati in snodi politico-economici assai delicati per il nostro Paese. Il terzo sarebbe stato Carlo Cottarelli, anch'egli economista.

Mai, però, un giurista che non fosse anche un politico (come accadde per Giuliano Amato, Francesco Cossiga, Aldo Moro e Giovanni Leone) era giunto sul ponte di comando della nave Italia. Questo potrebbe avere conseguenze positive nell’attuazione del “contratto di governo per il cambiamento”, sempre che il prof. Conte riesca ad arginare – e a “governare” – le spinte contrapposte che verosimilmente proverranno quotidianamente da Cinque Stelle e Lega. Un antipasto in tal senso ci è stato offerto dalla battaglia per la formazione della squadra di governo e, prima, dalla stesura del “programma-contratto” che ha cercato di conciliare gli “opposti estremismi” dei contendenti, operando una sintesi tra due linee politiche disomogenee e tra due leader politici “effervescenti” e fortemente antagonisti durenate la campagna elettorale. Si aggiunga, infine, poi la presenza nel nuovo esecutivo di vari avvocati, dal guardasigilli Alfonso Bonafede al ministro della Pubblica Amministrazione Giulia Buongiorno e a quello degli Affari Regionali Erika Stefani.

Perché mai un giurista (anzi, di una squadra di giuristi) potrà incidere significativamente sulla realizzazione dell'invocato “cambiamento”, che costituisce il marchio di fabbrica dell’accordo di programma?

Perché se il Presidente della Repubblica è stato – ed è – il garante della Costituzione, il presidente del Consiglio potrà – e dovrà – contribuire a tale compito, non solo rispettando la Carta fondamentale, ma anche attuandola nei suoi principi cardine: dal riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo all’eguaglianza dei cittadini (senza discriminazioni legate al sesso, alla razza, alla lingua o alla religione), dai diritti delle minoranze per finire alle non meno importanti garanzie giurisdizionali.

In questi giorni c’è molta preoccupazione per le posizioni espresse nel programma di governo e sostenute con forza dal neo-ministro della Giustizia, in materia di intercettazioni (quakche mese fa ha definito la riforma Orlando «una follia»), prescrizione e ordinamento penitenziario.

Siamo convinti che il nuovo premier riuscirà a mediare, a smussare le asperità, forte della sua cultura giuridica e della sua esperienza di avvocato, contemperando le legittime esigenze di repressione dei reati con il rispetto delle garanzie individuali, i diritti degli imputati con quelli delle vittime.