Jerez de la Frontera, fino a un mese fa, era nota per lo più agli appassionati di motociclismo (ospita il Gran Premio di Spagna) e del buon vino (le rinomate cantine di sherry). Ai primi di marzo di quest’anno la piccola città in provincia di Cadice è balzata sotto i riflettori della cronaca per l’arresto di Giuseppe Polverino, boss dell’omonimo clan camorristico egemone nei comuni di Marano di Napoli, Villaricca, Quarto, Qualiano, Pozzuoli e nel quartiere Camaldoli di Napoli. Tra proprietà terriere, appartamenti, alberghi e attività commerciali e imprenditoriali il ‘Barone’ gestiva un patrimonio stimato in un miliardo di euro.

Polverino, latitante dal 2006 e ricercato per associazione camorristica dallo scorso anno, in Spagna aveva basi operative a Barcellona, Alicante e Malaga. L’impero del clan si fondava sul riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di stupefacenti che correva lungo l’asse Spagna meridionale-Marano. Soldi che non necessariamente dovevano attendere di rientrare in patria per essere ripuliti. Parte del denaro era investita in loco, secondo una prassi consolidata negli anni e che ha trasformato l’Andalusia in una sorta di feudo di alcuni tra i più noti clan della camorra. Con il beneplacito delle istituzioni politiche spagnole e – fino a qualche tempo fa – delle autorità investigative e giudiziarie.

Il ‘caso Bardellino’ e la sottovalutazione del fenomeno camorra

Episodio emblematico dell’incapacità mostrata almeno fino al 2000 dalla magistratura spagnola nel fronteggiare il fenomeno mafioso è la scarcerazione di Antonio Bardellino. Il boss di San Cipriano d’Aversa, capo storico del clan dei Casalesi ed elemento di spicco della Nuova famiglia (che si oppose con successo allo strapotere della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo), fu arrestato latitante il 2 novembre del 1983 a Barcellona per traffico internazionale di stupefacenti, estorsione e strage.

Il soggiorno di Bardellino in carcere, però, durò solo qualche giorno. Detenuto a Madrid e richiesto dalla giustizia italiana per essere processato, il boss fu liberato dal giudice Varón Cobos, sotto pressione del magistrato del Tribunal Supremo Jaime Rodríguez Hermida, dietro il pagamento di una cauzione di 5 milioni di pesetas. Bardellino scappò in Brasile e fu ucciso nel maggio del 1988 a Rio de Janeiro, secondo le testimonianze dei pentiti, da Mario Iovine. Rodríguez Hermida fu espulso dalla carriera giudiziaria, ma lo scandalo e il sentimento d’indignazione che l’accompagnò non produssero effetti immediati nella lotta alla malavita organizzata. L’assenza del carcere duro per reati di mafia e la possibilità di evitare l’estradizione servendosi di buoni avvocati per anni hanno permesso ai boss latitanti di gestire indisturbati o quasi le loro attività, anche da dietro le sbarre. Si calcola che circa il 70% dei capoclan e degli affiliati mafiosi ricercati dalla polizia italiana vivano in Spagna e che molti di essi abbiano scelto come rifugio i 50 chilometri di costa tra Marbella e Malaga.

Il post-franchismo, un paese da modernizzare e la scoperta del tesoro Andalusia

Bardellino operò una svolta radicale nel modus operandi della camorra, aprendo l’organizzazione criminale al controllo diretto di fruttuose attività imprenditoriali (lo scenario è quello dei primi anni ’80 e della valanga di miliardi che coprì l’Irpinia – e non solo – dopo il terremoto). Da questo punto di vista la Spagna rappresentava una vera e propria miniera d’oro. Un paese appena liberatosi dal franchismo, desideroso di modernizzare un’economia che definire arretrata sarebbe un eufemismo, di recuperare il più in fretta possibile il gap accumulato nei confronti degli altri stati europei durante gli anni bui della dittatura.

I casalesi, seguiti a ruota dai clan egemoni nel napoletano (i Mazzarella-Zazo in primis) non si lasciarono sfuggire l’occasione e attraverso gli enormi proventi derivanti dal traffico di stupefacenti (cocaina dal Sudamerica, hashish dal Marocco) iniziarono a costruire alberghi, centri residenziali, locali della movida, ristoranti.

L’Andalucia, con la sua vocazione turistica e le sconfinate aree edificabili divenne ben presto il fulcro della nuova camorra affarista in terra spagnola. A Granada, sul finire degli anni ’80, Nunzio De Falco (mandante dell’omicidio di don Peppe Diana, parroco di Casal di Principe) gestiva uno tra i più importanti ristoranti di cucina italiana in Spagna, il ‘Grotta Mare’. Per vendicare la morte del fratello Vincenzo ordinò l’assassinio di Mario Iovine, divenuto capo indiscusso dei casalesi dopo essersi liberato di Bardellino. De Falco decise quindi di tenersi fuori dalla lotta di successione in seno al clan e continuò l’attività di ristoratore, aprendo un nuovo locale. Ad Almeria tutta la movida ruotava attorno al nome di Giuseppe D’Amico. Con precedenti per traffico di droga e detenzione illegale di armi, possedeva diversi locali de copas e una lussuosa discoteca, l’H20, costruita a Roquetas de Mar ottenendo la concessione per edificare su un suolo catalogato per altri fini. Fu ucciso a Pechina nel 2006, con cinque colpi di pistola, per un regolamento di conti.

Negli ultimi anni la cooperazione tra gli organi di polizia italiana e la Guardia civil spagnola ha portato all’arresto in terra andalusa d’importanti esponenti della malavita organizzata campana: Raffaele Amato, boss degli scissionisti, arrestato a Marbella nel maggio del 2009; Paolo Pesce, pericoloso latitante affiliato ai Mariano, finito in manette a Fuengirola (Malaga) nel dicembre del 2008; Pasquale Mazzarella e Clemente Amodio, reggenti della costola iberica del clan Mazzarella, catturati nel gennaio del 2012. Operazioni che, se da un lato indicano un’inversione di tendenza rispetto all’immobilismo del passato, dall'altro pongono in risalto il ruolo sempre più importante che l’Andalusia sta assumendo nel giro d’affari gestito dai clan.