Il 15 maggio del 2011, a una settimana dalle elezioni amministrative che interessarono 13 delle 17 comunità autonome spagnole, migliaia di persone si riunirono a Madrid, in Puerta del Sol, per gridare il loro dissenso verso un sistema che genera disoccupazione, inaccettabili privilegi e incapace di dare risposte ai bisogni concreti della gente. La protesta assunse toni forti, prendendo di mira le banche, ritenute le vere responsabili della crisi e i partiti, che le proteggono e ne sostengono l’operato. Al termine della mobilitazione, organizzata dall’associazione Democracia Real Ya (Democrazia reale ora) attraverso la rete, un gruppo di manifestanti decise di accamparsi per la notte nella piazza. Il giorno seguente la polizia mandò via gli occupanti e tanto bastò perché la notte del 17 maggio Puerta del Sol si trasformasse in un gigantesco accampamento che al grido di “No somos mercancìa en manos de polìticos y banqueros” e “Toma la calle” sfidava apertamente il potere politico e finanziario.

Le impressionanti immagini dall’alto di Puerta del Sol gremita di gente (Acampada Sol), con tende, gazebo, banchetti con materiale informativo, fecero il giro del mondo e analoghe forme di dissenso si svilupparono nei più importanti centri spagnoli, primo tra tutti Barcellona. Nacque così il Movimento 15M, la cui eco in breve tempo si estese alle grandi capitali europee, da Londra a Parigi, passando per Roma, Atene, Lisbona e Berlino. Il 12 giungo 2011, quattro settimane dopo l’inizio dell’acampada, i manifestanti decisero di lasciare Puerta del Sol, ritenendo conclusa la prima fase della protesta e avviarono una serie di iniziative volte a consolidare la presenza del movimento nella vita sociale e politica spagnola.

Sulla scia del 15M il 17 settembre la contestazione si spostò nel cuore del capitalismo mondiale, a New York, dove prese vita Occupy Wall Street. L’universalizzazione della protesta raggiunse il culmine il 15 ottobre 2011, con la marcia simultanea di ‘indignati’ in tutto il mondo.

Il brusco risveglio dal sogno della crescita inarrestabile

Molteplici sono i richiami del movimento alla piazza Tahrir in Egitto, centro nevralgico della rivolta che portò alle dimissioni di Hosni Mubarak l’11 febbraio 2011 e più in generale alle mobilitazioni di massa che hanno investito (e investono) nord Africa e vicino oriente. In realtà la nascita del 15M ha poco a che vedere con l’onda emotiva generata dalla ‘primavera araba’. E’ il punto d’approdo di un percorso di protesta che parte dall’università e dal web e cammina di pari passo con il brusco risveglio della società spagnola dal sogno del progresso inarrestabile.

Le cifre sono inquietanti: il pil è crollato nel 2009 a -3,7% dopo quasi un decennio di crescita al 3%, il tasso di disoccupazione è passato dall’8,3% del 2007 al 23,6% dello scorso anno, il boom dell’edilizia (settore trainante del ‘miracolo spagnolo’) si è convertito in una voragine speculativa capace di inghiottire una fetta consistente di un’economia a un passo dal baratro.

Una caduta libera che ha duramente colpito le fasce più deboli della popolazione e privato i giovani della possibilità di costruirsi un futuro. Un malcontento che ha trovato espressione in un’accesa critica al sistema partitocratico. Nel 2010 nacque dal web il movimento NoLesVotes (Non votarli) con l’obiettivo di castigare quei partiti (Psoe, Pp e Ciu) che nel febbraio del 2011 approvarono la legge Sinde, che limita la possibilità di scaricare contenuti da internet. L’iniziativa ebbe una risonanza tale che la hashtag #nolesvotes divenne in Spagna un trending topic su Twitter. Ben presto gli obiettivi del movimento si diversificarono, abbracciando la lotta alla corruzione politica, a un sistema chiuso che non lascia spazio all’alternativa (complice la legge elettorale) e ignora la volontà dei cittadini. Denunce che confluirono nelle rivendicazioni di Democracia Real Ya nella manifestazione del 15 maggio 2011.

Eterogeneità, forza e limite del movimento

La composizione di Acampada Sol e dei vari presidi sorti spontaneamente in una cinquantina di città spagnole era quanto mai variegata. Studenti, disoccupati, lavoratori precari e stabili uniti tra loro dalla volontà di giocare un ruolo attivo nella vita politica del paese, di indirizzarne le linee guida di sviluppo.

Il manifesto di Democracia Real Ya definisce bene il carattere eterogeneo del movimento, aperto a chiunque senta l’esigenza di un cambiamento: “siamo persone normali e comuni. Siamo come te: gente che si alza la mattina per studiare, per lavorare o per cercare lavoro, gente che ha famiglia e amici… Alcuni di noi si considerano più progressisti, altri più conservatori. Alcuni credenti e altri no. Alcuni di noi hanno ideologie ben definite, altri si considerano apolitici. Ma tutti siamo preoccupati e indignati per il panorama politico, economico e sociale che vediamo attorno a noi”. Lo stesso programma si suddivide in punti generici e universalmente accettabili, dal richiamo a “uguaglianza, progresso, solidarietà, sviluppo sostenibile”, al “diritto alla casa, a un lavoro, alla salute, all’educazione”. Dalla necessità di una politica che sappia ascoltare i cittadini e non solo i grandi poteri economici all’urgenza di sostituire un modello incentrato sull’accumulazione di denaro “obsoleto e contro natura”, che arricchisce pochi e riduce in miseria tutto il resto con una “rivoluzione etica”, che ponga il denaro al servizio dell’uomo e non sopra di esso.

Una piattaforma in grado, in un momento di crisi e di sfiducia verso la politica istituzionale, di aprire le porte del movimento a una moltitudine di soggetti. Allo stesso tempo, però, l’assenza di elementi ideologici forti (per sua stessa definizione non è di destra né di sinistra) ha relegato il 15M a un ruolo marginale, mera espressione di un malcontento generalizzato, incapace di creare forme di contrapposizione reale verso il sistema che intende cambiare. Una volta spente le telecamere, abbandonata la piazza, l’interesse verso gli indignados è progressivamente calato, al punto che oggi quasi più nessuno ne parla.

Cosa resta, a distanza di quasi un anno, di quell’esperienza che per giorni riecheggiò sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo?

Il movimento non è morto. Continua a diffondere, attraverso la rete, l’idea di una democrazia partecipativa, a organizzare assemblee e dibattiti. Recentemente ha preso parte alla huelga general del 29 marzo, invitando il 99% della popolazione a ribellarsi, scioperando ed evitando qualsiasi tipo di transazione economica, contro i tagli del governo e la perdita del potere d’acquisto. Ma è innegabile che abbia ormai perso la spinta propulsiva che ne aveva caratterizzato la nascita, non riuscendo (ma non era nelle sue intenzioni) a radicalizzare lo scontro, a porsi come forza motrice del cambiamento. Ha però tracciato una strada, ampliando gli orizzonti della contestazione oltre i confini spagnoli, ribadendo la forza del web e dell’autorganizzazione. Ha contribuito a creare una coscienza civile, spingendo migliaia di persone a pensare che, forse, un’alternativa è possibile.