Niente. Non cambierà niente e vorrei spiegarvi perché. E avverto subito che questo non è un articolo depresso, non parlerò dei “mali italiani” (l’ho già fatto poco tempo fa quindi basta, no?) ne’ mi eserciterò contro la kasta unendomi al coro degli omologati dalla vista corta. Al contrario sarò positivo e pieno di buoni propositi, come si conviene al clima natalizio. L’idea di fondo che vorrei trattare è così riassumibile: 1) l’occasione fa l’uomo ladro; 2) la riduzione di tali occasioni (che – presumibilmente – indurrebbe meno uomini a farsi ladri) passa attraverso la riduzione di complessità amministrativa e politica e 3) attraverso la solida costruzione di un’opinione pubblica oggi mancante in Italia. Il primo punto sarà facilmente argomentabile mentre i successivi due saranno un po’ più complessi.

L’occasione fa l’uomo ladro è un’antica constatazione popolare che appartiene all’esperienza comune (non solo italiana; l’americano Opportunity makes the thief , il francese L’occasion fait le larron o lo spagnolo La ocasión hace al ladrón sono lì a dirci che tutto il mondo è paese). Il ragionamento che ci consente di generalizzare è che non esiste – per quanto conosciamo oggi – una maledizione genetica che riguardi gli italiani e li rende più inclini al male di altri popoli. Esiste piuttosto una predisposizione al male nell’umanità (ma non vorrei imbarcarmi in riflessioni etiche, che poi si finisce col discutere inevitabilmente di teologia…) quantomeno nel senso indicato dal proverbio: se non tutti, almeno diversi uomini e donne sono disponibili a commettere illeciti di varia natura, a danno del prossimo, se ritengono di trarne vantaggio e di rimanere impuniti (dall’industriale che sversa veleni nei fiumi al funzionario pubblico che utilizza utilità pubbliche a beneficio personale, passando per tutte le varianti corruttive che conosciamo, alla concussione, la truffa, il falso e via enumerando).

Anche se l’Italia è un paese molto corrotto, comparandolo con i partner occidentali, è discretamente messo meglio di una grande quantità di altri paesi del mondo. Non sto cercando di minimizzare e come potete leggere all’articolo segnalato sopra, Antropologia dell’italica corruzione, ho già ampiamente denunciato la nostra cattiva performance coi dati di Transparency International che vi riassumo con la figura e tabella che seguono.

Uno schifo davvero ma, provocatoriamente, vi voglio segnalare come alcune delle più celebrate e menzionate “nuove economie” o “grandi democrazie” come l’India e il Brasile, sono messe come noi o peggio. E come noi, o poco meglio o poco peggio non poche nazioni europee e la Turchia. Non sto cercando di dirvi che “mal comune è mezzo gaudio” ma che dovremmo essere sorpresi che paesi giudicati, dai propri abitanti, così corrotti (l’indice di Transparency non ha nulla di oggettivo ed è basato sull’autopercezione di intervistati), non collassino, non siano preda del caos, non siano teatro di suicidi di massa ma, al contrario, vivano nel consesso mondiale semmai prosperando (e alla grande, almeno India, Brasile e Turchia). Il fatto è che l’estrema complessità sociale ha maglie abbastanza ampie, e numerose, da permettersi anche una certa dose di malaffare, come un organismo può sopportare una certa dose di batteri nocivi senza morire o un tessuto un certo numero di buchi senza lacerarsi.

Come vedete non sto parlando del malaffare sotto il profilo etico (come ho scritto sopra sono questioni che ho già ampiamente trattato) ma sotto quello funzionale: il malaffare distrae risorse, e anche ingenti, che non vengono utilizzate per il bene della collettività (si stimano 60 miliardi annui solo di corruzione); il malaffare ammazza il merito e contribuisce a costruire potere attorno a persone immeritevoli e discutibili inquinando alla radice il concetto di ‘Democrazia’; il malaffare contribuisce al degrado urbanistico, al consumo del suolo, all’inquinamento, alla diffusione della criminalità organizzata e a una quantità veramente impressionante di conseguenze letali per i cittadini per bene. Ciò detto, il mondo va avanti; ciascun lettore di questo articolo (ne sono certo) si alza alla mattina per compiere il proprio dovere, una quantità di imprenditori produce, di professionisti fattura correttamente, di operai lavora diligentemente, di studenti di impegna con profitto e così via. E il mondo funziona lo stesso malgrado i mascalzoni.

Vi devo dire che questa cosa mi secca; che il mondo funzioni lo stesso, intendo. Perché se a causa dei mascalzoni il mondo si fermasse saremmo tutti lì a dar loro la caccia. Se, dopo il primo carico di veleni interrato nella Terra dei fuochi fossero nati vitelli a due teste e la gente avesse iniziato a riempirsi di pustole verdi, difficilmente si sarebbe lasciato passare il secondo carico. Se un sistema fiscale perfetto creasse per magia le condizioni per le quali gli evasori fossero condannati, solo loro, a viaggiare in strade piene di buche e a curarsi in ospedali senza siringhe a causa del danno erariale da loro prodotto, probabilmente si metterebbero in regola… Questa regola vale anche per Mafia-capitale; le molte decine di persone malavitose e le (probabilmente) centinaia a lato, in qualche modo conniventi, hanno fatto strame di regole e decenza senza che – per reazione automatica – gli immigrati (alle cui spalle costoro hanno lucrato alla grande) si moltiplicassero improvvisamente per dieci costringendo i tanti che sospettavano e bisbigliavano, rigorosamente sottovoce, a strillare davanti alla Questura. Se questi mascalzoni fossero meno voraci, meno arroganti, meno spregevolmente stupidi, potrebbero veramente rubacchiare per i secoli a venire senza alcuna conseguenza, certi che ciascuno guarderebbe altrove.

Il problema allora, in una società virtuosa, non è di abolire la propensione al malaffare, insito nelle persone, ma di abolire, o quantomeno ridurre, le occasioni di malaffare. Rendere difficile delinquere grazie a sistemi più trasparenti; renderlo in alcuni casi impraticabile, o inutile. Sanzionare poi con estrema celerità e severità i rei, che per buona parte di questi reati sanno di poter godere, in Italia, di una semi-immunità o di pene lievi. Il malaffare nella pubblica amministrazione nasce per la sua presenza pervasiva, invasiva, capillare e asfissiante nella più totale opacità: più colli di bottiglia normativi e procedurali esistono, più ci sarà chi avrà voglia di superarli per vie illegali ma veloci; più responsabili ci sono ad occuparsi di ogni sospiro amministrativo e più persone saranno esposte alla lusinga corruttiva; più ostacoli saranno frapposti alla veloce possibilità d’impresa e più imprenditori saranno disponibili a corrompere; più soldi sono spesi senza necessaria rendicontazione pubblica per finanziare progetti mai valutati, e più i soldi possono fluire in mille tasche; e così via. Come ha scritto Lorenzo Castellani, sempre partendo dai dati di Transparency di un paio d’anni fa:

Ciò che appare evidente è che maggiore è la pervasività dello Stato, maggiore il suo potere d’interposizione, più ampie le possibili collusioni criminali tra questo ed i cittadini. La burocrazia e la superfetazione normativa alimentano i tentativi di corruzione così come un’eccessiva pressione fiscale alimenta forme di evasione. Uno Stato pesante determina la ribellione ed il rifugio dei privati in forme di illegalità che nel nostro Paese sono diventata una prassi comunemente accettata. Ripristinare la legalità è dunque la prima delle riforme economiche da realizzare. Una nuova etica pubblica dovrà necessariamente passare da un profondo cambiamento delle regole, dalla capacità di ridisegnare un nuovo rapporto tra Stato e cittadino, dalla necessità di riequilibrare le opportunità e promuovere il merito (Fonte: Linkiesta).

Cosa si potrebbe fare, quindi? Evito indicazioni puntuali di natura tecnica (giuridica o amministrativa, non è il mio mestiere) e mi limito ad arcinote direttrici generali:

  • La semplificazione amministrativa e la riduzione dell’ingerenza pubblica nell’economia, sono passi essenziali per la riduzione della corruzione come – oltre al buon senso – testimoniano alcuni studi; meno poteri nell’amministrazione pubblica, procedure semplificate, unificazione delle “autorità” titolate a decidere (che, per esempio in materia ambientale, elevano ad anni le procedure autorizzative).
  • La giustizia deve essere veloce e certa. Ahimé quante volte l’abbiamo sentito dire! Ma la classe politica ha in questi anni derubricato il reato di concussione per induzione, abolito il falso in bilancio etc., mentre evita di introdurre norme anche semplici quali l’annullamento della prescrizione dopo il rinvio a giudizio, solo per citare una delle scappatoie più scandalose (Renzi ha annunciato alcune prime misure martedì scorso; vedremo).
  • Cultura della legalità. E se questa vi sembra l’indicazione più fumosa e generica di tutte mi permetto non solo di dirvi che sbagliate, ma che questo punto è addirittura fondamentale; premiare il merito (che è un pre-requisito della legalità), assumere buone prassi di legalità, sostenere adeguatamente chi denuncia estorsioni e corruttele, sanzionare socialmente i corruttori e i corrotti (allontanamento perpetuo dagli uffici pubblici e dai diritti politici), esaltare pubblicamente le virtù degli onesti. Una cultura della legalità è elemento fondamentale per quella costruzione di un’opinione pubblica carente in Italia, alla quale accennavo all’inizio

Non pretendo di avere dato indicazioni particolarmente brillanti; queste cose si dicono da tempo e non si fa un solo passo avanti a causa dei veti incrociati di categorie timorose di perdere privilegi, di leader che guardano al piccolo cabotaggio personale (e alle proprie sorti giudiziarie!) e di una generale collusione e omertà di gran parte di popolazione che comunque, dai piccoli illeciti (il piccolo abuso, il piccolo peculato…), trae profitto personale. Per fare qualche passo avanti non basta quindi la rituale indignazione degli anticasta di professione ma un programma politico serio di un partito (o una coalizione) disposto ad essere anche impopolare, se serve “antisindacale” (inteso come antagonista al sindacalismo becero e difensore di rendite di posizione), capace di mobilitare le migliori risorse intellettuali del Paese per disegnare una nuova e più semplice architettura pubblica e una nuova e più giusta giustizia penale e civile. Nel suo piccolo Renzi ha promesso molto, anche in questi settori; per poi impelagarsi in farraginose riforme ciascuna delle quali è indubbiamente un tassello di questo mosaico, anche se non centrale e solo parzialmente perseguito. Vedremo presto se tutto il resto era propaganda o volontà, e in questo secondo caso se glie lo lasceranno fare.

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