È come un’onda che ciclicamente si abbatte sui lidi del nostro Paese, per poi ritrarsi ricomponendosi nel mare azzurro. Ancora una volta, infatti, il conflitto di interessi torna agli onori dell’attualità politica, la sua regolamentazione diviene impellente e indifferibile per poi essere – molto probabilmente – messo nel cassetto, retrocesso nelle ultime pagine dell’agenda di governo e opposizione.

È nella stagione berlusconiana, come molti ricorderanno, che assunse la pole position del dibattito politico quale principale – se non unico – strumento di contrasto all’impetuosa onda azzurra prodotta dalla discesa in campo del Cavaliere nel 1994. Oggetto del contendere era la proprietà del più potente network televisivo dell’epoca, Mediaset, di gruppi editoriali e di altre aziende che avrebbero consentito al candidato Berlusconi, poi divenuto premier, di condizionare l’opinione pubblica in un’evidente situazione di vantaggio rispetto ai contendenti. Il conflitto fu superato con l’escamotage di distinguere la titolarità delle varie aziende dal semplice possesso di quote azionarie delle stesse. Né i governi di centrosinistra che si alternarono con quelli di centrodestra nell’arco di circa un ventennio pensarono – o ritennero opportuno – di procedere ad una draconiana disciplina in materia che evitasse il riproporsi di tale situazione. Fu se mai proprio l’esecutivo berlusconiano a produrre una, seppur moderata, regolamentazione con la c.d. legge Frattini (l. 20 luglio 2004, n. 215).

Oggi, la questione torna d’attualità.

Detonatore è stata la vicenda Siri, nella quale si è ravvisata – al di là delle eventuali responsabilità di carattere penale ancora da accertare – l’esistenza di un conflitto di interessi del sottosegretario leghista e del suo referente nel campo dell’energia eolica: legato, più precisamente, all’influenza delle lobbies sull’azione politica. Colta la palla al balzo, difatti, il vicepremier Luigi Di Maio ha ritenuto di poter sfruttare l’involontario assist dei suoi soci-nemici per mettere a segno un goal potenzialmente decisivo nell’interminabile partita che contrappone Lega Nord e Movimento Cinquestelle in vista delle elezioni europee. Ha così annunciato la presentazione di un disegno di legge in materia, calendarizzato ieri in Commissione Affari costituzionali alla Camera e ritenuto assolutamente prioritario.

La materia è assai delicata e riveste sicuramente un peso centrale nelle dinamiche di uno Stato democratico. Non è un caso che negli Stati Uniti, patria della moderna democrazia, sia fortemente sentita e disciplinata. E così in Inghilterra e Spagna. Ancor prima delle norme, vi è una cultura diffusa dell’incompatibilità – basti pensare al blind trust presidenziale, che è atto volontario – tra il ricoprire determinati incarichi istituzionali e l’essere titolare di interessi potenzialmente in conflitto. Tirarla in ballo in maniera strumentale, tuttavia, significa soltanto sminuirne il valore e seguire l’interminabile scia che nel tempo ha accompagnato la questione sugli scranni del nostro Parlamento, a dispetto dello sperticato cambiamento reclamizzato dal nuovo esecutivo. Forse perché, come ha affermato il noto – e affatto tenero – opinionista Sergio Rizzo, in fondo siamo di fronte ad un “sistema consolidato” e stratificato nell’intera società. Il conflitto di interessi, insomma, sembra essere un jolly della politica italiana, una delle carte più preziose da tirar fuori dal mazzo al momento opportuno per sopperire a un giro di carte poco fortunato.

Il problema principale, ad ogni modo, è quello della delimitazione dei confini entro i quali sia possibile ravvisare un conflitto di interessi. Un tempo, come detto, il nemico pubblico numero uno erano televisioni e testate giornalistiche. Oggi, con l’avvento della società digitale, il web risulta essere addirittura potenzialmente più pericoloso, tanto che tra le varie proposte di legge in materia ve n’è una – presentata dall’on. Boccia – che fa riferimento ad un inedito “conflitto di interessi digitale”. E sotto questo profilo i Cinque Stelle (ma anche la Lega) avrebbero molto da temere. Non si tratta di idee peregrine, se è vero che proprio da parte di alcuni dissidenti pentastellati è stata sollevata la questione, con riferimento a chi detiene piattaforme web, vista la centralità del sistema gestito dall’eminenza grigia del loro Movimento Davide Casaleggio.

L’iniziativa legislativa dei Cinquestelle, viceversa, ignora tale aspetto proponendo regole molto severe come la titolarità – anche per interposta persona – di patrimoni immobiliari o mobiliari superiori ai dieci milioni di euro: previsione per certi versi estemporanea, che detta una sorta di presunzione di disonestà a carico dei più ricchi (di dubbia legittimità costituzionale) e spiegabile, forse, solo come norma contra personam finalizzata a mettere nell’angolo l’avversario potenzialmente più pericoloso, quel Silvio Berlusconi che potrebbe fornire alla Lega di Matteo Salvini i numeri necessari per infrangere il patto di governo.

Forse è solo un’interpretazione maliziosa, ma è a dir poco singolare assistere a un capovolgimento dell’opinione – invalsa prima dell’introduzione del suffragio universale – secondo cui solo chi era ricco avrebbe potuto dedicarsi all’attività politica senza essere risucchiato dalla spirale della corruzione. Opinione balzana, certo, al pari del suo contrario.