E' tutto sospeso in Chiamami con il tuo nome. Il tempo, il luogo, la stagione. Fin dall'inizio, in quei dettagli solo accennati: da qualche parte nel Nord Italia, ci si immerge nella canicola estiva di una campagna silenziosa e solitaria; non per questo priva di sapere, conoscenze, amicizie, sentimenti, bellezza. Solo l'anno –volutamente- sembra qualcosa di chiaro e preciso il 1983. Anni ribelli e di piena rivoluzione, anche sessuale, dove tanto succede ma poco si comprende.

Elio è il figlio diciassettenne di una famiglia ebraica: i Perlman, due studiosi di materie classiche che ogni estate aprono le porte della loro casa di campagna allo scambio culturale. Oliver è lo studente che irromperà nella vita di Elio per segnarla inesorabilmente, insieme alla sua.

Chiamami con il tuo nome non è un film sull'omosessualità ma sull'amore. Non è una storia volgare ma un racconto delicato. Un lungometraggio da tratti estetici che ricalcano la cultura classica.

Suoni, odori, colori, sapori prendono vita in un intreccio perfetto capace di trascinarci in una catarsi mitica. Un mito appunto. Chiamami con il tuo nome può ben ricordare un testo ovidiano delle Metamorfosi: un fugace istante di vita che si trasforma in un racconto epocale. Ci sono un Adone (Oliver, 24 anni) e il suo amato (Elio, 17) ammaliato da una bellezza statuaria e bronzea, eccitata dal sole estivo. Si cercano e si rincorrono tra silenzi, segreti e gesti. E poi ci sono le esperienze fisiche: sublimate nel sentimento dell'amore, ci sono gli sguardi rubati e i turbamenti interiori che sfogano in eccitamenti effimeri mai sterili, sempre profondi.

L'amore, il sesso, non sono trasgressione né tanto meno scandalo. Neanche una forma mediocre di voyeurismo, piuttosto uno sguardo riservato, che osserva ma non spia. Nulla invade durante le notti insonni di una fresca gioventù. Ed ecco che la scena del primo incontro d'amore in una notte di mezza estate si immagina, mentre la cinepresa si volge fuori la finestra: ampliandone inevitabilmente la potenza narrativa. E se la  scena della pesca, ormai fin troppo chiacchierata dai puritani italioti, allude per molti alla volgarità, purtroppo in tanti dovranno ricredersi nel considerarla (forse) tra le più riuscite del film. Contrariamente ai ben pensanti è carica di erotismo e sensualità. Su Repubblica il regista confessa: "Ero tormentato dalla scena di autoerotismo con la pesca, che era nel libro. Ho paura del ridicolo involontario, ma l'intelligenza degli attori, del direttore della fotografia ha dato a questa scena che sembrava un mostro spaventoso una chiarezza estrema e una sorta di leggerezza".

Chiamami con il tuo nome ricorda la narrativa di un testo ovidiano delle Metamorfosi: ecco che un fugace istante di vita si trasforma in un racconto epocale.

Chiamami con il tuo nome non è un film sull'omosessualità ma sull'amore. Non è una storia volgare ma un racconto educato. Un lungometraggio da tratti estetici che ricalcano la cultura classica. E' uno spaccato sui turbamenti sessuali: dalla scoperta del sesso alla consapevolezza della sessualità. Un racconto che molto dice, ma di cui poco si riuscirà a comprendere, come del resto accade in ogni forma di racconto poetico. Ha detto il regista Luca Guadagnino in una intervista su Vanity Fair"È un film sulla compassione e sull’amore, una risposta dolce a questo mondo di rabbia, furia ed egolatria"