E' meglio una legge monca o nessuna legge? Piuttosto che niente, è meglio piuttosto? Ma "piuttosto che" non era sbagliato in italiano? Queste e tante altre domande affollano la mia mente mentre la Camera approva il ddl sulle unioni civili che ricorda un po' l'Andreuccio da Perugia del Boccaccio, che vive una serie di sfortunati eventi riuscendo poi a salvare un lieto fine.

Il lieto fine che, in questo caso, è l'approvazione dello stesso disegno di legge, che soddisfa seppur in parte le associazioni in difesa dei diritti civili e un po' le casse dello Stato, dato che l'Unione Europea aveva detto, senza mezzi termini: "O approvate qualcosa che abbia nel titolo della legge le parole ‘Diritti' e ‘Civili', oppure vi facciamo una bella multa che al confronto quelle che vi abbiamo comminato su Rete4 e sulla monnezza sono un'elemosina".

Un disegno di legge che, è giusto ricordarlo, nella sua prima stesura era stato osteggiato persino dalla stessa maggioranza che mercoledì 11 maggio lo ha votato, confermando la fiducia al Governo e che, per essere approvato in questa forma ambigua ed edulcorata, ha dovuto subire dei tagli che nemmeno il miglior Lucio Fontana avrebbe saputo fare. In effetti l'attuale ddl sulle unioni civili è un po' un "concetto spaziale", senza pensare alle "attese" che una legge sulle unioni civili ha dovuto subire nel Belpaese, ultimo in tutta Europa, a dotarsi di una qualsivoglia regolamentazione in materia.

"Ogni legge è in sé migliorabile", dicono.

D'altra parte, è un po' lo stesso iter della riforma costituzionale che si andrà a votare a ottobre, con il fronte del Sì che sostiene l'anacronismo dell'attuale Costituzione che mal si confa alla contemporaneità, creando ostacoli eccessivi al riformismo e che, pur non essendo perfetta: "E' sicuramente migliorabile", dicono alcuni esperti costituzionalisti.

Non per fare il bastian contrario, ma uno dei problemi che viene imputato all'attuale Costituzione – per la cui redazione sono occorsi quasi due anni, con tanto di "bagno di panni nell'Arno" per renderla il più possibile chiara e concisa, beatificata e celebrata da un Benigni che improvvisamente e a due passi da Palazzo Chigi sostiene la sua modifica – è la sua farraginosità legislativa. Il bicameralismo perfetto è sorpassato, con il nuovo Senato saranno rappresentate le Regioni e così via, dicono.

Sono d'accordo alla modifica della Costituzione, ma negli articoli che prevedono l'istituzione delle mozioni di  fiducia (94) e della decretazione d'urgenza (77), ai quali bisognerebbe dare un limite. I nostri padri costituenti li avevano istituiti sulla base del più profondo senso istituzionale, ben consci dei limiti di competenza dei tre poteri dello Stato, specie quelli riservati alla politica: le Camere votano le leggi, il Governo le fa applicare.

Dal Governo Prodi II in avanti, sia la decretazione d'urgenza che le mozioni di fiducia sono diventate la norma, per esecutivi sempre più legislatori e parlamenti – complici anche leggi elettorali ad hoc – meri esecutori della volontà parlamentare. "Serve stabilità", dicono. "Serve più rispetto per le istituzioni", penso.

La nostra Costituzione – base per le Costituzioni dei più moderni Stati europei e non – è stata pensata proprio per consentire quel sistema di pesi e contrappesi vitali per la gestione democratica di una Nazione. Il crollo di questo sistema è l'abbrivio iniziale verso tempi che l'Europa farebbe meglio a dimenticare.

Per questo motivo, specialmente per quanto riguarda la legge fondamentale dello Stato italiano, una riforma "perfettibile" non è abbastanza, non è sufficiente e non è auspicabile. Riparliamone con le idee chiare e, soprattutto, quando verranno eliminate le derive autoritarie a favore della Presidenza del Consiglio che – a modesto parere dello scrivente – deve rimanere organo prettamente esecutivo. Riparliamone con una legge elettorale che non mortifica l'elettorato attivo e con una rappresentanza parlamentare viva e presente sul territorio. Riparliamone quando il senso civico e dello Stato non sono pie illusioni ma solide realtà. Riparliamone quando il detto "è meglio comandare che fottere" diventa un ricordo di un folkloristico passato.

Per quanto riguarda, invece, la legge sulle unioni civili, mi rendo conto che il piuttosto è meglio del niente. Anche se – a modestissimo parere dello scrivente – credo che sia l'ennesima mortificazione di una politica che, ormai, è un gioco al massacro verso il buon senso.